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DE-MORALIZZATI – Ultimo banco

«“Sono colpevole di omicidio!”. Ora fu lei a guardarlo adirata: “Perché dici certe stupidaggini?”. “Ma è la verità”. “Non esiste la parola colpevole! Lo sai benissimo anche tu. Sono sempre le circostanze che determinano le azioni”. Erano proprio le parole che temeva. Sentiva migliaia di psicologi, pedagoghi e sociologi parlare attraverso la bocca di lei e percepì con estrema chiarezza la sua convinzione di vivere nel migliore dei mondi possibili”».
Siamo a Copenaghen, a parlare sono Torben e un’amica, nel libro di Henrik Stangerup: L’uomo che voleva essere colpevole (1973). Torben, durante un litigio ha ucciso la moglie ma, nonostante la sua confessione spontanea, nessuno vuole riconoscerlo colpevole. Il romanzo immagina una società «perfetta», in cui il bene e il male sono stati superati: l’omicidio è un incidente e il male un mancato adattamento sociale che si cura con la psicologia e i tranquillanti. Non esistono azioni malvagie ma comportamenti non ancora «adattati». Eppure il protagonista, benché giuridicamente sollevato dalla colpa, non è felice: non gli basta che un giudice o uno psicologo lo dicano innocente per sentirsi tale, perché non può eliminare quella voce interiore, detta coscienza, che distingue il bene e il male. Dal male si esce solo prendendone le distanze nei fatti, non auto-assolvendosi o fingendo che non esista. Spesso incontro ragazzi demoralizzati: la loro tristezza non è però sintomo di un disagio psichico o mancanza di speranza, ma semplice mancanza di «carattere», cioè di scelte. Demoralizzato vuol dire infatti privato (de-) di morale (dal termine latino che indicava sia il carattere di una persona sia le leggi che ne guidano l’agire libero, perché sono inscindibili: io divento ciò che scelgo e faccio). I ragazzi si demoralizzano quando non sono allenati a scegliere, perché non li abbiamo messi in condizione di farsi carico della realtà, di risponderle. Rispondere e responsabilità hanno la stessa radice: irresponsabile è infatti chi non sente la realtà e ciò accade se la cultura dominante la nasconde.

Torben, un tempo scrittore di successo, lavora all’Istituto statale per la Semplificazione della Lingua, dove non si eliminano le parole come in 1984 di Orwell, ma si coniano «eufemismi», parole seducenti utili a sostituire quelle ancora intrise di bene e male. Pensiamo oggi a espressioni come «droghe leggere» che, a prescindere dagli effetti, fa passare l’idea che esistano droghe innocue, «gestazione per altri» per «affittare una donna», «baby squillo» per «prostituta minorenne», «lavoro flessibile» per «precariato»… L’eufemismo nega alla realtà il suo peso, ma qualcosa in noi resiste, come accade a Torben: non può liberarsi di ciò che ha fatto con parole e pensieri auto-assolutori. Anzi si aggrappa al suo delitto per non smettere di essere se stesso: se il peso dei nostri atti diventa indifferente, e mangiare o uccidere hanno lo stesso valore, smettiamo di essere liberi. È infatti il limite a renderci liberi perché impone di scegliere, cioè di indirizzare la libertà in una direzione. Noi diventiamo ciò che scegliamo: se rubo divento ladro, se uccido assassino, se amo amante, se non scelgo demoralizzato. Non si può essere felici facendo finta di non avere la coscienza, possiamo farla tacere, ma anche questa è una scelta. Essere homo sapiens, ci piaccia o no, comporta essere liberi, cioè non solo sapere di esistere ma dovere/potere scegliere «come» esistere. Nessun animale si pente di aver ucciso, perché nessun animale, tranne l’uomo, distingue il bene e il male, non agisce secondo coscienza ma per istinto. Infatti per gli irriducibili della coscienza come Torben si apre il «Parco della felicità», dove lo Stato costringe a essere felici i più riottosi… ma il nostro protagonista, pur imbottito di tranquillanti e psicoterapia, continua a piangere sua moglie e l’impossibilità di redimersi, cioè di poter prendere le distanze da ciò che ha fatto, accettandone le conseguenze.

Molti ragazzi sono de-moralizzati perché abbiamo sostituito parole come carattere, coscienza, limite, scelta… con eufemismi che riducono la morale all’emozione del momento e la realtà a un «like» senza conseguenze. I limiti non sono privazione di libertà ma il campo del suo esercizio, il perimetro della vita reale, come la gravità per i corpi: sulla Luna non siamo più liberi… Quando non scegliamo la vita si spegne perché smettiamo di rispondere alla realtà, non siamo più padroni dei nostri atti ma prigionieri delle circostanze o delle aspettative altrui. Torniamo a educare il carattere, cioè l’esercizio della libertà: le scelte. Quali responsabilità diamo ai ragazzi? Chi o cosa dipende da loro? Quali incarichi hanno a casa o fuori? Spesso sembrano apatici, ma semplicemente non abbiamo mostrato loro cosa è bene e cosa male, cosa è reale e cosa no, per cosa vale la pena vivere.

Fonte: Corriere.it

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