Si è svolta a Roma la Conferenza per la ricostruzione
Non so se sia stata voluta o casuale la scelta di organizzare la Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina nei due giorni del 10 e 11 luglio, in uno dei quali si celebra la festa di san Benedetto, co-patrono d’Europa. La Conferenza, infatti, è stata uno dei pochi gesti politicamente rilevanti dell’Europa, nel senso che raramente come in questa circostanza si è potuta vedere un’Europa presente sulla scena internazionale, anche se per grande merito dell’Italia, del suo capo dello Stato e della presidente del Consiglio.
Che cosa ha voluto significare questa Ukraine Recovery Conference svoltasi a Roma alla presenza di 70 nazioni e 40 organizzazioni internazionali, oltre a migliaia di aziende provenienti da tutto il mondo, per impostare la ricostruzione del Paese, straziato da tre anni e mezzo di guerra dopo l’invasione russa del febbraio 2022?
Innanzitutto, uno scopo era mostrare al popolo ucraino che non è rimasto solo di fronte all’aggressione militare, ma invece ci sono Paesi che si preoccupano della sua ricostruzione, che può cominciare da subito, nonostante il perdurare dei bombardamenti notturni su tutte le città ucraine e la presenza su circa il 20% del territorio di un esercito straniero. Peraltro, come ha scritto Micol Flammini sul Foglio (11 luglio), gli ucraini si aspettano altre due cose, adesso più urgenti: armi per difendersi e sanzioni per attenuare l’aggressività della Russia.
Il tema delle armi è decisivo per proteggere la popolazione da droni e missili che ogni notte l’esercito russo scaglia sulla popolazione. Senza i patriot, che colpiscono i droni russi prima che cadano sulle città ucraine, sarà difficile resistere, ma questi strumenti di difesa promessi sembrano dipendere dalle incertezze di Donald Trump, ondivago fra la collaborazione con Putin e la difesa del popolo ucraino. Anche il tema delle sanzioni contro la Russia è molto importante, perché andrebbe a colpire un’economia di guerra che sostiene il conflitto e che potrebbe mutare soltanto di fronte a un atteggiamento netto da parte Usa, costringendo i russi al tavolo delle trattative.
In questo clima caratterizzato dall’aumento dell’aggressività russa di fronte alle incertezze americane, finalmente l’Europa sembra avere dato un segnale di unità e di iniziativa politica in occasione di questa Conferenza internazionale sulla ricostruzione dell’Ucraina. Infatti, come ha scritto Giovanni Orsina sul Giornale (7 luglio), il problema dell’Europa oggi è proprio l’assenza completa di una qualsiasi iniziativa politica, perché in Europa mancano i presupposti per la politica. Ecco allora il legame con san Benedetto. Circa un quarto di secolo fa, san Giovanni Paolo II perse la battaglia per inserire nella Costituzione europea il richiamo alle radici ebraico-cristiane, confermate dal ruolo svolto da san Benedetto alla fine dell’epoca romana perché nascesse una nuova Europa. Le autorità europee di allora rifiutarono il consiglio e la Costituzione europea non nacque proprio. Sul perché del fallimento del “sogno” europeo si potrebbe aprire un lungo dibattito, ma certamente uno dei motivi fu l’assenza di un richiamo ideale che spingesse gli europei a chiedersi chi sono, da dove vengono, quali sono le radici che li accomunano, perché una comunità sta insieme soltanto se ci sono dei valori comuni, una storia che unisce, un’identità condivisa. La UE è così diventata un enorme salvadanaio, senza che i 27 popoli che la compongono si riconoscano in un comune sentire che li faccia essere un corpo con una identità da amare e difendere.
Potrei fermarmi, di fronte all’obiezione che le identità non si comprano al supermercato, ma si costruiscono con tempo e pazienza. Verissimo. E’ vero anche che i princìpi non si impongono, ma si propongono e che è certo che oggi i princìpi della dottrina sociale della Chiesa sono in netta minoranza fra i i popoli europei.
Questo non significa rassegnarsi, ma essere realisti, sapere ripartire dall’esistente, soprattutto assumere una mentalità missionaria e lavorare per un futuro anche molto lontano.
La Conferenza sulla ricostruzione è stata un evento certamente importante, ma è solo un primo passo, anzitutto perché di miliardi sembra ne servano 524, secondo la Banca Mondiale, per un progetto decennale di ricostruzione. I dieci stanziati a Roma sono un importante inizio, ma appunto solo un inizio.
C’è poi un altro aspetto. Il Piano Marshall in Italia è stato importante e bene ha fatto a ricordarlo Giorgia Meloni, perché ha permesso al nostro Paese di diventare una grande potenza mondiale, superando la drammatica crisi del dopoguerra e raggiungendo il boom economico e demografico degli Anni ‘50 e dei primi Anni ‘60. Ma la crescita economica non basta e l’Italia ne è stata la prova. Raggiunto il culmine della crescita demografica nel 1964, l’Italia ha cominciato a decrescere. I vescovi italiani lo avevano scritto già in una Lettera collettiva del 1960, denunciando il laicismo che penetrava nel profondo della società. E così è stato. Il 1968 vide l’esplosione di qualcosa che era già penetrato profondamente negli anni successivi al trionfo elettorale (in realtà una scelta di civiltà) del 18 aprile 1948.
La crescita economica non è bastata a evitare alla nostra patria le tragedie degli Anni ‘60, il terrorismo, ma soprattutto la Rivoluzione antropologica, che ha cambiato i connotati di due generazioni. Sarebbe bene non accadesse anche in Ucraina. Meloni ha colto il problema nel suo intervento, quando ha detto che l’Italia si farà carico anche della ricostruzione culturale dell’Ucraina, a partire dalla città di Odessa e dalla cattedrale della Trasfigurazione: «per ricostruire una Nazione martoriata dalla guerra non bastano i soldi, gli ingegneri, gli architetti, gli operai. C’è bisogno di qualcosa di più e quel qualcosa di più è il sentimento che il popolo ucraino più di tutti ha dimostrato di conoscere, che è l’amore di patria, l’amore per la libertà, la volontà di garantire ai propri figli un futuro di prosperità, di benessere. Senza l’amore di patria tutto quello che noi facciamo perde di senso». Ed è bene ricordare che l’amore per la propria patria non è nazionalismo, non prevede odio contro le altre nazioni, non risolve le dispute internazionali con le armi e con le invasioni militari.
Credo che questo, da un certo punto di vista, sia il problema principale. La maggiore difficoltà dell’Europa e dell’Occidente sta nella sua divisione interna. Le radici ebraico-cristiane del Continente non sono riconosciute e apprezzate da tutti i 27 Paesi e questo comporta l’assenza di un vero e proprio ideale per cui combattere e sacrificarsi. Ma senza un ideale non si dona la vita. L’interesse economico, che certamente spinge molti a impegnarsi per la ricostruzione, non costruisce una sufficiente unità di intenti. Per questo è miracoloso come un popolo come quello ucraino abbia saputo trovare la forza eroica per resistere e combattere per tre anni e mezzo.
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