È bene tener conto di tutti i fattori che determinano la salute delle popolazioni così da ridurre le molte disuguaglianze
Dice il vecchio saggio che “quando c’è la salute c’è tutto”. Vero o falso che sia (sono più per la seconda, ma non mi permetterei mai di contraddire ciò che la saggezza popolare suggerisce), quello che il vecchio saggio non dice però è cosa occorre fare affinché ci sia la salute, perché un conto è stare passivamente ad aspettare sperando “che Dio ce la mandi buona”, altro conto è la speranza di chi operosamente si attiva perché la salute (individuale e collettiva) ci sia e permanga.
Se ne è parlato lunedì 25 agosto al Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini in un incontro dal titolo “Salute pubblica, stili di vita e sostenibilità economica dei sistemi sanitari”.
Pensando alla parola salute viene subito alla mente di unirla alla parola sanità, come se salute e sanità fossero due termini scambiabili o in qualche modo equivalenti o inscindibili: questo accoppiamento funziona quando la salute si sta deteriorando (o si è già deteriorata) ed è necessaria qualche azione di riparazione o di sostegno. Ma se andiamo alle cause della (non) salute, ai fattori che determinano lo stato di salute di una popolazione (e in questo fanno bene gli epidemiologi a usare il termine “determinanti di salute”) emerge una realtà del tutto diversa e ignota ai molti.
I determinanti di salute sono fattori di diverso tipo – genetici, biologici, sociali, economici, ambientali, ecc. – che possono influenzare (determinare, causare), sia positivamente che negativamente, lo stato di salute di un individuo o di una popolazione, ed esistono infiniti modi in letteratura sia per classificare questi fattori che per valutare la rilevanza che ciascuno di essi (fattori) assume nel determinare lo stato di salute.
Giusto a titolo di esempio, la classificazione proposta durante l’incontro al Meeting ha considerato cinque categorie di fattori, e fatto 100 il loro contributo complessivo per ogni categoria ha indicato una stima della sua rilevanza: i servizi sanitari influiscono per circa un 10%, il reddito e la protezione sociale per un 40-45%, gli stili di vita per un 20-25%, il capitale sociale ed umano per un 15% e l’occupazione e le condizioni di lavoro per un altro 10%.
Sorprende? Di sicuro si troverà un po’ spiazzato chi è solito sposare salute con sanità, soprattutto se si rende conto di quanto poco la sanità (o meglio, il servizio sanitario) è capace di influenzare lo stato di salute di una popolazione; non sarà meravigliato invece chi segue queste colonne perché abbiamo più volte avuto l’occasione di parlarne.
Cominciamo dal reddito e dalla protezione sociale, il fattore che secondo molte ricerche è il determinante più importante dello stato di salute di una popolazione.
Ormai non c’è più discussione sul fatto che chi si trova in condizioni economiche migliori ha uno stato di salute più buono, vive più a lungo (anche in buona salute), accede più facilmente alle cure, usa meglio tutte le risorse e le opportunità disponibili, ha un’alimentazione più salutare, vive in territori e abitazioni più salubri, e via di questo passo,
Tutti fattori che da una parte collaborano ad allungare la quota di vita che si vive senza malattie, disabilità o limitazioni funzionali, e dall’altra allungano la vita complessiva nel momento in cui la salute presenta qualche offesa che richiede l’intervento del servizio sanitario.
Di fronte ai più di 4 milioni di soggetti che ogni anno dicono di avere rinunciato alle cure (e il trend è purtroppo in aumento) la maggioranza afferma di averlo fatto per problemi di mancanza di soldi.
Il secondo determinante, in ordine di importanza, è dato dagli stili di vita e dai comportamenti individuali: ci si riferisce al consumo di alcol e tabacco, alla attività fisica, all’alimentazione, agli hobbies, cioè tutta una serie di scelte individuali (non sempre liberamente adottate) che corrispondono, o meno, a condizioni che aiutano lo sviluppo di uno stato di salute favorevole, ma anche allo stato delle abitazioni, alle condizioni igieniche, al territorio in cui si vive.
Si passa poi a quello che può essere identificato come capitale sociale e umano, cioè tutto ciò che ruota attorno al tema dell’istruzione (educazione, formazione, accesso alle nuove tecnologie, empowerment del cittadino, ecc.), ma anche a quello della fiducia e della partecipazione sociale (norme sociali, legami familiari e comunitari, risorse a disposizione della comunità, volontariato, reti di sostegno sociale, valori culturali di una società, ecc.).
Uno spazio di rilievo spetta anche all’occupazione, alle condizioni di lavoro, e all’ambiente: il luogo di lavoro e i suoi pericoli, la stabilità lavorativa, le condizioni abitative, la sicurezza del quartiere, l’accesso a trasporti, la qualità dell’ambiente (aria, acqua, abitazioni, traffico), le scelte di tutti i tipi che contribuiscono a creare un ambiente favorevole o sfavorevole alla salute.
Solo dopo questo lungo elenco di determinanti si arriva al ruolo del sistema sanitario: accesso a servizi sanitari di qualità, utilizzazione appropriata di prestazioni e servizi e riduzione dei consumi iniqui, diminuzione della medicalizzazione, efficacia degli interventi sanitari, politiche sanitarie adeguate.
Certo a tutto questo occorre aggiungere i fattori biologici e genetici (età, sesso, etnia, patrimonio genetico ereditario, ecc.), ma si tratta di fattori sui quali oggi la politica sanitaria può fare ancora poco.
Questo lungo elenco di determinanti, che ovviamente interagiscono tra loro in modo complesso per condizionare lo stato di salute degli individui e delle popolazioni, non ha lo scopo di distogliere l’attenzione dalle problematiche tipiche del servizio sanitario (finanziamento, personale, liste di attesa, medicina territoriale, ecc.), ma ha l’obiettivo di introdurre un salto di qualità nell’approccio alla salute, un approccio cosiddetto “globale”, un approccio identificato dallo slogan “La salute in tutte le politiche”, affinché si tenga conto di tutti i fattori che determinano la salute delle popolazioni così da ridurre le molte disuguaglianze (individuali, sociali, territoriali, ecc.) che caratterizzano il popolo che abita lo Stivale.
Non si tratta di mettere un pezzetto di sanità in ogni altro settore, come se si dovesse occupare una parte di territorio oggi non utilizzato, ma di fare in modo che nelle azioni che vengono adottate per modificare il lavoro, l’ambiente, la formazione, il contesto sociale e abitativo, le abitudini di vita, ecc., siano esplicitamente considerate le conseguenze che tali azioni hanno sulla salute dei soggetti interessati.
L’accento sulla salute anziché sulla sanità, attraverso interventi individuali (istruzione, formazione, educazione, alfabetizzazione digitale, lavoro, abitudini di vita e abitative, ecc.) e di gruppo (ambiente migliore, condizioni di lavoro più sicure, ridistribuzione della ricchezza, eliminazione delle disuguaglianze, ecc.) che riguardano settori e attività molto diverse tra di loro, permette di comprendere quanto è ampio lo spettro delle proposte che si possono implementare per produrre una salute migliore per tutti e quanto può essere fruttuosa la collaborazione tra gli organi di governo (ottica sussidiaria), abbandonando l’idea che la salute sia una questione che ha a che fare solo con la sanità e il servizio sanitario.
Fonte: Carlo Zocchetti | IlSussidiario.net