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Quei ragazzi sull’Airbus

Io mi immagino una mattina di primavera, all’aeroporto El Prat di Barcellona, una scolaresca tedesca, allegra, chiassosa, che aspetta di imbarcarsi, per tornare a casa. Al duty free le ragazze annusano i profumi, spruzzandoseli sui polsi: «Senti questo, che buono». Al bar spingono tra la folla con la naturale prepotenza dei sedicenni. Tu cosa vuoi, una Coca? No, ho fame, comprami due brioches. E il ricordo dell’ultima sera a Barcellona, nell’aria mediterranea che inebria i ragazzi del nord. Ramblas, sangria, la musica dai locali; e i begli occhi, incrociati per un attimo, di una ragazza catalana. E stamattina svegli all’alba, morti di sonno, e la valigia da chiudere in fretta; e non ci stanno, tutte le magliette comprate per gli amici. Già, la valigia, sui low cost la misurano severamente. E allora svuota all’ultimo momento una borsa troppo gonfia, tienimi questa giacca – e gli altri viaggiatori, dietro, che aspettano, seccati.

Il volo è leggermente in ritardo, i ragazzi avvertono casa: mamma, arrivo mezz’ora dopo, mi raccomando vienimi a prendere. Passa al gate l’equipaggio, le hostess e i piloti. Uno maturo e uno giovane, quasi un ragazzo. Nessuno lo guarda, nessuno ci fa caso. E ora l’altoparlante chiama, la luce lampeggia, si imbarca. «Buon viaggio», sorride la hostess.

E ancora, nel prender posto, quel lieto caos da gita scolastica, quel quasi infantile baccano. Facciamo cambio, fammi stare vicino a lei, ti prego. O: dài, all’andata ci sei stato tu, vicino al finestrino. Nessuno guarda le hostess che spiegano le procedure d’emergenze. Se qualcuno di volare ha un po’ paura, tace, o ride, a esorcizzare l’ansia.

Corre, l’Airbus, ora, corre sulla pista del Prat, sempre più veloce. Si stacca dall’asfalto, vira ampio e sicuro verso la sua rotta. Chi aveva paura, si rilassa. Qualcuno guarda giù al mare che si allontana, qualcuno mette gli auricolari, qualcuno, stanco, s’addormenta. Le facce chiare da giovani nordici nel sonno ancora quasi infantili.

Poi, è un attimo: la banalità del volo interrotta dalle urla dalla cabina. Grida forte una voce di uomo. E poi colpi violenti, disperati, sulla porta di acciaio. Aprono gli occhi, quelli che dormivano: dall’oblò l’aereo appare troppo basso in quota, e le montagne, minacciosamente vicine. Una ragazza urla per prima, poi anche gli altri capiscono.

Quanto? Un minuto forse, forse meno, ma quanto atrocemente lungo, quanto infinito. Il cuore si inabissa in un tuffo, e ancora non ci si crede, no, a sedici anni, non può essere vero. Mamma, papà, i nomi cari martellano il pensiero. Scoprire all’ultimo istante quanto bene vuoi, a quelli con cui certi giorni non parli nemmeno. Dio, Dio, è l’altro nome che preme, Dio, se ci sei, ti prego. Atroce, lo schianto, i rottami che ruzzolano sulle rocce, e infine un assoluto silenzio.

Dormite in pace, ragazzi, biondi e tedeschi, eppure così uguali ai nostri figli. Ora sapete tutto. Ora sapete che Dio c’è davvero, e abbraccia più forte quelli che muoiono in una gita scolastica, strappati dal sonno, la faccia ancora da bambini.
Fonte: Quei ragazzi sull’Airbus – Tempi.it

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