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La storia di Caterina Morelli: come si vive (e si muore) da cristiani

Chi ha avuto la grazia di incrociare la vita di Caterina Morelli, di incontrarla in questi ultimi anni della sua giovane vita, non è riuscito a passare indenne da una attrattiva e fascino che la sua persona suscitava.
Infatti al suo funerale, celebrato sabato 9 febbraio alla Basilica della Santissima Annunziata, c’era davvero tanta gente, chi dice 1000, chi dice 2000. Poco importa i numeri, era un grande popolo che diceva grazie per aver incontrato Caterina, dispiaciuto della sua dipartita, ma grato e talmente grato da voler fare festa come in effetti è accaduto. Una celebrazione composta, sentita, ma anche festosa, calorosa, fino ai fuochi d’artificio per accoglierla all’uscita della Basilica. Suo marito Jonata, insieme ai due bellissimi figli Gaia e Giacomo, nell’immenso dolore che stavano vivendo, hanno voluto che il funerale fosse una festa, perché così voleva Caterina, non per dimenticare la morte, ma  perché Caterina ha vissuto la sua morte come un cammino verso la Gioia, verso quella Festa che non avrà mai fine. E nei giorni seguenti il funerale, a San Pietro a Careggi dove la salma ha sostato in attesa di riposare al cimitero di Brozzi, è stato un via via di persone che volevano salutarla ancora, pregare, raccontare, incontrarla, e così a San Donato a Livizzano domenica pomeriggio nella celebrazione della messa in suo suffragio. E tanti segnali portano a pensare che la storia di Caterina non è finita con la sua scomparsa.

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Chi era Caterina Morelli, e perché ha suscitato in vita e in morte tanta attenzione, tanta partecipazione, tanto affetto?
Giovane medico al Meyer, stimata e molto amata dai bambini, Caterina scopre nel 2012, appena sposata, quando è in attesa del suo secondo figlio, di essere affetta da un tumore molto aggressivo e esteso. Decide di portare avanti la gravidanza nonostante i rischi per la sua salute. Da quel momento sono passati 7 anni circa di lotta contro la malattia con riprese, recidive, fino alla sua fase finale di questi ultimi mesi.
Non ha smesso un minuto di vivere e di voler vivere con passione, con intensità, con gusto, tanto da stupire chi la conosceva e conosceva le sue condizioni. Fino alla fine ha voluto occuparsi della casa, dei suoi amati figli, ha vissuto tutto quello che poteva permettersi di vivere, e alla grande, persino un bagno al mare a ottobre scorso quando la malattia ormai la stava divorando. Due giorni prima di morire, ormai sfinita e incapace di muoversi ha voluto a tutti i costi mangiare un piatto di pasta alla carbonara!
Non ha smesso mai di lottare contro la malattia con tutte le cure del caso, non si è mai rassegnata, e infatti chiedeva continuamente e faceva chiedere a Dio la guarigione. Preghiere, gruppi Whatsapp, pellegrinaggi a Lourdes, Loreto, Medjougorie, all’Impruneta, all’Annunziata. Delle vere maratone di preghiera nelle quali ha coinvolto tante persone, tanti ammalati, tante persone bisognose, e un popolo di amicizie, di persone coinvolte nel suo stesso cammino.
Ma soprattutto non ha smesso un istante di chiedere la santità per sé e per la sua famiglia. Questa estate in una testimonianza ebbe a dire: «A me il Signore ha iniziato a chiedere tutto con l’inizio della vita della mia famiglia (…): l’offerta della nostra vita a Lui con il matrimonio, la diagnosi di malattia, la gravidanza di Giacomo durante i primi mesi di cura… da lì è stato un continuo di offerta, di domanda, di chiedermi cosa era più conveniente per me e i miei cari: resistere o cedere? Aspettare il mio o accogliere il Suo regno? Credere in quella promessa? Ecco che la santità per me è diventato un problema quotidiano, ma non per poter essere più pia e perfetta agli occhi del mondo (se qualcuno vuole fare a cambio con me con la mia condizione “privilegiata” di vita si faccia pure avanti che chiediamo al Signore un cambio!) ma per poter essere felice….».
Questa offerta di sé l’ha resa particolarmente amorosa e amabile. Il rapporto continuamente cercato, a volte sofferto, con il Signore Gesù attraverso i sacramenti, la preghiera, la vita comunitaria soprattutto con gli amici di Comunione e Liberazione, il rapporto con tanti sacerdoti che lei amava tantissimo, hanno affinato ed esaltato quello che la natura le aveva già offerto, ovvero la sua bontà, la sua generosità, la sua capacità di sacrificio, una grande amabilità. È capitato a tanti – anche al sottoscritto – di avvicinarsi a Caterina pensando di doverla in qualche modo confortare e aiutare e ritrovarsi invece travolti da una serenità, un amore, una dedizione e attenzione alla persona che lasciavano sconvolti.
In lei viveva e traspariva un grande mistero, una luce particolare, ma che lei sapeva bene individuare e segnalare: la presenza amorosa di Gesù nella sua vita che l’aveva invasa. Don Cristian Meriggi, amico di Caterina, che ha presieduto le esequie, nella sua omelia ha usato queste parole per descriverla: «una figlia di Dio così bella, così luminosa, così rifulgente il volto del divino e misericordioso Gesù».
Casa sua era diventata in questi ultimi tempi una sorta di santuario.
Tantissime persone che venivano a salutarla, a parlare con lei, a pregare, ad aiutare lei e la sua famiglia, a stare coi figli. Ma si capiva bene che era altro che dominava. La gente,  voleva vederla perché in lei, nel suo volto, nelle sue poche parole, stando con lei, vedeva Gesù, era toccata da Gesù, ravvisava la presenza di Gesù. Così, grazie anche alla sua meravigliosa famiglia che accoglieva con semplicità e gratitudine tutti, gli ultimi suoi dolorosi giorni e istanti, sono stati un anticipo di paradiso, qualcuno definendo quel luogo, quella adunanza di persone, quella incessante preghiera «un angolo di paradiso sulla terra». Chi c’era può testimoniare della strana atmosfera delle ultime sue ore: tutta la grande famiglia e decine di persone assiepate attorno al suo corpo morente ormai inerte; erano lì a pregare, ad ascoltare i salmi, a celebrare la messa, a cantare per ore e ore per accompagnare il suo ultimo viaggio come fosse l’entrata trionfale del vincitore della grande battaglia. E così è stato, un popolo che l’ha voluta scortare con l’affetto e la certezza della risurrezione fino al suo destino, fino alla soglia delle porte del paradiso ad incontrare il suo Signore.
Del resto lo avevamo tutti capito: Caterina era pronta, era serena, si era completamente consegnata, consegnando a Dio anche il suo più grande e ultimo cruccio, ovvero la vita e il futuro senza di lei di suo marito Jonata e dei suoi figli.
«La volontà di Dio rende tutto perfetto». Chissà dove aveva preso questa frase che lei utilizzava per vivere e che è sul «santino» del suo funerale? Non siamo riusciti a scoprirlo, ma di certo era vera per lei, era diventata carne in lei, tanto da trasfigurare tutta la sua persona e renderla in qualche modo «perfetta».
A noi ora rimane la dolcezza del suo volto e della sua persona, rimane una grande nostalgia della sua presenza che i bambini attorno alla sua bara durante il funerale hanno così spontaneamente espresso. Ma rimane soprattutto una strada, quella del suo «sì» a Gesù che ha reso la sua vita e la sua morte una cosa meravigliosa, desiderabile. Ci ha fatto vedere come si vive e si muore da cristiani, e ci ha fatto venire voglia di vivere e morire così, talmente è bello.

Fonte: Filippo BELLI | ToscanaOggi.it

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