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Fede e ragione siano una cosa sola

Giovanni Paolo II nella “Fides et ratio” indica i due pensatori come modello da seguire per conciliare il credere con la logica. Nel solco di una lunga tradizione teologico-antropologicaMolto li unisce, a cominciare dalla conversione, ma anche la certezza che la coscienza sia maestra di trascendenza La centralità della persona, non come soggettivismo, oltre le derive della postmodernità.

Per la prima volta si presenta, in Italia, un volume dedicato al pensiero di John Henry Newman e Edith Stein – e, soprattutto, alle ragioni storiche e teoriche che fondano la possibilità di un loro confronto. In questo senso, si è inteso aprire una pista di ricerca inedita, originale, i cui guadagni sono stati ottenuti in modo comunitario, grazie al contributo di autorevoli studiosi e studiose provenienti da numerosi Paesi del mondo. Nello sviluppare la propria riflessione, ciascuno ha messo in comune, con la propria esperienza intellettuale, anche i riferimenti peculiari dell’area filosofico-teologica e geografica di appartenenza, metafisica o fenomenologica, tomista o ermeneutica, personalista o analitica, di area angloamericana o tedesca, italiana o francese.

Perché Newman e Stein, insieme? Riflettendo sulla fecondità del rapporto tra filosofia e parola di Dio, nell’Enciclica Fides et ratio – subito dopo la menzione dei Padri della Chiesa, dei Dottori medievali e insieme ad Antonio Rosmini, Jacques Maritain ed Étienne Gilson per l’ambito occidentale, e Vladimir S. Solov’ëv, Pavel A. Florenskij, Petr J. Caadaev e Vladimir N. Lossky per l’area orientale – Giovanni Paolo II si riferiva proprio a John Henry Newman e Edith Stein quali modelli paradigmatici, «esempi significativi di un cammino di ricerca filosofica che ha tratto considerevoli vantaggi dal confronto con i dati della fede. Una cosa è certa: l’attenzione all’itinerario spirituale di questi maestri non potrà che giovare al progresso nella ricerca della verità e nell’utilizzo a servizio dell’uomo dei risultati conseguiti» (§ 74).

Sono trascorsi quasi vent’anni da questa affermazione densa e importante, capace di intus legere il valore teoretico e la forza della testimonianza di alcune tra le figure più rappresentative della modernità e della contemporaneità in merito alla circolarità di ragione e rivelazione. Con questo volume, abbiamo voluto raccoglierne l’intenzione e l’esortazione, rispondendo a un’istanza inaggirabile: «C’è da sperare che questa grande tradizione filosofico-teologica trovi oggi e nel futuro i suoi continuatori e i suoi cultori, per il bene della Chiesa e dell’umanità» (§ 74). Innanzitutto, perciò la conoscenza della testimonianza di Newman e Stein come condizione essenziale per convertirla in progetto del presente per il futuro, sia nella ricerca sistematica sia nella pratica educativa e formativa.

La centralità del pensiero di Stein e Newman per la Chiesa cattolica è attestata dalla canonizzazione, nel 1998, dell’una (santa Teresa Benedetta della Croce) da parte dello stesso Giovanni Paolo II, che l’anno seguente la nominò anche «compatrona d’Europa» accanto a santa Caterina da Siena e a santa Brigida di Svezia; e, nel 2010, dalla beatificazione dell’altro, da parte di papa Benedetto XVI, grande estimatore del suo pensiero.

La cifra speculativa del loro lascito intellettuale emerge nel volume degli Atti del Convegno Internazionale Maestri perché testimoni. Pensare il futuro con John Henry Newman e Edith Stein (19-20 gennaio 2017), promosso dall’Istituto Universitario Salesiano di Venezia e dalla Pontificia Università Lateranense, con la collaborazione dell’International Centre of Newman Friends di Roma e la condirezione scientifica di Michele Marchetto, docente di Antropologia filosofica, e di Patrizia Manganaro, docente di Storia della filosofia contemporanea.

Le traduzioni in lingua tedesca delle opere di Newman, che Edith Stein ha compiuto negli anni Venti sotto la guida del padre gesuita Erich Przywara, costituiscono un elemento oggettivo che, pur giustificando l’accostamento tra i due grandi pensatori, è ancora da approfondire e studiare, tanto nelle ragioni che lo motivano dall’interno, quanto nell’impatto che provoca all’esterno, nell’attuale panorama filosofico europeo e occidentale.

L’obiettivo del Convegno internazionale è stato quello di elaborare una ricerca nuova, quasi del tutto inesplorata in Italia come nel resto del mondo. Attraverso un accurato lavoro di ricognizione sulle fonti, si sono ripercorse le fasi salienti di un’avventura intellettuale e spirituale che si muove tra la solidità della tradizione e la dinamicità dell’innovazione. Le indagini di Newman e Stein sulla coscienza e sulla formazione della persona umana, per esempio, hanno consentito l’elaborazione di una antropo-logica non disgiunta da una teo-logica; proprio così, l’idea di Universitas studiorum è stata concepita quale luogo della cultura della qualità e dell’universalità del sapere, che concerne la ricerca e la testimonianza della verità nel superamento della mera erudizione o istruzione. Secondo Newman, «l’Università è un luogo del convenire […]. Per natura, grandezza e unità vanno insieme; l’eccellenza implica un centro. E tale è l’Università […]. È una sede della sapienza, una luce del mondo, un ministero della fede, un’Alma Mater della generazione nascente».

Gli fa eco Edith Stein che, nell’autobiografia intellettuale, annota a proposito dell’Università di Breslavia, sua città natale: «Nell’Università vedevo veramente [wirklich] la mia alma mater, sicché fu una grande gioia [eine große Freude] per me partecipare al suo giubileo».

Newman e Stein hanno condiviso l’idea di essere umano e la pratica dell’umano come relazione personalistica all’essere. Se l’integralità del loro umanesimo ruota attorno alla nozione di “formazione” – un binomio linguistico rilevante: rispettivamente, educationeBildung –, numerose altre sono le affinità che li legano e che questo volume significativamente rintraccia, incardinandole nell’orizzonte dell’oggi: il percorso intellettuale e spirituale segnato dalla conversione; la certezza che la coscienza sia maestra di Trascendenza; il servizio e il dono di sé alla Chiesa; la centralità della dimensione personale, concreta, viva e soggettiva, che non si riduce tuttavia al soggettivismo autoreferenziale, ma si apre alla Trascendenza che in essa dimora pur senza esaurirvisi; l’elaborazione di una filosofia in prima persona, che supera le derive della modernità, la frammentazione della contemporaneità e la liquidità della cosiddetta postmodernità; il legame di logos e testimonianza, di pensiero e azione, di intenzionalità e performatività, come si potrebbe anche aggiungere, utilizzando una dizione attuale e per molti versi illuminante; la raffinatezza intellettuale, con quelle istanze di filosofia morale e civile che denotano una peculiare sensibilità rispetto ai temi del rapporto intra e interpersonale, dei legami sociali e associativi, dell’educazione e della formazione dei giovani, dell’idea di popolo e di comunità versus i processi di massificazione e omologazione; l’approccio filosofico al significato dell’esperienza religiosa, spirituale, sacramentale e mistica; e ancora, come si rilevava sopra, l’idea centrale diUniversitas nella proficua sintesi di filosofia e teologia, ragione e Rivelazione, in vista del sapere universale.

Fonte: Avvenire.it

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