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Il carcere come laboratorio del terrorismo

In preda al terrore più cupo, quello che non permette all’uomo di sentirsi più sicuro neanche dentro le mura di casa propria. Non potrebbe essere altrimenti: prevedere l’imprevedibile è sempre la più ardita tra le cose possibili. E’ il volto di Parigi che in questi giorni somiglia ad una donna abbindolata e tradita, forse anche raggirata: è il volto dell’Europa che, pur madre e maestra, fa i conti con le bizzarrie di alcuni tra i suoi figli. S’accorge che maternità e ospitalità sono sempre passibili di tradimenti e brutture: amare è pur sempre rischiare di non essere amati. Ogni madre questo lo sa: gli altri lo capiranno.
Nel mezzo di questa faccenda, un particolare luccica: Chérif Kouashi, uno dei due fratelli accusati della strage di Charlie Hebdo, «uscito dal carcere di Frènes, era cambiato sia fisicamente sia nel carattere» ha sottolineato il suo avvocato, lo stesso che l’ha definito «un apprendista perdente». Probabilmente uno sbandato di periferia, sognatore in una sperduta banlieue parigina, uno tra mille. Quel particolare del carcere, però, va soppesato: è stato nell’ozio della galera che un semplice sbandato di periferia è diventato un terrorista con addosso sogni di gloria e profumi di martirio. Dalla cella di una galera al terrore in una capitale il passo è stato brevissimo. Forse prevedibile, certamente agghiacciante. Victor Hugo, il genio che partorì I miserabili, scrisse narrando proprio della periferia parigina: «Si può sognare qualcosa di più terribile di un inferno dove si soffra, ed è l’inferno dove ci si annoia». L’inferno del carcere, per l’appunto: laddove la noia favorisce l’ozio, l’ozio crea combriccola tra gli oziosi, gli oziosi s’affastellano tra di loro per portare a sé il maggior numero di adepti. Che poi sia a favore di un’associazione criminale di ambito nazionale o di una guerra del terrore a raggio universale non cambia assolutamente nulla: distrarsi oggi può significare morire domani. Dannarsi per una disattenzione colpevole.
Curare, dunque, le carceri – i luoghi più dimenticati quando un’emergenza incombe – mentre il mondo intero invoca senso di protezione e urla la sua voglia di sicurezza sembra “tempo perso”. Ci sono cose che sembrano più urgenti da correggere: trattati e convenzioni, concordati e sanzioni, frontiere e rimpatri. Eppure, per combattere il terrorismo, occorrerebbe vigilare sopratutto nelle carceri che, proprio perchè dimenticate, sono il luogo prescelto dal male per ingrossarsi, ingrassarsi e fare lo spavaldo. Per affinare le menti, indottrinare le teste e ubriacare i cuori. A chi varca le sbarre della galera viene tolto tutto: gli rimane, però, il tempo addosso. Dosi di tempo eterne, infinite, mastodontiche. Quel tempo, investito, diverrà salvezza: per se stessi e per la società. Quel tempo, lasciato in balia dell’ozio, si farà terra a disposizione del male e della malvagità: quando la disperazione sbadiglia, il lutto si veste a festa. Perchè dove lo stato manca, non rimane il vuoto. Saranno altri a trasformare quel vuoto in una polveriera incustodita: dietro la nascita di ogni associazione criminale c’è un vuoto non curato, che certuni s’appropriano per rendere edificabile.
Bruciare le galere: a che servirebbe, dunque, catturare vivi i terroristi? Svuotare le carceri: a cosa varrebbe l’abnegazione di chi, vestito di una divisa, rischia la vita per salvare la sicurezza? Dimenticare le galere: in tempo d’emergenza è come dare da mangiare ad un coccodrillo supplicandolo di divorarci per ultimi. Rimane il più assurdo tra i pensieri possibili: vigilare sulle carceri. Lavorando sul tempo: con la manualità, col pensiero, con l’attività. Abitando quelle vallate di morte per cercare di risvegliare la vita: condannarle al dimenticatoio è distrarsi pesantemente. Col rischio immane d’essere un giorno attori di uno spettacolo che, ignorandolo, abbiamo messo in scena noi stessi.

Fonte: (da Il Mattino di Padova, 11 gennaio 2015) | in Sulla strada di Emmaus – Marco POZZA

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