«Siamo alla fine della cristianità», titolava il Corriere della Sera alcuni giorni fa, riprendendo un intervento del card. Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana. Viene un po’ da sorridere, pensando da quanti decenni si parli della fine della cristianità fra i cattolici (e non solo), come ha fatto notare lo stesso cardinale, il quale ha opportunamente detto anche che fine della cristianità non significa fine del cristianesimo.
Ma vogliamo provare a mettere un po’ d’ordine in questo dibattito confuso e spesso fuorviante?
La cristianità non è il cristianesimo, ma una sua espressione storica. Di cristianità ce ne sono state diverse, in Oriente e in Occidente, ma quella a cui normalmente si fa riferimento è il frutto della prima evangelizzazione, che dopo l’Editto di Milano del 313 permise alla Chiesa di annunciare il Vangelo liberamente nei confini dell’impero romano. Da questa predicazione nacque una cultura, cioè un giudizio sulla realtà della vita anche pubblica dei popoli, che arrivò a “toccare” le istituzioni. E’ nata così una civiltà: prima l’impero romano cristianizzato, poi la cristianità medioevale, una civiltà cristiana occidentale che durerà circa un millennio, da Costantino allo “schiaffo di Anagni” (1303), evento che certificò, secondo una certa interpretazione storica, un dissidio “ideologico” fra Chiesa e potere politico.
Questa «società a misura d’uomo e secondo il piano di Dio», per usare l’espressione di san Giovanni Paolo II, non è l’unica possibile e non è stata priva di colpe anche gravi, ma ha comunque impresso i valori evangelici nella cultura, nell’arte, nella carità, in generale nella vita quotidiana.
Qualcuno però l’ha contestata, anche all’interno della Chiesa, rifiutando l’idea stessa di “Chiesa costantiniana”, troppo vicina al potere politico, auspicando invece una Chiesa come “separata” dalla storia.
Così, questi cattolici ostili all’idea di cristianità non hanno apprezzato il grande sforzo operato dalla Chiesa, in primis dal suo Magistero, per difendere e riconquistare il consenso perduto, opponendosi al processo di scristianizzazione messo in atto da forze anti-cristiane durante l’epoca delle ideologie (1789-1989).
Una cosa detta dal card. Zuppi è certamente vera: quella cristianità non c’è più e non da oggi. Lo ha scritto ripetutamente il Magistero almeno da Pio XII, sforzandosi di imprimere nel vissuto delle comunità cristiane uno spirito missionario, che sta alla base della “nuova evangelizzazione” per riportare la centralità del Vangelo nella vita dei popoli scristianizzati. Questa consapevolezza è importante, perché è la base di quello che tutti i pontefici chiedono da prima della Seconda guerra mondiale e, in modo particolare, ha chiesto la Dichiarazione Apostolicam actuositatem sull’apostolato dei laici (1965): la consecratio mundi, o se preferiamo l’«animazione cristiana dell’ordine temporale».
Quindi, ricapitolando: la cristianità non c’è più, ma rimane il cristianesimo, seppure minoritario, e rimane la Chiesa, diversa e uguale a quella medioevale e anche a quella del Concilio di Trento (1545-1563). Quest’ultima, in particolare, era la Chiesa fondata sulla parrocchia guidata da un sacerdote (qualcuno l’ha definita una “civiltà parrocchiale”), mentre oggi il Magistero chiede (senza molto ottenere) il coinvolgimento dei laici e soprattutto lo sforzo per fare penetrare il Vangelo fra “i lontani”, fra coloro che per diversi motivi non frequentano la Chiesa, che non sono più gli avversari dell’epoca delle ideologie, ma semplicemente il triste e drammatico risultato di una secolarizzazione sempre più selvaggia.
Ecco allora che la strada è indicata: la nuova evangelizzazione, che presuppone una Chiesa missionaria, composta anche e soprattutto da laici formati, per i quali il Catechismo della Chiesa Cattolica non sia un oggetto con cui riempire le librerie, ma qualcosa da leggere e studiare, perché altrimenti non saremo in grado di «rendere ragione della speranza che è in noi» (1Pt 3,15).
L’esito di una nuova evangelizzazione è nelle mani di Dio, ma essa certamente prevede anche la diffusione della dottrina sociale della Chiesa, attraverso cui la fede diventa cultura e può dare vita a una nuova cristianità, alla «civiltà della verità e dell’amore» ripetutamente evocata dai Papi. Quali poi potrebbero essere le caratteristiche di questa cristianità non è dato sapere: certo, sarebbe assurdo non tenere conto di tutto quello che è successo nei secoli della modernità: il pluralismo religioso dopo gli spostamenti delle popolazioni, la diffusione e il fallimento delle ideologie, la secolarizzazione dei costumi, le tossine lasciate dalla “dittatura del relativismo”. Eppure, Dio è più grande rispetto al tanto male che è stato diffuso, e gli uomini possono sempre convertirsi, sollecitati dalla Grazia e in seguito a una proposta seria e affascinante.
Ma credo sia proprio questo il punto: siamo convinti e siamo preparati per fare questa proposta, oppure siamo succubi del “pensiero dominante”, che ci vuole sottomessi al “politicamente corretto” al punto dall’avere dimenticato la bellezza del nostro patrimonio cristiano?
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