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Quale Europa, dunque?

Questo mio intervento conclusivo del dibattito sul tema “Europa sì, ma quale Europa?” non può né intende essere una replica. L’ampiezza e la varietà degli interventi e l’autorevolezza degli intervenuti non me lo consentono. Lo si intenda soprattutto come una mia riflessione sullo spunto degli interventi pervenuti.

Ciò premesso affermo in primo luogo la necessità che l’Ue si fondi su una Costituzione votata da un’Assemblea Costituente. Si licet parva componere magnis, l’Europa ha bisogno di un Big Bang. E questo Big Bang non può che essere l’elezione a suffragio universale diretto di un’Assemblea Costituente, votata con l’unico compito di decidere quale forma democratica l’Unione europea debba avere; e di fissarla in una legge fondamentale. Tale elezione, diversamente da quelle dell’Europarlamento, non potrebbe venire piegata a fini di politica nazionale. Partiti ed elettori sarebbero finalmente impegnati se non costretti a pensare, a proporre, a discutere di Europa. Confido che si andrebbe ben oltre quel 50% di partecipazione registrato nel 2019, segno di una cittadinanza fredda, che Lorenzo Castellani ci ha ricordato. Garantirebbe quella maggior legittimazione popolare che giustamente Antonio Magliulo auspica.

Un’Assemblea Costituente spazzerebbe via una volta per tutte «l’idea verticista, top-down, scarsamente democratica dell’integrazione europea che ha fatto sì che tutto il dibattito sul futuro dell’Europa fosse una questione da regolare al vertice (…)». E che è stata vista, come osserva Danilo Taino «soprattutto nei Paesi politicamente più deboli, come un’ideologia dalla quale non si poteva uscire (con il risultato di avere favorito un non insignificante antieuropeismo)».

Un’Assemblea Costituente consentirebbe ipso facto un grande balzo in avanti rispetto ai pochi e confusi passi avanti in tema di democraticità dell’Unione che Federico Ottavio Reho ci ha ricordato. Consentirebbe di mettere subito mano a quelle “altre riforme” che, come egli ricorda, «sono e saranno necessarie». Potrebbe inoltre procedere sulla via del federalismo che Claudio Martinelli auspica, ma avrebbe spazio per imboccare la strada del federalismo autentico, non di ciò che attualmente si spaccia con tale parola in sede di Unione Europea, ossia nella sostanza un centralismo di matrice francese mascherato da una pseudo “sussidiarietà” capovolta.

Mi è corso un brivido lungo la schiena rileggendo qualche tempo fa nell’editoriale di Mario Monti, che il Corriere della Sera pubblicò il 2 gennaio 2002 a commento dell’esordio dell’euro, questa affermazione: «La moneta che chiamiamo euro è solo la parte più visibile di una sorta di costituzione economica e finanziaria (Trattato di Maastricht, Patto di Stabilità) (…)». Una frase che la dice lunga su quale costituzione le élites che dominano a Bruxelles hanno voluto e sin qui ottenuto per l’Ue. Questa deriva deve a mio avviso venire finalmente contrastata.

Ritengo che il principio, affermatosi nel Diciannovesimo secolo, secondo cui le costituzioni democratiche devono essere decise dai cittadini attraverso loro rappresentanti, e non concesse dai sovrani, sia un traguardo raggiunto da cui non si può tornare indietro. Questo, a mio avviso, è qualcosa che sta a monte di tutto ciò che si può dire al riguardo. E in ogni caso sta a monte di tutto ciò che scrivo in questo intervento conclusivo del confronto di idee sviluppatosi sullo spunto del mio testo di apertura del quale, oltre agli interventi scritti apparsi su Lisander, fa parte a pieno titolo anche la tavola rotonda che ha avuto luogo lo scorso 27 maggio a Milano nella sede dell’Istituto Bruno Leoni con la partecipazione di Marco Invernizzi, Sergio Scalpelli e Serena Sileoni.

Ritengo che, ponendo mano a una sua costituzione, occorre domandarsi in primo luogo quale può e deve essere il compito essenziale dell’Unione europea per quanto concerne sia l’Europa stessa che il resto del mondo. A questa domanda trovo convincente la risposta del filosofo e teologo italo-tedesco Romano Guardini: domare il potere. Il che, osservo, significa in primo luogo frazionarlo rigorosamente.

In sé il potere non è né buono né cattivo – osserva Guardini – ma riceve il proprio senso soltanto dall’uso che se ne fa. Maggiore è il potere, maggiore è comunque la responsabilità dell’uomo; e nell’epoca moderna il potere che la scienza e la tecnica hanno posto nelle sue mani è enorme. In un magistrale discorso del 1962 Guardini dice: «L’Europa ha creato l’età moderna, ma ha tenuto ferma la connessione col passato. Perciò sul suo volto, accanto ai tratti della creatività, sono segnati quelli di una millenaria esperienza. Il compito riservatole, io penso, non consiste nell’accrescere la potenza che viene dalla scienza e dalla tecnica – benché naturalmente farà anche questo – ma nel domare questa potenza. L’Europa ha prodotto l’idea di libertà – dell’uomo come della sua opera; ad essa soprattutto incomberà, nella sollecitudine per l’umanità dell’uomo, pervenire alla libertà anche di fronte alla propria opera. (….) Nell’Europa l’uomo si è caricato di un’incalcolabile colpa verso l’uomo, ha prodotto incommensurabili sventure». Perciò, osserva, è in grado di dare una risposta al problema «e non solo come problema teoretico, ma anche come questione della condotta di vita reale»*.

In questa prospettiva non si può più pensare ad un’Unione europea che consista soltanto sul piano economico e monetario, come ci siamo potuti permettere finché grazie alla Nato siamo stati sotto protezione militare americana. Oggi, mentre la protezione americana è al tramonto, l’Unione scopre di essere un gigante economico ma un nano politico: quindi una potenziale preda. Se perciò deve assumere, come è divenuto urgente, una dimensione politica proporzionata alla sua dimensione economica, l’economia non basta più. Ben diversamente da quanto immaginarono gli autori del progetto di Costituzione del 2003, occorre a tal fine non sommergere ma anzi far riemergere le radici europee nel loro mirabile intreccio di apporti classici, giudaico-cristiani, dei Lumi e così via. Tutto ciò che, quando ad esempio ci troviamo in altri continenti, ci fa sentire, in quanto europei, simili e tra di noi prossimi. E fondare su questo l’Unione, lasciando intatte, e libere nel loro ambito, le nazioni e le appartenenze nazionali.

Sono convinto – per averli visti più volte riemergere durante mie passate esperienze di giornalista inviato in situazioni di crisi e di catastrofe – che tuttora sotto la superficie dell’Europa scorrano fiumi sotterranei di spiritualità e di grande energie positive, deposito principale del processo plurimillenario cui accenna Diana Thermes. Perciò mi attendo non solo dalle élites dei maggiori Paesi europei di cui parla Angelo Panebianco, ma anche dalla gente comune di ogni parte d’Europa il riconoscimento della comune appartenenza e la costruzione del nuovo patto politico che oggi urge perché è vero, come scrive Mario Mauro, che l’Europa è la sola grande entità che nello scacchiere globale possa parlare non il linguaggio dello status quo ma quello del futuro.

Questa affermazione di Mauro mi ha richiamato alla memoria una conversazione molto interessante che ebbi molti anni fa a Lima, con un uomo di pensiero peruviano di grande acutezza. Passati in rassegna i problemi del momento, difficili allora come adesso, dopo esserci trovati d’accordo che la questione era al fondo prima di tutto culturale, al momento del “e quindi?” mi disse: «E quindi siete voi in Europa che dovete innanzitutto farvene carico perché è l’Europa il campo decisivo di ogni battaglia culturale».

Anch’io, come Alberto Mingardi, non considero una cattiva notizia il fatto che non esista una nazione europea. Non credo però nemmeno che ciò ci impedisca di pensare ad un’autentica Unione europea. L’Europa è un’appartenenza comune nelle differenze, non unità e uniformità. E su questo si può costruire un’Unione fondata su un popolo di popoli, una Vaterland che non c’entra e non mette in discussione le nostre rispettive Heimat, che poi spesso non coincidono con gli attuali stati nazionali.

Giustamente, a mio avviso, osserva Giovanni Cominelli che «il modello dello Stato-nazione non è l’unico possibile. Sono esistiti Imperi multinazionali, tra cui quello austro-ungarico, in cui le identità nazionali e religiose hanno potuto fiorire. Questo “impero” oggi può essere l’Unione europea federale, come unione di scopo, centrata sulla politica estera, sulla difesa, sulla moneta. Ma lo scopo non è affatto contingente: è la difesa delle libertà, dello Stato di diritto, della democrazia liberale. Al di là delle singole tradizioni e identità nazionali i Paesi europei hanno un motore comune: le libertà. Questa è l’identità europea, comune a tutti i Paesi, prodotto del substrato profondo cristiano, illuministico, liberale». Per parte mia, aggiungerei come modello da studiare attentamente anche quello della Svizzera che, malgrado dopo i trattati di Westfalia abbia dovuto accettare di essere considerata uno Stato in sede internazionale, al proprio interno non lo è.

Pensare a una Costituzione dell’Unione europea non solo non calata dall’alto ma basata sulla storia e non su una filosofia (come fu quella proposta nel 2003 e poi bocciata) significa beninteso tener conto della storia europea dalle sue origini fino al passato recente. Quindi è chiaro che l’Assemblea Costituente che mi immagino, pur segnando un nuovo punto di partenza, non potrebbe realisticamente ignorare tutto ciò è stato costruito dal 1957, quando venne fondata la CEE, in poi. Non ignorarlo tuttavia non significa in ogni caso farlo comunque procedere in altra veste.

Pensare a una Costituzione dell’Unione europea non significa, ribadisco, che l’Unione debba essere una federazione come quelle già esistenti. Può darsi che si approdi a qualcosa di nuovo nel suo genere, come d’altro canto le istituzioni europee sono sempre state sin dalla loro nascita. L’importante è che l’Unione rinasca per volontà popolare e non più per trattati. Si eleggono i governi perché governino, non perché scelgano di cedere a qualcun altro il potere che hanno direttamente o indirettamente ricevuto dai loro elettori.

Sul piano dei meccanismi istituzionali ciò implica, a mio avviso, il superamento del modello francese, cui si riferirono sia i giuristi a servizio di Jean Monnet che, successivamente, quelli al servizio di Jacques Delors, in forza del quale si presume un primato del potere pubblico rispetto al cittadino, ossia alla persona umana. E tra competenze proprie, competenze condivise, atti di indirizzo e raccomandazioni, il potere centrale – oggi la Commissione – tende a ridurre gli Stati membri a delle specie di sue prefetture.

Occorre quindi una Costituzione europea la quale sancisca e rispettivamente istituisca:

1. Un esplicito riconoscimento del primato della persona e della società civile rispetto alle istituzioni politiche;

2. Un Europarlamento eletto come l’attuale ma con pienezza di poteri di controllo della spesa, e con iniziativa legislativa;

3. Una Camera di revisione in cui siano rappresentati gli Stati membri;

4. Un organo di governo centrale eletto direttamente del popolo europeo, popolo di popoli;

5. Competenze totalmente e precisamente distinte tra Unione e Stati membri;

6. Un’Alta Corte nominata in modo paritetico dall’Unione e dagli Stati membri.

 

* Discorso dopo il conferimento del “Praemium Erasmianum”, Bruxelles, 28 aprile 1962, in R. Guardini (2024), Europa. Compito e Destino, Morcelliana, Brescia.

Fonte: Robi Ronza | Lisande.com

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