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Il parrino

Il 15 settembre di 30 anni fa, nel giorno del suo 56° compleanno padre Pino Puglisi fu ucciso dalla mafia con un colpo di pistola alla nuca. Era il professore di religione del mio liceo, il Vittorio Emanuele II di Palermo, e stava per noi cominciando il quarto anno. Quel mercoledì 3P, questo il suo soprannome tra i ragazzi, si era recato per l’ennesima volta in Comune per chiedere la bonifica dei sotterranei dei palazzoni di via Hazon, nel quartiere di Brancaccio, di cui era parroco. Quei locali erano teatro di duelli mortali tra cani su cui scommettere, spaccio e prostituzione minorile gestiti dalla mafia. 3P insisteva perché i locali venissero liberati e destinati alla grande assente del quartiere: la scuola media. Ho sempre visto nel gesto di bussare alle porte dell’amministrazione pubblica uno dei punti fondamentali del suo testamento. La mia vita e quella di tanti coetanei, ha uno spartiacque, prima e dopo la morte di 3P e se ho deciso di fare l’insegnante lo devo in gran parte a lui, come ho cercato di narrare nel romanzo «Ciò che inferno non è». Oltre ad andare in Comune, quel giorno si dedicò in vari modi alle persone della parrocchia e del quartiere. Verso sera, rincasando, in attesa di festeggiare il compleanno con amici e parenti, gli spararono. Perché un sacerdote era così pericoloso per la mafia che l’anno prima aveva eliminato Falcone e Borsellino?

 

Quando hanno chiesto al suo sicario, divenuto collaboratore di giustizia, il motivo dell’assassinio la risposta è stata: «Si portava i picciriddi cu iddu». Infatti don Pino aveva fatto aprire un centro accanto alla parrocchia di san Gaetano per permettere ai bambini e agli adolescenti del quartiere di giocare, studiare, stare insieme. Aveva chiamato il centro «Padre nostro» per scardinare dalle teste e dalle strade l’idea del padre come «padrino». Nel dialetto della mia città «u parrinu» è sia il padrino sia il sacerdote: un piccolo padre. Lui era proprio piccolo, aveva solo cuore e orecchie molto grandi, per ascoltare tutti, e un sorriso disarmante che incrociavo nei corridoi della mia scuola, un sorriso che accordava sempre, anche quando era stanco e preoccupato, alle nostre vite, che per lui, per quanto acerbe, erano vite su cui valeva la pena gioire, sempre. Al centro «Padre nostro», dove 3P portava gli studenti del suo liceo a dare una mano, i ragazzini del quartiere trovavano un’alternativa alla scuola della strada, che a Brancaccio aveva come maestri i picciotti mafiosi, eroi brillanti e da emulare con le loro armi e i loro soldi. La strada era il vivaio dell’esercito mafioso. Per questo 3P era pericoloso quanto Falcone e Borsellino, perché, con mezzi diversi, erodeva ciò di cui la mafia ha bisogno: il consenso. Don Pino faceva sperimentare ai giovanissimi l’unica cosa che dà il coraggio della libertà: la bellezza. Dove non c’è bellezza non c’è speranza di cambiare la realtà, la bellezza, fosse anche solo quella di un campetto di calcio in terra con le linee ben tracciate, è ciò che permette di sentire la differenza e poi di fare la differenza. E il potere non sopporta di essere messo in discussione perché la mancanza di consenso lo fa crollare, quindi il controllo del territorio è tutto. E così 3P con la sua preghiera, la celebrazione dei sacramenti, le gite al mare, i tornei di calcio, il doposcuola… era pericoloso. Non voleva essere definito prete anti-mafia, perché diceva che il suo compito era essere come Cristo, essere pro, anti nessuno, permettere a tutti di cambiare, anche a costo di rimetterci in prima persona. E Cristo finì male, proprio perché osò mettere in discussione il potere, religioso e politico, che opprimeva la gente e che, temendo di perdere il consenso, lo fece fuori come un delinquente. Cristo aveva detto «lasciate che i bambini vengano a me», il programma che don Pino ha realizzato sino all’ultimo giorno della sua vita, andando a chiedere alla sorda burocrazia statale che quella vita più bella e libera venisse mostrata non solo in un piccolo centro parrocchiale, ma in una scuola per i ragazzini del quartiere. Sapeva bene che è con l’educazione che si cambiano le cose, persino un quartiere in cui quegli scantinati non venivano sgomberati e quella scuola non veniva costruita perché politici e mafiosi erano conniventi. Poco prima che cominciasse quell’anno scolastico di 30 anni fa don Pino, provato dalla situazione che stava sostenendo tra minacce, vandalismo e percosse, aveva chiesto una riduzione di orario. Il preside lo convinse a mantenere le classi che aveva: gli studenti ne avevano bisogno. Ma quell’anno non varcò mai le porte di quella scuola che potete vedere accanto alla bella cattedrale normanna della città, dove è custodito il suo corpo in un sarcofago a forma di spiga. Per questo quando all’inizio di ogni anno scolastico leggo sulle pagine dei giornali la solita nauseante storia dei precari, delle migliaia di cattedre scoperte, del sostegno per i fragili che o non c’è o cambia continuamente, dell’edilizia scolastica inadeguata e brutta, penso a 3P che quella mattina del 1993, prima di morire, aveva bussato invano per l’ennesima volta alle porte del Comune per chiedere di aprire una scuola e proteggere i bambini dalla legge della strada. I lavori di bonifica degli scantinati sono stati fatti nel 2005, mentre la scuola media di Brancaccio è stata inaugurata a gennaio del 2000 e intitolata a 3P. Molte cose nel quartiere sono cambiate grazie alla sua eredità: tanti di quei bambini, ora adulti, portano avanti la sua opera. Altrettante non sono cambiate, perché le cose cambiano quando cambiano le persone e le persone cambiano solo quando sono amate, come dice il poeta Ezra Pound: «Ciò che sai amare rimane/ il resto è scoria/ Ciò che tu sai amare non sarà strappato da te/ Ciò che tu sai amare è la tua vera eredità» (Cantos, LXXXI).

Fonte: Alessandro D’AVENIA | Corriere.it

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