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Cherofobia: la rinuncia preventiva alla felicità

Siamo davvero felici o abbiamo paura di esserlo? Ecco che cos’è la cherofobia

La “cherofobia” è la moderna inquietudine che attanaglia il genere umano, a livello mondiale, in cui si rinuncia a essere felici per la certezza di incorrere nell’infelicità. La “paura della felicità”, dunque, consiste nell’evitare le situazioni che possano recare gioia. Il termine deriva dai lemmi greci “kàiros” (gioia, tempo propizio) e “phòbos” (paura). La felicità è avvertita solo come un presagio che possa finire ed essere, inevitabilmente, compensata da un evento negativo.

“È troppo bello per essere vero” non è più un modo di dire per sottolineare l’importanza di un evento felice ma è l’assenza, sistematica, di volontà nell’assaporare e vivere delle situazioni piacevoli, nel non godere della vita concessa. Si tratta di una tematica antica: diverse correnti filosofiche, occidentali e orientali, hanno cercato di sviscerare l’origine e di trovare una soluzione, sia da prospettive laiche sia dal punto di vista religioso. Secoli di progresso e di teleologica visione del futuro sembrano, tuttavia, lasciare ancora molte persone nell’incubo di osare a provare felicità.

L’insegnamento introspettivo socratico identificava la virtù con la felicità; individuava il raggiungimento della prima come la perfezione morale e, quindi, la gioia, l’inevitabile conseguenza di provar soddisfazione per l’obiettivo raggiunto. Aristotele considerava la felicità come la virtù e la contemplazione del divino che è nell’individuo, frutto del compimento delle attitudini personali e risultato del grandissimo valore attribuito all’amicizia, al prossimo considerato come un altro se stesso. Non a caso, una visione nichilista, quella di Sartre, che non vedeva senso nella realtà e considerava l’uomo come una “passione inutile”, il punto di partenza è, invece, giudicare gli altri come un “inferno”, evitando il più possibile l’alterità. La cultura occidentale non ha nascosto riferimenti al soddisfacimento materiale come fonte del benessere ma una visione epicurea del piacere e della felicità, evidentemente, non ha convinto del tutto.

Se, nella prospettiva cristiana, la felicità è il bene prezioso del percorso umano verso la redenzione e la salvezza, per alcuni si tratta proprio del contrario: una sorta di induzione al male, per se stessi e per gli altri. Identificare la felicità con il peccato equivale, invece, a una considerazione parziale ed errata, poiché i due ambiti non coincidono necessariamente, a meno che la prima sia raggiunta con mezzi machiavellici o eticamente scorretti.

Nella veglia di preghiera del 19 agosto 2000, in occasione della XV Giornata Mondiale della Gioventù, San Giovanni Paolo II ricordò “In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna”.

Nel libro “Il coraggio di essere felici” (sottotitolo “L’autentico cambiamento è nelle nostre mani”), pubblicato da “De Agostini” nel marzo dell’anno scorso, gli autori, i giapponesi Ichiro Kishimi (filosofo) e Fumitake Koga (saggista), spiegano come le problematiche esistenziali di un giovane allievo saranno sanate dal maestro, attraverso l’invito a una vita felice di cooperazione ed empatia con il prossimo, in modo completamente disinteressato.

Il World Happiness Report è una ricerca commissionata dall’Onu che, incrociando interviste e indici quali il reddito pro capite, la sicurezza finanziaria, l’aspettativa di vita, fornisce un quadro sulla felicità percepita. Il sito idealista.it, specializzato nella pubblicazione di annunci e informazioni immobiliari, il 23 marzo scorso ne riportava un estratto significativo “La felicità globale raggiunge un punteggio medio di 5,6 punti, appena un decimo di punto percentuale in più rispetto al 2021. Per questo motivo, pur tenendo conto dell’impatto della pandemia sulle società di tutto il mondo e dell’aumento del costo della vita, dell’impatto della guerra in Ucraina, con l’inizio del conflitto alla fine di febbraio di quest’anno, non ci sono stati particolari scossoni in questo indice di felicità a livello globale. Per il quinto anno consecutivo la Finlandia (7,8 punti) si conferma il Paese con i cittadini più felici del pianeta. E ancora una volta seguono altri Paesi nordici come la Danimarca e l’Islanda (entrambi con 7,6 punti). A seguire anche la Svizzera (7,5) e tre nazioni a pari merito quali Olanda, Norvegia e Svezia (tutte e tre con 7,4 punti). Al di fuori dell’Europa, i Paesi più felici sono Israele (7,4 punti), Nuova Zelanda (7,2), Australia (7,2), Canada e USA (7 punti). […] L’Italia resta in una posizione intermedia con i suoi 6,5 punti, a pari merito con la Spagna e leggermente al di sopra del Portogallo (6), ma al di sotto della Francia (6,7) e del Regno Unito (6,9). […] I Paesi più infelici del pianeta si trovano tra Africa e Asia centrale, con l’Afghanistan che ha il punteggio più basso (2,4 punti), seguito da Zimbabwe e Libano (entrambi con 3 punti), Ruanda (3,3), Botswana e Lesotho (3,5) […] Vale la pena ricordare i 5,1 punti dell’Ucraina, il Paese con la popolazione più infelice d’Europa”.

A soffrire di più sono i giovani, alle prese con i primi “alti e bassi” della vita, a cui, però, la risposta preventiva (e falsamente rassicurante) della rinuncia non è la medicina migliore. Autoinfliggersi punizioni per evitarne altre peggiori è il sunto drammatico e insensato a cui pervengono alcuni giovani dei nostri tempi, di sicuro non aiutati dalle contingenze negative generate dalla pandemia e dal conflitto in Ucraina. Alcune persone considerano la felicità come conseguenza di eventi peccaminosi o goderecci, quindi da evitare. I soggetti che ne soffrono non riescono a concepire la gioia di un evento genuino e sobrio, ad apprezzare appieno i momenti di serenità, colti da una malinconia e un’ansia che precludono una vita normale.

Se la felicità è identificata con l’accaparramento, con la ricchezza e l’esclusivo soddisfacimento individuale e materiale, è normale che la coscienza inevitabilmente ponga, anche al più cieco profittatore, dei limiti al suo godimento, facendo subentrare un sottile senso di colpa. Nel duro rapporto con se stessi, può assumere un significato peccaminoso il semplice piacere provato nella felicità e l’ammissione stessa di esser emotivamente coinvolti in un benessere mentale e fisico. La patologia è irrazionale e avvolta in una dimensione molto intimistica (che, spesso, non si percepisce all’esterno), rimanendo chiusa completamente nella sfera psichica del soggetto. Nel suo status iniziale, nel non volgersi alla felicità, il soggetto non si trova necessariamente in uno stato di depressione bensì in una tranquillità vigilata e tutelata, pur nella sua limitatezza.

È opportuno che i casi di cherofobia (sebbene la patologia non sia, al momento, inserita nel DSM, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) siano trattati e superati attraverso l’aiuto di esperti del settore, per evitare che possano dirigersi verso croniche forme di depressione. L’aiuto di uno psicoterapeuta può sviscerare l’eventuale origine in eventi traumatici vissuti precedentemente. Il ridurre la socialità e il rapporto con il prossimo annullano anche la consapevolezza di quanto un gesto semplice, quale un atto di volontariato, possa generare contentezza reciproca e costruttiva.

La felicità è nel donarsi a chi ha bisogno, l’atto non si identifica con il peccato, tutt’altro: costituisce un merito che rende gioiosi entrambi e che perdura nel tempo. Condurre una vita e vivere esperienze con il terrore continuo che possa capitare qualcosa di negativo, è un approccio limitante che ha ripercussioni sul piano caratteriale, sociale, scolastico e professionale.

La conseguenza peggiore in cui si possa trovare il malato di cherofobia è quella dell’isolamento e della rinuncia alla socialità, evento innaturale e deleterio per la sua salute psicofisica. Da lì, di riflesso, nascerebbero altre patologie legate all’ansia, all’autostima e alla costruzione della propria personalità.

Alcuni meccanismi legati alla ricerca del perfezionismo e nel pretendere sempre di più da sé, favoriscono l’insorgere (e alimentano il peso) della cherofobia. In tal senso, la paura di rimaner delusi dopo un evento o un’esperienza, gioca un ruolo determinante e si preferisce un atteggiamento rinunciatario, di immobilismo, difensivo e protettivo in luogo di uno più stimolante e rivolto alle sfide del quotidiano.

Beati e felici sono “i poveri in spirito”, “quelli che sono nel pianto”, “i miti”, “quelli che hanno fame e sete della giustizia”, “i misericordiosi”, “i puri di cuore”, “gli operatori di pace”, “i perseguitati per la giustizia”, “voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”. La fiducia è da riporre nelle parole delle Beatitudini, la più alta espressione della felicità possibile ed eterna, in sé e per il prossimo.

Fonte: Marco MANAGO’ | InTerris.it

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