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L’icona di Vladimir, la Vergine dei misteri

Nuove ipotesi riguardo la tavola che ha segnato la storia del popolo russo con prodigi inspiegabili, piegando anche il Tamerlano e Stalin,
Lasciarsi guardare dalle icone è sempre un’operazione pericolosa. Spesso i risultati sono inimmaginabili perché questi misteriosi manufatti hanno il potere di vincere la resistenza anche dei cuori più duri. Fino a cambiare il corso della storia. È il caso di una delle più celebri icone dell’antichità, come quella della Madre di Dio di Vladimir capace di far inginocchiare anche Stalin. Già proprio lui, il dittatore comunista detto “Koba” (l’indomabile), uno dei più feroci persecutori dei credenti. In piena guerra mondiale, dinanzi alla minaccia nazista, il tiranno sovietico non esitò a far caricare l’icona su un aereo militare per sorvolare e benedire dall’alto Leningrado assediata dalle truppe di Hitler. Di fatto la città non cadde, Mosca fu risparmiata e a Stalingrado l’esercito tedesco del Führer andò incontro a una delle più grandi disfatte. Ma è solo uno degli inspiegabili prodigi di un’opera che non finisce di stupire.

Lo dimostra adesso anche un libro di Russia Cristiana, l’edizione italiana del volume di Ekaterina Gladyševa e Dmitrij Suchoverkov su La Madre di Dio di Vladimir (Orizzonti Edizioni, pagine 88, euro 18), curato e tradotto da Giovanna Parravicini. Siamo di fronte a un capolavoro artistico che gode ancor oggi di una venerazione senza precedenti e che accompagna da sempre le vicende del popolo russo. Le cronache medievali riferiscono che questa icona della Vergine di un anonimo artista bizantino arrivò da Costantinopoli a Kiev intorno al 1130. Per volere del Gran Principe An- drea Bogoliubskij nel 1155 venne portata nella cattedrale della Dormizione della città di Vladimir, da cui l’icona prende il nome. La fama dei miracoli legati al dipinto, già molto diffusa per aver salvato Costantinopoli dai turchi, si amplificò ulteriormente quando il quadro fu inviato in soccorso a Mosca assediata dalle orde del Tamerlano. Secondo la leggenda il conquistatore mongolo rimase atterrito dalla visione della Vergine circondata da angeli muniti di spade e decise di ritirarsi. Di fatto ogni anno il 26 agosto la Chiesa russa ricorda questo evento cantando: «Non furono i nostri guerrieri a cacciarlo, né i nostri condottieri a trionfare su di lui, ma unicamente la tua forza, o Madre di Dio!».

Sopravvissuta ancora nel corso dei secoli a un numero incredibile di saccheggi e incendi, l’icona è oggi custodita nella Galleria Tret’jakov di Mosca. Anche durante la persecuzione comunista del Novecento ha continuato a richiamare la devozione della gente al punto che lo stesso ideologo marxista Maksim Gor’kij fu costretto ad ammettere che la Madonna è in Russia «il nemico invincibile dell’ateismo». Un culto diffuso oggi anche in tutto l’Oriente slavo per un’opera che appartiene al gruppo di icone bizantine definite della Madre Eleousa (Misericordiosa) più che “Madonna della tenerezza” «come è stato tradotto in maniera non del tutto esatta». Il termine eleos esprime un amore come pietà e compassione, fino al «dono delle lacrime». Una grazia concessa spesso da quest’icona a chi si soffermava a pregarla: «Non si trattava di sensibilità o facilità a commuoversi, ma di una particolare condizione dell’anima che attraverso l’ascesi giungeva a superare l’attrazione del mondo terreno così da godere per qualche istante della comunione con il mondo dell’amore divino». La particolarità più espressiva di questa iconografia è proprio il modo in cui Madre e Figlio si abbracciano: la Vergine con una mano lo regge sospingendolo a sé e con l’altra lo indica come Salvatore e via da seguire. E il Bambino si protende verso la Madre poggiando il volto sulla sua guancia. Con Maria che diventa anche l’immagine della Chiesa che riceve l’abbraccio di Cristo.

Il realismo dell’icona è tale che il libro ricorda la tradizione secondo cui il dipinto sia stato realizzato dall’evangelista Luca “dal vivo” su una tavola di proprietà della Sacra Famiglia di Nazareth, quando la Vergine era ancora in vita. Sono tante le icone antiche, specie miracolose, attribuite al santo. Ma in questo caso una leggenda del XV secolo riferisce che Luca stesso dopo averla realizzata sia andato dalla Madre di Cristo per rendere questa icona benedetta. Certo il verismo dei dettagli non sfuggì a un filosofo e teologo brillante come Pavel Florenskij: «Ecco, io guardo l’icona e dico tra me: “È lei stessa”, cioè non la Sua raffigurazione… Indubbiamente è, si configura come un’opera del pennello; ma è incomprensibile come possa esserlo, e non si crede ai propri occhi, quando essi testimoniano questa vittoriosa trionfale bellezza».

L’espressione malinconica della Vergine sembra alludere alla Passione del Figlio. Ma il saggio di Ekaterina Gladyševa e Dmitrij Suchoverkov, riportando gli esami tecnologici sull’antica tavola e sullo strato pittorico, lancia nuove ipotesi sulla figura che si intravede sul retro dell’icona: probabilmente un vescovo identificabile con san Nicola. «L’accostamento sulle due facce di un’icona delle raffigurazioni della Madre di Dio con Bambino e di un santo vescovo era volto a sottolineare non tanto il tema della Passione di Cristo quanto i concetti – centrali nella liturgia – della redenzione, salvezza e partecipazione alla vita eterna, a cui il genere umano è chiamato dall’amore di Dio». Del resto è stato fatto notare come il Bambino si appoggia alla Madre facendo leva sul piede destro come se il corpo della Vergine fosse una scala su cui elevarsi: un chiaro riferimento a un inno liturgico della Chiesa ortodossa in cui Maria è paragonata a una scala che unisce cielo e terra. Sta forse in questo allora il segreto della fortuna di quest’icona, un’immagine che illumina il senso della vita di ogni uomo e di ogni tempo: l’espressione seria del Bambino è il volto dolce e sicuro del Creatore che ci rassicura e ci conforta sul nostro destino.

Fonte: Antonio Giuliano | Avvenire.it

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