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Il fallimento della UE e il possibile futuro luminoso (come il passato) dell’Europa

Com’è noto – ne ho scritto più volte – il pittore che ebbe l’incarico di disegnare la bandiera europea si ispirò alla corona della Madonna. Questa è la spiegazione dell’immagine che illustra questo articolo, dove spiego la necessità per l’Europa di ritrovare le sue radici cristiane.

      “Il vero problema è che a Bruxelles, avendo selezionato una classe dirigente e un funzionariato solo su base ideologica, non sono in grado di vedere la realtà del loro fallimento, e non realizzano di avere portato un Continente a sbattere. Hanno responsabilità enormi. Che dovrebbero fare paura. E non sanno più cosa fare, se non alzare sempre più la posta”.

Così il professor Alessandro Mangia, ordinario di Diritto costituzionale all’Università Cattolica, in una recente intervista al Sussidiario in cui ha demolito anche l’operazione-autocandidatura di Draghi (“Draghi è uno dei massimi responsabili delle politiche deflattive che hanno distrutto benessere e Stato sociale dai tempi della Grecia. Adesso dice ciò che tutte le persone di buon senso sapevano, ossia che politiche procicliche in tempi di crisi alimentano la crisi”).

Il fatto stesso che certi tecnocrati non riescano a capire o ad accettare che le leadership – come ha osservato Giorgia Meloni – devono passare dal voto degli elettori la dice lunga su cos’è l’establishment della UE.

I suoi esponenti oggi affermano l’opposto di quello che hanno detto e fatto per anni (il discorso vale pure per Enrico Letta) credendo così di poter perpetuare il loro potere.

Ma gli elettori dovranno pur dare un giudizio. La loro incapacità di ammettere il fallimento non può impedire ai popoli europei – in occasione delle prossime elezioni – di mettere al centro della discussione proprio quel fallimento, cercandone le cause.

È chiaro che tutta la costruzione della UE, basata sull’economia, su una moneta senza stato (cose mai viste, come ammonirono diversi premi Nobel) e su regole economiche assurde, disegnate per avvantaggiare alcuni e penalizzare altri, si è dimostrata del tutto sbagliata.

Ancora peggio la toppa che, negli ultimi anni, hanno inventato per nascondere il buco: un progetto ideologico soffocante, fatto di dirigismo green, che dà il colpo di grazia al sistema produttivo (già in crisi da venticinque anni) e al benessere dei popoli europei.

Bisognerebbe tornare al momento storico in cui sono state fatte le scelte sbagliate, cioè a Maastricht, alla trasformazione della vecchia e buona Comunità europea, nell’Unione europea che pretende di espropriare fette sempre più grandi di sovranità agli Stati nazionali.

Si è perfino tentato di delegittimare l’idea di identità nazionale (e di interesse nazionale). E oggi – di fronte all’irrilevanza della UE nella politica internazionale – s’impone il problema dell’identità dell’Europa, che non è affatto una questione per intellettuali, ma che, anzi, diventa scottante attualità di fronte al fenomeno dell’emigrazione di massa.

Come ebbe a dire Giovanni Sartori, “in Europa, se l’identità degli ospitati resta intatta, allora l’identità da salvare diventa, o diventerà, quella degli ospitanti”. Il filosofo Giovanni Reale, che proprio nei giorni in cui si dibatteva sulla (poi abortita) Costituzione europea pubblicò il libro Radici culturali e spirituali dell’Europa, mostrava come “l’unità e l’identità dell’Europa possano essere costruite solamente mediante il recupero delle sue radici greco-romane e cristiane”.

La polemica divampò soprattutto sull’opportunità di citare nella Costituzione europea le radici cristiane. Cosicché, quando, nel giugno 2003, fu reso noto il suo testo e si scoprì che nel preambolo era assente qualsiasi riferimento al Cristianesimo, lo stesso Romano Prodi – a quel tempo Presidente della Commissione europea – commentò: “Sono convinto che la religione sia una dei valori fondanti dell’Europa, e che la storia dell’Europa e la storia del Cristianesimo siano indissolubilmente legate. Per questo ritengo che il Preambolo della bozza di Costituzione europea è a mio modo di vedere del tutto inadeguato. Negare 1500 anni di civiltà è creare un vuoto nella coscienza, nella nostra identità di Europei. A quel testo, così come è scritto, è preferibile nessun testo”.

Purtroppo, con gli anni, sono aumentati nella UE l’arroganza ideologica e l’odio di sé di cui parlò Joseph Ratzinger a proposito dell’Occidente.

Ma che futuro può avere una costruzione burocratica e tecnocratica che odia la storia e l’identità dei popoli che vorrebbe governare? C’è da meravigliarsi se, vent’anni dopo, quei popoli risultano impoveriti nel benessere, nelle libertà e nella loro sovranità? Può sopravvivere una UE che fa la guerra ai popoli europei?

Peraltro oggi a invitare a recuperare le radici spirituali dell’Europa, sono dei laici. Su Avvenire, in un’intervista, il filosofo francese François Jullien ha esordito così: “Oggi viviamo in Europa un periodo cupo, un periodo senza tenacia, senza tonos, direbbero i greci. Siamo in una specie di ripiego, un ripiego mortifero, e ritengo che dobbiamo scrollarci di dosso la cupezza imperante nell’Europa di oggi per intraprendere un nuovo inizio, per ricominciare con la storia. E il messaggio cristiano offre le risorse senza cui l’Europa non potrebbe esserci”.

Jullien, da laico, non fa un richiamo confessionale, è mosso da “una ragione politica” che – precisa – “non è una ragione per iniziare a credere”.

Ma spiega questa “ragione politica” così: “perché il cristianesimo è al centro di ciò che ha reso l’Europa ciò che è. Che uno sia cristiano o meno, questo è un dato di fatto. Non assumersi la responsabilità della questione del cristianesimo, oggi, è un handicap per l’Europa. Evitare di porla nuoce alla costruzione dell’Europa e la smobilita. Se non la pone è perché non sa cosa fare con Cristo, con il cristianesimo”.

Come si vede torna fuori sempre la questione di fondo. Già nella tragedia europea della seconda guerra mondiale, il maestro del mondo laico italiano, Benedetto Croce intuì che – da quella catastrofe e dai totalitarismi del Novecento – l’Europa poteva uscire e ricostruirsi solo guardando al cristianesimo che l’aveva forgiata.

Era il 1942 quando scrisse il famoso saggio Perché non possiamo non dirci ‘cristiani’. Croce spiegava che quel titolo “è semplice osservanza della verità”.

E scriveva: “Il Cristianesimo è stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai compiuta (…) e le rivoluzioni e le scoperte che seguirono nei tempi moderni (…) non si possono pensare senza la rivoluzione cristiana (…). Essa operò nel centro dell’anima, nella coscienza morale”.

Anche oggi le rovine che ci stanno davanti ci suggeriscono di tornare alla sorgente. “Senza memoria non c’è futuro” ha detto Mattarella il 25 aprile. Appunto. Una memoria di secoli che tutta la bellezza della nostra terra celebra nel suo splendore.

Fonte: AntonioSocci.com

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