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La ricchezza più grande della mia vita? I miei quattro figli

«Generare figli significa generare speranza e dotarsi di un’idea di futuro che va oltre i nostri limiti temporali e progettuali. È mettere al centro della propria vita l’idea di “noi” come prevalente sull’idea di “Io”. Poi, certo, è anche un sacrificio, ma nel senso etimologico di “rendere sacro”»

Domani a Bologna, in occasione degli Stati Generali della Natalità, risponderò alle domande degli studenti delle scuole superiori e dell’Università sulla fatica che oggi tutti fanno nell’immaginarsi genitori nel proprio percorso di vita. Essere genitore è l’esperienza umana più complessa e completa che un essere vivente possa vivere. Risponde alle richieste evolutive della specie che chiede a chi viene al mondo di dare vita alla generazione che gli succederà. Ma risponde anche a un bisogno profondo dell’essere umano: chi è genitore sa quanto un figlio chiede e quanto un figlio dà alla vita dei propri genitori.

Oggi i motivi per cui non si mettono più al mondo figli sono molteplici: la crisi economica, la precarietà dei progetti professionali, la dipendenza prolungata dalla famiglia d’origine, lo scarso sostegno che le nuove famiglie ricevono dallo stato, i costi enormi che devono essere sostenuti quando nasce un figlio. Questo elenco riguarda le cosiddette cause esterne, ovvero tutte quelle variabili che dipendono da ciò che sta fuori di noi. Poi ci sono le cause “interne”, ovvero il modo in cui noi parliamo di noi stessi a noi stessi, il modo in cui “ci pensiamo”, il progetto di vita a cui decidiamo di aderire e dare forma: immaginarsi genitori comporta imparare a de-centrarsi. Mettere al centro della propria vita l’idea di “noi” come prevalente sull’idea di “Io”. Generare figli significa generare speranza e dotarsi di un’idea di futuro che va oltre i nostri limiti temporali e progettuali. Chi è genitore sa che quando nasce un figlio ci si abitua ad avere due sguardi sulla vita e nella vita: lo sguardo con cui osserviamo ciò che ci accade e poi lo sguardo mai spento che segue il tragitto di volo del figlio. È uno sguardo che resta sempre collegato al cuore e alla mente e che riempie la vita di un’infinità di cose: speranza ma anche ansia e paura; desiderio ma anche fatica e sfinimento.

Se rifletto su di me come uomo, marito e padre, sento che nulla ha aggiunto alla mia vita così tanto quanto i miei quattro figli. Sono loro quattro, i nostri figli, che dentro alla fatica e dentro alla meraviglia hanno reso la nostra vita di genitori, una vita piena di senso. Oggi è difficilissimo parlare di genitorialità e bellezza. Moltissimi ragazzi e ragazze faticano a immaginarsi genitori perché vedono nella genitorialità più un ostacolo che un’opportunità per la propria vita. È difficile comprendere appieno quando la narrazione collettiva sulla genitorialità si è così modificata da rendere l’idea di un figlio simile all’esperienza del passaggio a livello che ti ferma e ti lascia sospeso. Per molti, tra l’altro, sembra che quel passaggio a livello non alzi mai la sbarra e quindi ti inchioda a un’immobilità senza sbocco. Certo, un figlio è anche un passaggio a livello. Ma è pure tantissime altre cose. Piene di significato.

È vero: essere genitori comporta anche molto sacrificio. Ma come ho scritto più volte, anche su questa pagina, sacrificio oggi viene declinato soltanto nell’accezione di “perdere in modo irrimediabile e faticoso” qualcosa di cui avresti pieno diritto. Nel termine “sacrificio” io invece colgo l’origine etimologica di questa parola: “fare sacro”, ovvero andare oltre il proprio limite, alzare lo sguardo verso qualcosa che è più grande di noi. L’esperienza di un figlio rende la vita più “grande”. Non è obbligatorio ed è un diritto di ciascuno scegliere di diventare o non diventare genitore. Ma oggi più che mai è davvero fondamentale che gli esseri umani riflettano sul modello di felicità che viene loro  proposto e quasi imposto: una felicità da avere, da consumare, da riversare sulla costruzione di un “IO” sempre più solo e iperconnesso.

Serve una nuova cultura del “NOI”. Io non sono un politico e non posso orientare le scelte di chi decide quali sono le linee di indirizzo con cui guidare una nazione. Ma come psicoterapeuta sento che la nostra ricerca della felicità si è spostata verso temi e desideri che in realtà non ci rendono pienamente felici. In effetti, ansia e depressione hanno una diffusione epidemica. Anche di questo credo che parleremo insieme agli studenti domani. Non ho risposte certe né soluzioni: ma penso sia importante che uno psicoterapeuta oggi aiuti i futuri adulti e riflettere sul proprio progetto di vita e sulla direzione impressa alla ricerca della felicità, di cui ciascuno di noi è esploratore instancabile.

Fonte: Alberto Pellai | Famigliacristiana.it

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