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Com’è possibile arrivare a tanto?. Messina Denaro, le domande che scandalizzano

Tutto passa. Dopo Bontade, Buscetta, Provenzano, Riina, è passato anche lui, Matteo Messina Denaro. Accompagnato dalle maledizioni di tanta gente, consumato dal cancro, se n’è andato in questo fresco inizio d’autunno, l’ultimo mafioso vecchio stile.

Con lui termina un’epoca. Ha voluto fare il duro fino alla fine. Poveraccio, era tutto quel che gli rimaneva. «Il coraggio uno non se lo può dare» fece dire il Manzoni a don Abbondio. Il coraggio di dire: «Ho sbagliato tutto. Chiedo perdono a Dio e voi, fratelli in umanità. E, per quanto posso, vi aiuto a fare luce su questo tratto di storia italiana che ho collaborato a insozzare». Niente di tutto questo. Silenzio assoluto. Quasi a voler dare una parvenza di sciocca ideologia a una vita scellerata, senza sapore, senza colore, vissuta all’insegna del più bieco egoismo. Assatanato dal potere e dal denaro, mai sazio di sangue umano. Illuso fino alla morte, ha ingannato ed è rimasto ingannato. Non ha avuto il coraggio di ammettere che la sua esistenza è stato un fallimento. Ma – e ci metterei la mano sul fuoco – il verme invisibile che consuma lentamente gli rodeva dentro, fino al midollo delle ossa. Non sempre ciò che traspare all’esterno è lo specchio di quel che passa nel cuore. Ha avuto modo di sperimentare in questi mesi di prigionia e di malattia il volto più bello della nostra democrazia. Gli uomini che ha odiato e rinnegato lo hanno assistito e curato fino alla fine. Hanno fatto di tutto per lenire le sofferenze e strapparlo alla morte. Chissà quante volte, sentendosi umiliato per tanta immeritata cortesia, avrà pensato: «Perché lo fanno? Per paura?» Sarebbe stato importante per il suo stupido orgoglio dire a sé stesso: «Faccio ancora paura…». Ma sapeva bene che così non era. «E allora perché lo fanno?». Perché l’Italia che ha provveduto a insanguinare è più bella e civile di quanto gli italiani stessi possono credere. Perché anche quando non se ne accorgono, o addirittura, le rinnegano, le sue radici affondano nel Vangelo della giustizia e della solidarietà. Perché, nonostante tutto, non hanno mai smesso di credere di poter riaccendere in lui la fiamma smorta della sua sprecata umanità. Non è successo. Dispiace. Addolora. Sconforta. Non è successo e lui, Matteo Messina Denaro, ha perso l’ultima occasione per morire con un pizzico di dignità. Dispiace. Per lui. Le sue confessioni, è vero, avrebbero gettato un po’ di luce in più sui tanti misteri che hanno segnato le pagine più buie della nostra storia. Avrebbe potuto fare un regalo a sua figlia – spero che non accetti niente, ma proprio niente, della sua eredità – alla quale ha fatto tanto male. Un uomo che muore – chiunque sia – merita rispetto, le sue parole diventano importanti. E lui che le ha dato un pessimo esempio, avrebbe potuto, dal letto di morte, mostrarle per quale via vale la pena consumare questi pochi decenni di vita che abbiamo a disposizione.

La storia di quest’italiano è conosciuta. Per chi avesse voglia di approfondirla c’è solo l’imbarazzo della scelta tra i tanti libri che raccontano la disumana e illogica avventura della mafia siciliana e dei suoi intrecci con la politica e la massoneria dal Dopoguerra a oggi. Per quanto mi riguarda, dei mafiosi, degli stupratori, di chi scatena guerre insulse e criminali, uccidendo e dilaniando centinaia di migliaia di esseri umani, m’intriga sempre scendere nei meandri delle loro menti, dei loro sentimenti, dei loro cuori. Che cosa è successo nei cuori dei mafiosi? Come hanno potuto guardare negli occhi i loro bambini? Come hanno fatto a dormire la notte? Ero a Palermo per i funerali di fratel Biagio Conte la mattina del suo arresto. Come tutti gli italiani onesti, esultai alla notizia che, finalmente, lo avessero beccato.

Il pensiero – allora come adesso – corse al piccolo Giuseppe Di Matteo. Sono certo che il fantasma di questo ragazzino non gli ha dato tregua. Almeno voglio sperarlo. La decisione di farlo rapire per costringere suo padre, ex mafioso e collaboratore di giustizia, a ritornare sui propri passi, la prese lui insieme ai fratelli Graviano e a Giovanni Brusca. Fu una vera infamia. Lo tennero segregato in piccoli covi per 779 lunghi giorni e altrettanti insopportabili notti. Un martirio lento, infinito, devastante. Due interminabili anni senza vedere un volto umano, se non quello dell’aguzzino che gli portava da mangiare, ma anche quello coperto da un passamontagna. Due orribili anni prima di farlo strangolare e sciogliere nell’acido il suo corpicino martoriato. Com’è stato possibile arrivare a tanto? Questa domanda che tormenta, angoscia e scandalizza me e tanti italiani, spero – e prego – che abbia tormentato, negli ultimi giorni, anche Matteo Messina Denaro. Per portarlo, almeno nel segreto del cuore, a chiedere perdono a questo piccolo innocente. E a Dio, semmai abbia creduto in lui.

Maurizio PATRICIELLO | Avvenire.it

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