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A Milano un popolo in cammino per invocare il «miracolo della pace»

Centinaia di persone hanno partecipato ieri alla veglia per la pace presieduta dall’arcivescovo Delpini. La testimonianza del prete ucraino don Igor Krupa: «Il rosario è la bomba atomica della Chiesa, preghiamo per la conversione di chi ordina di sterminare il mio popolo»

«Non dimenticherò mai il giorno in cui è scoppiata la guerra. Quel 24 febbraio mio fratello mi chiamò alle 4 del mattino. Mi disse che era stato bombardato l’aeroporto, che sentiva il rumore dei missili. Quando terminò la telefonata mi resi conto che poteva essere l’ultima volta che parlavo con lui». Così don Igor Krupa descrive a Tempi l’orrore del conflitto scatenato dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che ha portato «morte, distruzione di massa, devastazione». Il cappellano della missione per i fedeli ucraini cattolici di rito bizantino San Josaphat, collaboratore pastorale della parrocchia dei Santi Giacomo e Giovanni, ha parlato ieri a Milano alle centinaia di fedeli delle diverse confessioni aderenti al Consiglio delle chiese cristiane, delle associazioni e dei movimenti che hanno partecipato al cammino per la pace e alla veglia di preghiera presieduta dall’arcivescovo Mario Delpini.

«La Chiesa di Milano è vicina al popolo ucraino»

I fedeli sono arrivati a piedi alla chiesa Maria Regina Pacis partendo da due luoghi simbolici: piazzale Segesta, vicino al Consolato russo, e via Ampezzo, in prossimità di quello ucraino. Hanno camminato pregando il rosario, che Giovanni Paolo II definiva «la bomba atomica della Chiesa», per la fine della guerra in Ucraina e delle sofferenze provocate dal conflitto.

«È stata una manifestazione importante per dimostrare che il mondo cristiano e la Chiesa di Milano sono vicini al popolo ucraino che continua a soffrire», spiega don Igor, sottolineando che pregare non è inutile. Non solo perché, come scritto sul Quotidiano nazionale dal presidente della Fraternità di Comunione e liberazione, Davide Prosperi, «la speranza cristiana è fondata sulla certezza della presenza di Gesù, e dunque non c’è nulla di più ragionevole». Ma anche perché, continua il sacerdote ucraino, «un cristiano prega per la pace che può venire solo da Dio. Non a caso Gesù ha detto: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace”. Cioè quella pace che non può venire dal mondo».

«Preghiamo perché chi benedice la guerra si converta»

Essere «artigiani» di questa pace, usando il termine più volte ripetuto durante la veglia, non è semplice né indolore. Implica «dire le cose come stanno e non limitarsi a mezze verità», continua il cappellano ucraino, a Milano dal 2015. Un conto è soffrire per le conseguenze economiche del conflitto, un altro «è viverlo sulla propria pelle. Sentire ogni giorno il rumore dei missili che sorvolano la propria casa, temere per la vita dei propri cari».

Ecco perché don Igor ha invitato a pregare non solo per la fine della guerra, ma anche «per la conversione di chi benedice questo conflitto, di chi dà gli ordini di uccidere, bombardare, sterminare il mio popolo».

«Oggi non è possibile la fratellanza tra russi e ucraini»

Alla veglia ha partecipato anche padre Ambrogio Makar, archimandrita ortodosso del Patriarcato di Mosca, che in un breve intervento ha ringraziato tutti per la partecipazione: «La presenza di tanta gente qui stasera è un grande sostegno per tutti coloro che soffrono, sia in Ucraina che in Russia, e un aiuto per ottenere il miracolo della pace».

Eventi come quello organizzato dalla Chiesa di Milano, con ucraini e russi insieme, sono molto rari per ovvie ragioni. I missili continuano a cadere sulle città ucraine e la Russia di Vladimir Putin non dà segnali di voler interrompere l’invasione. La presenza di padre Ambrogio, però, non ha scoraggiato quella di padre Igor: «Non sono stato invitato a un comizio ma a una veglia di preghiera e so quanto ne abbiamo bisogno». Questo non toglie che «oggi non è possibile parlare di fratellanza tra russi e ucraini perché un vero fratello, posto che lo sia davvero, non porta distruzione in casa dell’altro. Forse potrà esserci in futuro, quando il conflitto sarà terminato e il tempo avrà aiutato a lenire le ferite, come accaduto per altre guerre. Ora però non è possibile».

«Solo Dio può ascoltarci»

In un contesto internazionale in cui non sembra esserci spazio per il dialogo, l’arcivescovo Delpini ha chiesto provocatoriamente: «Noi preghiamo e facciamo questa veglia, è bello, ma chi ci ascolta?».

Non i capi di Stato, continua, né chi combatte, «è Dio che ci ascolta. Noi siamo ostinati nella preghiera perché lui ci ascolti, nella speranza che un giorno magari si possa parlare di Milano come laboratorio di pace».

Fonte: Leone Grotti | Tempi.it

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