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Roberto Vecchioni: “La scuola insegna la libertà, concetto fondamentale dell’essere umano”

Una t-shirt con Prometeo, un paio di jeans e lo sguardo di chi ha vissuto la scuola, in tutte le sue forme. Così il professore per decadi di greco e latino e cantautore Roberto Vecchioni si è mostrato alla platea del Teatro civico dove questa mattina si è tenuta la sua lectio magistralis, dedicata alla modernità della cultura classica. L’evento è stato sostenuto da Regione Liguria e Comune della Spezia in occasione del centenario del Palazzo degli studi che ospita da tempo immemore il liceo classico Lorenzo Costa. Proprio dall’istituto giusto qualche settimana fa era partito l’appello a estendere questa giornata, tramite il suo dirigente scolastico Franco Elisei, alle altre scuole spezzine. Parole che non sono rimaste inascoltate perché oggi il Civico era pieno di vita e popolato da centinaia di adolescenti che in silenzio hanno gustato tutte le parole del professore, accolto da applausi scroscianti.

 

Vecchioni non ha parlato soltanto ai ragazzi presenti in sala ma è andato dritto al cuore anche dei professori, ripercorrendo in parte un pezzetto della sua storia di insegnante. “Educare, deriva dal latino educěre cioè tirar fuori e non significa mettere delle cose nella testa dei ragazzi ma il contrario – ha detto -. Un grande poeta diceva ‘cos’è insegnare?’. Tu devi dire ai ragazzi delle cose che loro credono di non sapere, ma le sanno solo che le hanno dimenticate e allora tu le tiri fuori, perché dentro di noi ci sono le cose essenziali. Sono nebulose, le sfioriamo. Il compito dell’insegnante è quello di non lasciare spazio e tempi morti ma tenere in piedi la passione per questa bellezza dell’umanità, dell’uomo e delle cose che ha fatto. La storia è quella di una nave che va, con tante persone sopra, parte però ogni tanto si ferma: qualcuno scende e sale qualcun’altro. Sono tutte persone nuove ma se non ci fosse qualcuno su questa nave a dire ai nuovi arrivati ‘come si fa a: lavare il ponte, a cercare i tesori, lavorare con la bussola, come si guardano le stelle. Anche altre cose: come di notte puoi andare su un ponte con una ragazza e baciarla. Se non ci fosse nessuno a dire queste cose l’umanità finirebbe. E chi è che le dice? Sono gli insegnanti, loro portano avanti il mondo, un’eredità di cose a cui voi non fate caso, a volte le buttate via perché non servono. Il verbo servire è molto bastardo è sia passivo che transitivo, pensateci: servire a qualcosa, servire a qualcuno.  Quello che gli insegnanti vi danno, serve a qualcosa: a non servire a qualcuno, per non essere servo di qualcuno. La scuola questo insegna: la libertà che è il concetto fondamentale dell’essere umano. E’ il primo grande regalo di Dio e non me ne frega niente di chi crede e chi no. Quando Dio ha capito che l’uomo si rompeva i coglioni a star lì, a mangiar frutti e a non fare niente, nel Paradiso terrestre ha fatto una cosa: ha detto ‘andate’ dandoci il libero arbitrio e la libertà”.

Lectio magistralis di Roberto Vecchioni al Teatro civico per i 100 anni del Palazzo degli studi

“Questa libertà chi ce l’ha insegnata? Dobbiamo andare molto indietro”  ha aggiunto il professor Vecchioni che ha poi incantato la platea e raccontato come una favola il mito di Prometeo che con orgoglio ha mostrato sulla maglietta. Un’ora intensa scandita da miti raccontati come favole, sentimenti e umanità.

Ho sessant’anni di insegnamento – ha detto – sono stati la linea della mia vita, molto di più di cantare e di scrivere, la cosa più bella e per i quali è valsa la pena vivere. Ogni notte mi facevo una domanda e i ragazzi mi davano una risposta. Mi sono sbattuto come un dannato, avrei potuto farmi qualche milione cantando, e invece tutte le mattine ero a scuola e ho rimandato i concerti e me ne sono fregato. Mi sono chiesto: chi te lo fa fare? Perché? Mi fa sentire vivo. Io voglio sentire che siamo tutti in quella nave dove un po’ si scende e un po’ si sale, non sapendo nemmeno dove va. Tutti ci domanderemo perché lo stiamo facendo: ma è la bellezza del mondo e della gioia delle piccole cose e sono bellissime. Devono essere vere: non l’ingannare, per comprare cose che non ci servono”.

 

Roberto Vecchioni al Civico

 

Vecchioni ha voluto salutare i ragazzi con tre frasi “tratte da tragedie, una più bella dell’altra”, ha detto. La prima è di Prometeo di Eschilo che riferendosi al capo del coro “Io ho tolto agli uomini la paura della morte”. “Nessuno di voi in questo momento sta pensando alla morte – ha detto il professore -, vedete l’ha levata. Siamo accerchiati dalla speranza che ci ha fatto dimenticare tutto quello che è peggio. Tutte queste microcose che ci impegnano nella vita e ci tolgono i pensieri cupi. E’ un capolavoro”.

La seconda frase proviene da “Le Troiane” di Euripide: “Non ama davvero chi non ama per sempre”. “E’ una frase fantastica – ha detto – perché esce dal significato semplice. Euripide non sostiene che bisogna amare per sempre la stessa persona tutta la vita, quello è molto difficile anche se può succedere. Chi non è portato sempre ad amare non capisce il mondo. Non capisce le cose chi ha dei vuoti d’amore, bisogna interferire col mondo sempre con la costruzione dell’amore che è molto di più di tutto”. Le sue parole sono state interrotte dal terzo applauso a scena aperta della mattinata.

L’ultima frase, per Vecchioni la più bella di tutte, è di Sofocle “Edipo a Colono” e dedicata all’amore. “Non è la prima tragedia, ma la terza. E’ una tragedia meravigliosa, che non è l’Edipo re che conoscono tutti. Le tragedie greche erano rappresentate tre a tre, erano un serial – ha aggiunto scherzando -. La gente stava sei ore a teatro, senza muoversi perché erano a puntate.

In questa tragedia ormai Edipo è vecchio , ne ha passate di tutti i colori, commette degli atti terribili inconsapevolmente uccidendo il padre e senza saperlo si accoppia con la madre. Commette due sacrilegi inammissibili e ha quattro figli. E’ la depravazione assoluta. Quando la verità appare, Edipo crolla e si cava gli occhi. Va via da Tebe e lascia i figli maggiori maschi a combattersi, che si ammazzano per arrivare al potere. Le figlie Antigone e Ismene lo amano, sono una poco più grande e una poco più piccola. Lui è vecchio, vuole morire male e andare nel bosco di Colono perché è sacro e viene giù una luce (da Dio non Zeus perché Eschilo sa che ce n’è uno solo). La voce gli dice ‘Cosa aspetti a venire da me, io ti aspetto da tanto tempo’, dentro addirittura il dio eterno con il perdono, anche se Edipo ha fatto tutto involontariamente.

Le figlie lo capiscono e Antigone è la più forte, che nella sua tragedia combatte la ragione per il sentimento, lei non vuole che se ne vada. Edipo stanco la guarda e le dice: “Non piangere figlia mia, c’è una sola parola che elimina tutto il male e il dolore del mondo: amore”. Una cosa magnifica, che mi ha tenuto in piedi tutta la vita, si impara soffrendo, si impara dal dolore. Noi dobbiamo saper sfruttare questi momenti”.

Quest’ultima parola ha fatto alzare in piedi il pubblico che ha salutato Roberto Vecchioni con l’ultimo, trionfale e lunghissimo applauso. Poco prima di congedarsi il professore ha detto che se tornerà alla Spezia dedicherà un’intera lezione… proprio alla parola ‘amore’.

Fonte: Cittadellaspezia.it

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