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Thomas, ucciso in piazza a 18 anni. E noi adulti ci chiediamo: cosa manca?

Thomas, il 18enne di Alatri vittima di un agguato, è morto. Abbiamo sperato che non accadesse. Abbiamo pregato che ci venisse risparmiata questa ulteriore, assurda sofferenza. Nostro figlio – mi perdonino i suoi genitori – è morto, colpito da proiettili sparati forse per una assurda vendetta, forse per sbaglio, mentre stava in piazza con gli amici. Lo sconcerto è grande. Non sappiamo che pensare, che dire. Ammettiamo di essere disarmati di fronte a un problema che diventa sempre di più un dramma. I nostri – e dico i nostri, perché tali li sentiamo e sono – i nostri ragazzi non sanno più divertirsi? La loro giovane età, l’entusiasmo che esplode nella loro carne, gli studi, il vivere in un paese in pace, tutto questo non basta più? Possibile che non si rendano conto che una loro azione, violentemente sciocca, li condanna poi a una vita grama? Che in questa “ discesa agli inferi” trascinano con sé le loro famiglie, i loro amici, le loro innamorate?

Che cosa manca, dunque? Ecco, la domanda che mette in crisi gli adulti, siano essi genitori, insegnanti, educatori, preti, vescovi. Ecco la domanda davanti alla quale ognuno deve avere l’umiltà di deporre le proprie ideologie, le proprie ricette – che non sono bastate a impedire che drammi già accaduti accadessero ancora – e metterci insieme per tentare di capire. Per guardarci in faccia e chiederci se e in che cosa abbiamo sbagliato.

 

Ansa

Per confessare loro – l’ho fatto pochi giorni fa in una scuola di Venafro –: «Ragazzi, tante volte non sappiamo come corrervi dietro. Per favore, aiutateci ad aiutarvi. Ci siete cari, ma anche ci fate paura. Diteci, che cosa possiamo fare? Ma abbiate anche voi il coraggio di smettere di essere bambini violenti e capricciosi. Assumetevi le vostre responsabilità. Avete bisogno di esempi, di testimoni che non sempre trovate, è vero. La coerenza, purtroppo, si trova sul punto più alto della vetta, e prima di arrivarci, tante volte si scivola giù. Avete ragione…».

La delusione è forte, ma non bisogna arrendersi. Si ricomincia. Testardi, dobbiamo ricominciare. Occorre siglare un patto tra le generazioni. «Non pensate, ragazzi, che gli anni che vi dividono dai vostri genitori siano poi chissà quanti, sono solo una manciata. Eppure vi fanno parlare lingue diverse. Accadde già a noi con i nostri vecchi, accadrà a voi con i vostri figli».

In questo incontro a porte aperte tutti hanno il diritto alla parola, tutti hanno il dovere di ascoltare in silenzio. «Diteci, che cosa del nostro modo di fare e di pensare non vi convince? Quali valori che riteniamo di dovervi trasmettere ritenete di voler rigettare? Parliamone. Vi ascolteremo, voi ascoltateci. Non sempre – lo sapete – le soluzioni a portata di mano sono le migliori. La realtà è più complessa di come appare a prima vista. Siamo diversi, è vero, ma più che un limite, potrebbe essere una ricchezza. Una cosa, però, ci accomuna: il desiderio di essere felici. Partiamo da qua. Il guaio è che per raggiungere la meta comune possiamo anche sbagliare strada. Abbiamo un nemico dentro – ma è veramente tale? – che ci spaventa, il vuoto. La noia ci angoscia, il non senso ci opprime, il limite ci deprime. Sono energie che bisogna incanalare bene. Tutto cambia. Come siete diversi dai vostri nonni… La sofferenza cui hanno dovuto sottostare solo pochi decenni or sono per sopravvivere alle atrocità di una guerra, stupida come ogni guerra, mi porterebbe a dire che siete stati fortunati. Ma potrebbe non essere vero. Se tutto cambia, però, immutato resta in noi e in voi il bisogno di amare e di essere amati».

Dobbiamo puntare a questo. Abbiamo bisogno di cambiare prospettiva. Amare. E stancarci. Fisicamente, mentalmente. E riflettere. Sport, volontariato, impegno politico e ambientale, musica, arte. Lettura, studio. E – perché no? – ritrovare o rinverdire la fede in Cristo Gesù, che tanta forza, nei secoli, ha donato a chi ha avuto il coraggio di frequentarla. Forza. Con le lacrime agli occhi e il cuore trafitto, riprendiamo il cammino. Solo stando insieme, senza paure, senza rancori, senza ipocrisie, possiamo spargere intorno a noi semi di pace e di speranza.

Fonte: Maurizio Patriciello | Avvenire.it

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