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Che cosa sta dicendo la Chiesa a Cl

Davide Prosperi, vice di Carrón, spiega il passo che il Vaticano, «nella sua saggezza millenaria», invita il movimento a fare su carisma, autorità, obbedienza.

Ecco un altro intervento che aiuta a comprendere meglio il richiamo rivolto dalla Chiesa ai movimenti attraverso il decreto generale Le associazioni di fedeli, questa volta per bocca di Davide Prosperi, vicepresidente della Fraternità di Comunione e Liberazione. In un video disponibile su YouTube fino a qualche ora fa si potevano seguire i minuti conclusivi di un’assemblea della comunità riminese del movimento fondato da don Luigi Giussani tenutasi venerdì 12 novembre.

La riflessione di Prosperi parte dal significato dell’obbedienza, parola vissuta drammaticamente all’interno di Cl dopo che il Vaticano ha di fatto chiesto al movimento (a tutti i movimenti) un ricambio dei vertici, e ancor più dopo le dimissioni del presidente della Fraternità don Julián Carrón, rassegnate dal sacerdote spagnolo tre giorni dopo questo incontro a Rimini. «Noi possiamo obbedire come dei muli», osserva il vicepresidente. «Il mulo lo devi trascinare», e se trascinato il mulo «va dietro, però non segue. Cioè: non segue veramente», e la prova di questo è «il sospetto che permane lungo la strada da percorrere». Tutt’altra cosa è «il cavallo che corre, e corre perché vede la meta».

Un passo nuovo di coscienza

Prosperi non nasconde che anche per lui qualche domanda è sorta dopo la promulgazione del decreto da parte del Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, «vuoi per il linguaggio, vuoi per una modalità più o meno inaspettata, anche per un tipo di sensibilità magari un po’ diversa da quella a cui siamo abituati». Tuttavia, aggiunge il dirigente del movimento, «la profonda convinzione di cui tutta la mia vita mi ha reso certo, ossia che autorità è chi mi fa crescere, tanto più l’autorità della Chiesa», costringe a superare le perplessità superficiali per provare a «entrare nel cuore di chi vuol farci crescere». Perché «su una cosa di questo tipo, che per me è la vita, non si scherza: o la Chiesa mi inganna, o questo diventa un passo nuovo di coscienza».

Allora, affonda Prosperi, al netto di tutte le sottolineature anche dure uscite negli ultimi mesi, al netto di un rapporto certamente diverso tra Cl e il papato rispetto a quello vissuto negli anni di Giovanni Paolo II, al netto della difficoltà di dover accettare «un richiamo disciplinare», al netto di tutto ciò la domanda ineludibile è: «Qual è la ragione profonda di tutto questo?». Perché «se non troviamo una ragione adeguata per seguire, non obbediremo veramente», al massimo ci sarà l’obbedienza del mulo, «cioè non crescerà la nostra fede».

Come permane il carisma?

Qual è dunque la ragione profonda del richiamo della Chiesa a Cl? Innanzitutto la ragione profonda del decreto non è un’ostilità come inizialmente poteva spingere a pensare «un certo pregiudizio», risponde Prosperi con sincerità. Al contrario, l’impulso per questo cambiamento ha origine in una stima «per il valore, la ricchezza che [il Papa] riconosce alla realtà dei movimenti». Una stima di cui, precisa Prosperi, «ho fatto esperienza personale» all’incontro del 16 settembre in cui Francesco in persona ha voluto dire le ragioni del passo dettato dal Vaticano.

La stima però non può far passare in secondo piano un problema fondamentale, e cioè che «nella maggior parte dei movimenti», Cl compresa, «non c’è più il fondatore. E allora la preoccupazione [della Chiesa] è: come una realtà così può essere aiutata a permanere, e a continuare a dare i suoi frutti, perché non si rattrappisca, non rimanga ancorata a una forma, a una immagine?». È un dilemma, insiste Prosperi, che la Chiesa, «nella sua saggezza millenaria», ha dovuto affrontare più volte e ora invita i movimenti a fare altrettanto, senza paura di entrare nel merito anche della «forma canonica».

Un dono alla Chiesa «tramite noi»

Con il decreto del Vaticano, continua il vicepresidente di Cl imboccando un passaggio chiave, «non viene toccato minimamente nulla a riguardo del carisma, dell’impostazione educativa, della nostra realtà associativa eccetera, ma [viene toccato] il governo». La Chiesa secondo Prosperi intende «ridimensionare l’idea che il carisma debba concentrarsi tutto su un’idea o su una persona». Questo perché – è la traduzione del passaggio in termini positivi – «attraverso il fondatore il carisma è dato alla Chiesa tramite coloro che sono stati presi da questo fatto. Cioè noi». È l’invito alla responsabilità personale del carisma ripreso anche da Carrón nella lettera con cui ha comunicato le sue dimissioni.

Non si tratta appena di eleggere un nuovo leader con gli strumenti che saranno previsti nella revisione dello statuto di Cl richiesta dal Dicastero vaticano. In ballo c’è molto di più, dice Prosperi: che il carisma diventi responsabilità personale significa che «continua a vivere se vive adesso in te quando vai a casa dalla tua famiglia, domani quando ti alzi e fai le faccende di casa oppure vai al lavoro anche se è sabato perché hai lasciato indietro delle cose». Se il carisma non è una vita che continua, «è irrilevante che ci sia l’autorità», chiunque essa sia.

Il compito dell’autorità

Infatti «il compito dell’autorità non è quello di essere il carisma», provoca Prosperi, «altrimenti vi chiedo: chi di voi si candida a essere il prossimo carisma?». Compito supremo dell’autorità è piuttosto «indicare come e dove si vede più chiaramente che il carisma agisce nella storia. Tracciare la strada, gli argini dentro i quali il fiume scorre». È giusto quindi che le cariche abbiano un limite temporale. E il perché di questo aiuta a capirlo proprio il caso di Carrón, secondo il suo vice: lo stesso sacerdote spagnolo succeduto al fondatore di Cl «è egli stesso carismatico» e per di più «è stato indicato direttamente da don Giussani. Ma fra cento anni non ci sarà più questa cosa, e allora cosa garantirà la permanenza del carisma? Ecco, la Chiesa si sta facendo queste domande e ce le sta offrendo».

Fonte: Tempi.it

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