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Allarme Covid: autolesionismo e tentativi di suicidio tra gli adolescenti

L’SOS lanciato dalla Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù di Roma. “Mi sembra di vivere sempre lo stesso giorno”: la frase emblematica di una 13enne che offre il quadro della sofferenza degli adolescenti di fronte alla pandemia

Forte e chiaro è l’allarme lanciato dal professor Stefano Vicari, responsabile di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza del Bambino Gesù di Roma con l’intervista rilasciata al settimanale L’Espresso del 18 gennaio scorso.

Aumento allarmante di autolesionismo e tentativi di suicidio negli adolescenti

Ciò che lo preoccupa è il forte aumento degli atti di autolesionismo e dei tentati suicidi negli adolescenti registrato negli ultimi mesi con l’arrivo del Covid:

Sicuramente c’è una coincidenza molto sospetta e siamo certi che la rapida crescita a cui assistiamo in questi ultimi mesi di alcuni disturbi come l’ansia, l’irritabilità, lo stress, i disturbi del sonno sono legati direttamente all’isolamento. (Ibidem)

Al Bambino Gesù di Roma…

mai come in questi mesi, da novembre ad oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100 per cento dei posti disponibili, mentre negli altri anni di media eravamo al 70 per cento. Le diagnosi che predominano sono quelle del tentato suicidio. Ho avuto per settimane tutti i posti letto occupati da tentativi di suicidio e non mi era mai successo.  (L’Espresso)

Le modalità del tentativo di suicidio

Gli adolescenti attentano alla loro vita con la precipitazione, l’ingestione di farmaci, l’impiccamento ed eccezionalmente con le armi da fuoco, a differenza di quanto avviene in altri paesi come gli Stati Uniti.

Gli adolescenti tendono a emulare quanto vedono sulla rete ed è per questo, probabilmente, che un metodo molto utilizzato in questo periodo è l’assunzione di grandi dosi di tachipirina oppure rastrellano tutti i farmaci che trovano in casa e fanno un mix.  (Ibidem)

A cosa ricondurre questo aumento preoccupante sottolineato anche dai dati del Reparto di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, nel cui Day Hospital si è registrato un aumento dell’ideazione suicidaria passata nei giovanissimi dal 10 all’80 per cento?

Secondo il Professor Vicari da quanto riportato nella letteratura si evince che:

il lockdown, la chiusura totale e la chiusura delle scuole ha determinato un aumento degli stati d’ansia e depressione nei ragazzi e un disturbo del sonno. (…) i ragazzini vivono con forte preoccupazione le preoccupazioni dei genitori. Ci sono adolescenti che sono ancora più estremisti dei genitori, che non toccano niente e non escono più per la paura del contagio. (L’Espresso)

Il ruolo giocato dalla chiusura delle scuole

A proposito della chiusura delle scuole e dell’effetto sfavorevole sulla salute mentale dei ragazzi l’intervistato è netto:

Pensare che la scuola sia solo didattica è un errore drammatico. La didattica è una parte marginale della scuola. Bisogna smettere di pensare che la scuola deve formare i futuri lavoratori, la scuola deve trasmettere conoscenze di vita. E’ una palestra educativa, non un avviamento al lavoro. Questa è una concezione autoritaria della scuola. (Ibidem)

In questa prospettiva quale è il ruolo degli insegnanti? Secondo Vicari:

gli adolescenti sperimentano e violano i limiti che gli vengono posti dai genitori, e se non c’è qualche altro adulto che ha con il ragazzo un rapporto affettivo valido, rischi che si perda. Oggi questo cuscinetto sociale sta mancando, per questo i ragazzi “sbroccano” diventano aggressivi e violenti, oppure si chiudono sempre di più nella loro stanza e non vogliono più uscire. (L’Espresso)

Anche rispetto alle polemiche di questi ultimi giorni riguardo la contrastata decisione di riapertura delle scuole superiori la risposta è diretta:

Stiamo mettendo a grave rischio la tutela della salute mentale degli adolescenti. Ci vorrà molto tempo, una volta finita l’emergenza,per far uscire di casa questi ragazzi che si sono chiusi e ci vorrà tempo per ricostruire relazioni positive. Stiamo negando ai ragazzi una parte affettiva che fa parte del loro diventare adulti. (Ibidem)

L’intervista

Abbiamo contattato la dottoressa Maria Pontillo, psicologa-psicoterapeuta dell’équipe di Neuropsichiatria del Bambino Gesù, per approfondire alcuni aspetti di questa preoccupante problematica.

L’aumento registrato dei casi di tentato suicidio e autolesionismo riguarda in egual misura maschi e femmine?

Sì, riguarda nella stessa maniera sia i maschi che le femmine. L’elemento discriminante è l’età: l’aumento dei casi di tentato suicidio e autolesionismo riguarda la fascia adolescenziale dei 12-18 anni. Per questi ultimi si registra quello che ha illustrato il professor Vicari: l’aumento di richieste di aiuto per atti autolesionistici e tentativi di suicidio. Relativamente ai piccoli, quelli che hanno un’età inferiore ai 12 anni, si assiste ad un altro quadro: l’insorgenza di disturbi d’ansia, la regressione delle autonomiequotidiane – sono bambini che fanno sempre meno da soli e richiedono la costante presenza del genitore – bambini che hanno difficoltà a dormire e che rifiutano di mangiare. Ovviamente per quanto riguarda l’adolescenza l’autolesionismo e i tentativi di suicidio costituiscono la punta di un iceberg che è rappresentato dalla depressione.

Nei ragazzi che assistete è già presente una malattia mentale vera e propria?

Dobbiamo fare una distinzione tra i ragazzi che soffrivano già prima della pandemia di un disturbo mentale e i ragazzi che non ne soffrivano. Per quanto riguarda i primi, in particolare coloro che presentavano una depressione, assistiamo a un peggioramento della sintomatologia. Questo si traduce nella messa in atto di autolesionismo e tentativi di suicidio. Per quanto riguarda i ragazzi che prima della pandemia non soffrivano di un disturbo mentale, il Covid ha favorito l’emergere di un disagio che può manifestarsi in due modi. O nei termini di un vero e proprio ritiro, una interruzione: noi abbiamo dei ragazzi che si sono chiusi in camera, rifiutano totalmente di connettersi e di partecipare alle lezioni a distanza. Tendono a vivere la pandemia come l’interruzione di una routine che non ha alternative. Manifestano spesso disturbi del sonno, aumento di irritabilità e frequenti sbalzi di umore. Quindi oltre ad essere cresciuta la richiesta di consulto per i giovani che avevano già un disturbo, si è incrementata anche la domanda di prime visite psichiatriche.

Secondo la sua esperienza in che percentuale questi comportamenti rischiano di essere ripetuti?

Il comportamento autolesionistico non è un atto che si manifesta una sola volta, quindi quel 20% di adolescenti che pratica atti autolesionistici tenderà a ripetere il gesto, tanto più se non viene richiesta una consultazione neuropsichiatrica. Spesso poi esiste un legame tra praticare atti autolesionistici e tentare il suicidio. Non ci sono casi di autolesionismo che si risolvono da soli, questo è un messaggio importante che dobbiamo trasmettere agli adulti. L’autolesionismo è un segnale di rischio psicologico-psichiatrico molto alto in adolescenza. “L’aspettiamo che passi” dei genitori è un atteggiamento pericoloso e fuorviante. L’autolesionismo è qualcosa che esula dalla normale crisi evolutiva che caratterizza l’adolescenza. E’ già un segnale di disagio che può precedere attacchi al corpo più gravi come il tentativo di suicidio.

Se è vero che gli effetti della pandemia giocano il ruolo di scatenare predisposizioni già presenti, il fatto di poter intervenire prima ha anche un aspetto positivo?

Nei ragazzi che avevano già un disturbo psichiatrico abbiamo riscontrato un peggioramento della loro condizione nel 50% dei casi. Secondo me questo è un dato che va assolutamente sottolineato. Ciascuno di noi può avere o non avere una predisposizione verso un disturbo psichiatrico: il fatto che io ad un certo punto della mia esistenza lo sviluppi è legato non solo al mio DNA ma agli eventi di vita. In particolare modo a quelli che noi chiamiamo eventi di vita stressanti. Quindi il Covid in questo senso come evento di vita stressante è andato afar emergere una serie di predisposizioni e di fragilità già esistenti. La sua osservazione sul fatto positivo di poter intervenire prima, è molto corretta nella misura in cui viene chiesto dai genitori un consulto. Perché anche negli adolescenti che non hanno mai sofferto di un disturbo mentale e presentano semplicemente un disagio legato alla pandemia, quest’ultimo se non affrontato può strutturarsi in disturbo psichiatrico vero e proprio. Le faccio un esempio: il ragazzino che non aveva mai sofferto di depressione ma che ha una familiarità in questo senso, e che con il Covid comincia a manifestare difficoltà di addormentamento, sbalzi d’umore, tendenza al ritiro, è un soggetto che va attenzionato, perché avendo già di base una predisposizione è possibile che questo evento possa portare allo sviluppo del disturbo mentale.

Quali sono le regole che i genitori possono dare ai figli per aiutarli a gestire gli effetti di questa situazione?

E’ molto importante che i ragazzi, anche se in una condizione di didattica a distanza, vivano comunque un’organizzazione quotidiana che cerchi di assomigliare il più possibile a quella pre-pandemica, come l’ora della sveglia e la partecipazione ai pasti. Stiamo assistendo a degli adolescenti che creano dei microcosmi in camera: si rifiutano di mangiare e sono totalmente presi dall’uso di internet. Abbiamo riscontrato un aumento dell’uso di videogiochi nella maggior parte dei ragazzi: il 67% di loro passa più di 4 ore al giorno davanti ai videogiochi, rinunciando a qualsiasi organizzazione della propria giornata. Quindi il primo consiglio è mantenere le routine quotidiane legate alla sveglia, ai pasti, agli orari di addormentamento. Stimolare i ragazzi anche se poco motivati – come emerge da una ricerca che abbiamo effettuato nella quale ci riferiscono di essere fortemente disinteressanti alla Didattica a distanza – a partecipare alle lezioni, a dedicare il pomeriggio allo studio, ma anche alle attività di svago come lettura e musica. L’uso dei videogiochi deve essere però assolutamente concordato con i genitori. Nel caso in cui essi notino degli indicatori preoccupanti, come tendenza al pianto, crisi di ansia, insonnia importante o difficoltà nel mangiare è necessario richiedere tempestivamente un consulto.

In quanti casi questi comportamenti hanno alla base disagi familiari acuiti dalla pandemia?

Ci siamo resi conto che nella maggior parte dei casi la convivenza forzata dovuta alla DAD e allo smartworkng dei genitori ha acuito delle conflittualità familiari già presenti. Noi siamo preoccupati per i ragazzi che già in epoca pre-pandemica erano sottoposti al trauma della violenza familiare, adolescenti che magari sono in attesa di essere supportati dalle strutture territoriali e vivono questa condizione di disagio quotidiana. Ci sono delle situazioni estreme, come quelle in cui per esempio i figli sono costretti a passare molte ore con un genitore portatore di un disturbo psichiatrico grave, oppure con genitori aggressivi o abusanti non solo sotto il profilo sessuale, ma anche emotivo e psicologico. Ci sono casi sicuramente più lievi in cui la convivenza forzata rappresenta una novità rispetto alla vita solita in cui ciascuno ha altri investimenti rispetto al solo coinvolgimento familiare, che ha acuito una situazione di irritabilità preesistente tra i membri.

Cosa emerge dall’esperienza che state facendo con la linea telefonica che avete attivato per i casi più gravi?

Noi abbiamo attivato la linea telefonica Lucy – 06 68592265 – per le emergenze psichiatriche che in realtà esisteva già da qualche anno. Abbiamo assunto questa inziativa per dare modo alle famiglie e agli adolescenti di rivolgersi direttamente a noi, di manifestare il disagio al quale noi rispondiamo dando indicazioni pratiche immediate e relative ai servizi a cui rivolgersi. Nel corso della pandemia abbiamo ricevuto una maggiore richiesta da parte dei genitori per quanto riguarda l’aumento di aggressività nei figli.

Le ragazze che soprattutto soffrivano di fragilità alimentare hanno accentuato comportamenti anoressiformi, mentre abbiamo assistito a casi di estremo ritiro in cui anche giovani che prima non manifestavano questo comportamento abbandonano qualsiasi forma di attività comprese quelle all’interno della propria casa. Ci sono ragazzi che hanno sviluppato una serie di paure relative al contagio, anche nel senso di temere che contrarre il Covid possa portare ad un deterioramento delle loro condizioni cognitive intaccando l’intelligenza.

La paura quindi non è solo: “muoio di Covid”, ma anche – io sto seguendo molti casi su questo versante – “quali sono le conseguenze dell’aver avuto il Covid?”. E non solo sull’intelligenza, ma anche sulla possibilità di costruirsi una carriera e di acquisire una formazione. Su questi timori influisce molto quella che noi chiamiamoinfodemia: sono adolescenti che cercano continuamente su internet informazioni, si fanno delle rappresentazioni più catastrofiche di quella che poi è la realtà. Quindi un altro consiglio che possiamo dare ai genitori è di controllare il più possibile la ricerca ossessiva di notizie sul Web da parte dei figli. Con l’aumento della presenza online dei ragazzi sono cresciuti i rischi di collegarsi a siti di condivisione, o a entrare in chat che spingono i ragazzi ad autoledersi o ad assumere stili anoressici.

Qual è la storia che l’ha più colpita tra quelle che ha incontrato in questo periodo?

Prima di raccontarle una storia, le riporto la frase molto significativa di una paziente di 13 anni che seguo da tempo per degli stati ansiosi. Una ragazzina che non presenta gravi problemi psichiatrici la quale, quando le ho chiesto di scrivere come stava affrontando questo periodo, mi ha colpito molto con questa affermazione emblematica del suo vissuto:

Mi sembra di vivere sempre lo stesso giorno.

Una frase che rappresenta al meglio la riduzione di stimoli cognitivi, sociali ed emotivi cui i nostri ragazzi sono sottoposti a causa dell’interruzione della frequenza scolastica e di altre attività ludico-ricreative che prima svolgevano.

La vicenda che voglio condividere con lei è quella di un ragazzo di 17 anni il quale mi ha rilasciato questa testimonianza scritta:

La parabola del sole scandiva il concepimento e la dipartita di un altro giorno senza nome, senza ore. Quell’apparente staticità mi cullava, per la prima volta avevo la percezione che la mia andatura e quella del mondo coincidessero. Il mio letto d’ansie non era mai stato così comodo. Il contrappasso per quella vacua serenità, si palesò con il reinserimento nella società: insonnia, fenomeni dissociativi e quelle ansie e insicurezze con le quali convivevo da sempre, apparivano insostenibili.

Il paziente, affetto da ansia sociale, fa riferimento al fatto che la chiusura in una prima fase era stata per lui positiva, perché finalmente tutta l’ansia di affrontare la realtà quotidiana  era stata messa a tacere dal fatto di poter stare a casa. Avendo difficoltà a rapportarsi con il mondo esterno, nel momento in cui arriva la quarantena si sente ufficialmente autorizzato a rimanere tra le mura domestiche. Il problema però si presenta quando si prospetta il rientro a scuola, e il continuo arrivo di notizie discordanti certamente non lo aiuta. La sensazione di stabilità casalinga nel momento in cui deve re-immergersi nel mondo si tramuta in terrore. Gli sembra insostenibile. Per fortuna questo ragazzo ha seguito stabilmente anche durante il lockdown il suo percorso di psicoterapia in presenza, e sta lavorando al tentativo di sostenere l’instabilità che il mondo degli adulti gli presenta. L’ultimo rientro a scuola è stato abbastanza sereno. Questa testimonianza dimostra quanto sia forte negli adolescenti l’alternanza di stati emotivi a causa soprattutto dell’incertezza rispetto al futuro. Avere progetti che sono saltati li spaventa molto.

Fonte: Silvia Lucchetti | Aleteia.org

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