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La libertà di dire la verità

Domenica scorsa correvo lungo la Cristoforo Colombo, in un tratto ero parallela al percorso del Giro d’Italia, e invidiavo i ciclisti perché almeno la loro strada, immaginavo, sarebbe stata liscissima, a differenza della parte su cui potevo correre io. Nessuna rabbia, ormai: le buche sono parte del panorama romano, così come i cartelloni del Gay Village di Roma che decoravano tutti gli autobus che mi hanno affiancata. Nessun fastidio, solo noia.

Non mi è mai venuto in mente che fosse sensato chiedere la rimozione di uno di quegli innocui manifesti, trasgressivi come un tinello che sa di minestrone o una pubblicità del centro bricolage (ben 60 like su facebook il pezzo più letto tra quelli che annunciano l’apertura della festa paesana al Testaccio). Non credo che chiederei mai la rimozione di un manifesto che non contenga offese o insulti o minacce a qualcuno, perché penso che niente di quello che viene da fuori ci possa danneggiare. Il problema è sempre quello che abbiamo dentro. Ci danno fastidio solo le cose che risuonano con il nostro mondo interiore, con il male che abbiamo dentro.

Ecco, io non capisco come sia possibile in un paese in cui vige la libertà di espressione – fatta salva la calunnia e la diffamazione – il Comune di Roma possa far rimuovere un manifesto che fa vedere un bambino nella pancia della mamma, a 11 settimane. Appellandosi a quale legge? Non c’era un’immagine di nudo, non un’offesa, neanche un’accusa alle donne, cose orribili tipo “assassine”: semplicemente “tu sei qui perché tua mamma non ti ha abortito”. Cioè, un dato di fatto, secco. Una notazione direi cronachistica, valida per quasi tutti noi che siamo al mondo tranne rari casi tipo Gianna Jessen, di aborti fortunatamente non riusciti).

Ora, io posso anche capire le posizioni di chi sostiene che non è questo il modo per convincere una donna a non abortire, che è necessario parlare della bellezza della vita eccetera eccetera (Sinceramente non credo che una donna in difficoltà se vede una foto dei miei figli sorridenti abbandona l’idea di abortire, non lo so, magari mi sbaglio.). Comunque non stiamo sindacando sulla bellezza o bruttezza di un manifesto. Stiamo parlando di una cosa gravissima, cioè la libertà di espressione. Stiamo parlando di leggi dello stato contravvenute. Stiamo parlando di democrazia. Non è che tutti i manifesti debbano superare test che valutino impatto comunicativo, artistico e delicatezza nel messaggio, no? Immagino, perché credo che certe signore non starebbero cosce all’aria davanti agli asili, altrimenti. I manifesti devono rispettare la legge, anche quando vogliono mettere in risalto i limiti di una norma dello Stato, purché lo facciano rispettosamente.

La verità è che alle donne viene detto che quello nel loro grembo è un grumo di cellule, e, se invece poi scoprono che quello che Emma Bonino aspirava con la pompa di biciletta era un bambino col cuore che batteva e la testa e i piedini, stanno male, se lo hanno ucciso. Ma non stanno male per colpa di quei cattivi di ProVita, stanno male per quello che hanno fatto, nella maggior parte dei casi senza rendersene conto, quindi essendo anche loro vittime di una bugia. Il grande genocidio infatti in Italia (come dappertutto) ha avuto inizio con una enorme, gigantesca notizia falsa, quella della diossina di Seveso e delle malformazioni certe e terribili dei bambini, e soprattutto con quella del numero di donne morte per aborti clandestini. Il “maestro” Marco Pannella ha raccontato un sacco di bugie al popolo italiano, e un manifesto che dice la verità è insopportabile ai veritofobi che lo hanno fatto rimuovere, Cirinnà in testa.

Se uno è convinto di quello che pensa, non è una foto a disturbare. A me non disturba nessuna foto che vedo in giro, casomai mi giro dall’altra parte perché mi piace la vera bellezza. La verità è quella che è scritta sul manifesto di Citizen Go (definito “choc” da miei solerti colleghi, e “opera degli estremisti prolife”: come si può essere estremista prolife? Facendo nascere un bambino tre volte? O lo fai nascere o lo ammazzi, non è che puoi essere estremista…). La verità, dicevo, è che l’aborto uccide sempre almeno una donna: quella che lo fa. E in almeno metà dei casi un’altra donna, la sua bambina. Ho chiesto a tanti ginecologi, e tutti confermano: non c’è una donna che riesca da sola a superare davvero, profondamente e del tutto il dolore di un aborto. Una parte di lei muore per sempre.

E’ per queste donne che continuiamo a far sentire la nostra voce: questa orribile, indifendibile legge ormai c’è, e credo non sia realistico pensare di poterla abrogare in questo clima culturale. Quello che dobbiamo fare, e di cui saremmo responsabili se non provassimo almeno, è tendere una mano alle donne in difficoltà economica, come fanno per esempio nei Centri Aiuto alla Vita (e come fanno tanti di noi sostenendoli), e anche rendere sempre più consapevoli le donne di quello che – legittimamente secondo il nostro ordinamento – vanno a fare. Chi ha paura di quei manifesti ha paura della verità, sa che se le donne sapessero non ucciderebbero i loro figli, sa che se fossero minimamente aiutate e accompagnate non sceglierebbero mai la morte. E comunque le donne che soffriranno per il resto della vita il rimpianto per il loro bambino ringraziano la Raggi, la Cirinnà e tutti i difensori della censura che hanno tolto loro una possibilità di capire prima.

E così un manifesto che evidenzia semplicemente un dato di realtà – un bambino a undici mesi è fatto così, è scienza, è scritto sui libri di medicina – viene vietato, un manifesto che dice una bugia viene invece largamente diffuso e affisso anche davanti alle scuole: mi riferisco a quello di RTL con i due uomini che si sposano, con scritto NORMAL, il che è semplicemente una bugia, perché normale in italiano significa conforme alla generalità, e meno dell’1% NON è la norma, non c’è bisogno di una laurea in statistica per capirlo. Si poteva scrivere FIGHISSIMI se volevate, ma normal proprio no. Ecco, manifesti con delle bugie in faccia ai bambini magari li eviterei, ma piuttosto che fare ancora più pubblicità a una bugia si può cogliere l’occasione per spiegare la verità ai bambini.

Infine, ricordiamo il trattamento che hanno subito le Sentinelle in piedi per questa epidemia di veritofobia. Ovviamente, che Facebook non sia un posto democratico si sapeva già, e nessuno glielo chiede. E’ un posto che ha le sue regole, se non ti piace te ne vai. Basta che si sappia. Facebook obbedisce alla dittatura del pensiero unico, e puoi imparare a starci sfruttandone i tantissimi vantaggi: almeno ha l’attenuante di non avere una Costituzione a cui obbedire, di non avere l’articolo 21 con cui fare i conti, ma certo è bene ricordare che la pagine della Sentinelle in piedi non è stata solo bloccata, ma soppressa, ripeto soppressa, non per avere insultato qualcuno, ma per avere postato foto dei camion col manifesto di ProVita. Ricorderei che questa enorme campagna prolife è stata finanziata anche da tantissima gente comune, con una gigantesca colletta di massa per aiutare la diffusione dei camion vela. Grazie a tutti quelli che hanno sborsato i propri soldi, quelli dei risparmi di famiglie spesso numerose, quelli della gente di buona volontà che non ha voce da nessuna parte, spesso neanche tra le gerarchie ecclesiastiche. Il popolo, questo sì, il vero popolo che ha dato l’obolo della vedova.

Questa cosa che è successa è profetica perché le Sentinelle sono nate proprio per difendere la libertà di espressione che i guardiani del pensiero unico sono costretti a cercare di silenziare, chiudendo pagine, oscurando manifesti: la verità ha una forza insopportabile per chi dice le bugie. E così mentre noi non chiediamo di oscurare siti e pagine piene di insulti e bugie, è stata soppressa la pagina Facebook delle Sentinelle, prezioso strumento per la diffusione delle informazioni per le veglie (oggi pomeriggio a Udine alle 18.30 in piazza San Giacomo e sabato 2 alle 21 a Salò in piazza  Serenissima). Volevo dire comunque che noi abbiamo anche altri mezzi: la rete, i telefoni, i piccioni viaggiatori, lo Spirito Santo… noi siamo un piccolo esercito e abbiamo i nostri portaordini tra una sentinella e l’altra.

Fonte: CostanzaMirianoBlog

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