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Il delirio del potere, il limite della morte – Chi crede saprà aspettare

La morte è per noi, nello stesso tempo, un’esperienza-limite e un’esperienza del limite: un evento straordinario, che, proprio per la sua eccezionalità, ci pone di fronte alla nostra radicale finitezza. (…) La situazione del sopravvivere è la situazione centrale del potere.
Elias Canetti, Potere e sopravvivenza

La promessa della Bibbia è stata sempre difficile da capire e da accogliere perché troppo diversa da quelle dei falsi profeti, diversissima dalle promesse degli idoli e delle ideologie. È stata tradita mille volte dal popolo, dai suoi re, dal tempio. Ma è stata tenuta viva e alimentata dai profeti, custodita da un “resto” che in certi momenti storici è diventato minuscolo, un piccolo virgulto sbocciato e risbocciato da un tronco tagliato che sembrava morto per sempre.

Solo questo “resto”, fatto di poveri e umili, capisce i profeti perché non ha smesso di credere in quella difficile antica promessa. E tutte le volte che qualcuno continua a sperare quando gli imperi stranieri conquistano distruggono deportano, che non dimentica le antiche preghiere quando il tempio si popola di nuovi idoli alla moda, che non smette di gridare per invocare la causa del povero, che inchiodato su una croce non maledice i suoi carnefici né Dio, diventa parte di quel “resto”, inconsapevole cittadino di quel regno, sale e lievito. Della terra, di un paese, di una impresa, di una comunità – ogni gruppo umano ha il suo “resto” fedele che può salvarlo, e spesso lo salva.

Questo piccolo regno invisibile è sempre insidiato e minacciato di estinzione. Quando continua a vivere lo deve molto ai profeti, che nutrono il “resto” raccontandogli mille volte l’antica promessa, e nel raccontarla la rigenerano ogni volta nella propria carne. Pronunciando parole di futuro, offrendo se stessi come caparra visibile e concreta della terra promessa che non c’è ancora. Lo proteggono, come una leonessa con i suoi cuccioli, dalle seduzioni sempre nuove dei falsi profeti.

I segni di riconoscimento delle false promesse dei falsi profeti sono sempre gli stessi da tre millenni: i loro colori sono troppo luccicanti, la loro terra senza ombre, la distanza dai poveri che cresce sempre, il “tempio” trasformato in luogo di sacrifici e culti di consumo emotivo e misticheggiante, racconti di visioni come quelle degli ubriachi. Isaia lo sa molto bene: «Barcollano per il vino, vacillano a causa della birra. Preti e profeti gorgogliano per le bevande inebrianti» Isaia 28, 7).

Le prime bevande inebrianti della falsa profezia e dei falsi culti sono le loro liturgie, strapiene di parole e di gesti al punto da non lasciare allo spirito nessun pertugio dove tentare di entrare. Che quindi allontanano i fedeli dalla umile fatica del vivere, e li fanno girare per le strade ebbri delle loro sbornie. Forse è dopo aver assistito a uno di questi riti orgiastici che Isaia esclama: «Tutti i tavoli colano vomito, traboccano di escrementi» (28,8).

Le religioni e le civiltà hanno sempre vissuto, e continuano a vivere, in un perenne conflitto tra chi vuole stordirci distraendoci dalle sofferenze del presente con facili droghe pseudo-spirituali e ideologiche, e i profeti-non-falsi che spendono la vita per tenerci ben svegli e vigili, ancorati alle speranze non vane e quindi difficili – senza quasi mai riuscirci.

Questo tipo di conflitto prende non di rado la forma della derisione e dello scherno: «A chi la conoscenza rivelerà? A chi il mistero discoprirà? Ai lattanti slattati, ai poppanti?» (28,9). Gli oppositori di Isaia affermano di non avere bisogno della sua rivelazione, una conoscenza utile solo ai bambini non ancora svezzati. E così lo prendono in giro, lo sbeffeggiano con una filastrocca (forse) usata dalle mamme di Gerusalemme per insegnare ai bambini a parlare e/o a camminare: «Tzau-latzau, Tzau-latzau, Qua-Laqàu, Qua-Laqàu, Zeer-shàm Zeer-shàm» (28,10).

Ai falsi profeti, ai capi del popolo sempre sedotti dalle false-profezie spettacolari e dalle molte forme che assumono le orge e i riti misterici, le parole oneste del profeta appaiono troppo semplici ed elementari, roba da marmocchi; e quindi invece di provare a «tornare come i bambini» accusano Isaia di infantilismo. Una sorte che i profeti hanno in comune con i veri innovatori nell’arte, nella scienza, nella cultura, e nella spiritualità, dove il primo strumento per screditarli è il sarcasmo, la banalizzazione delle loro tesi e delle loro esperienze, presentate e ridicolizzate come faccende troppo elementari, come cose da bambini – come se, tra l’altro, fosse facile imitare da adulti i bambini: ci proviamo tutta la vita, per riuscirci, qualche volta e sempre in modo imperfetto, solo alla fine.
Mentre siamo ancora con Isaia alle prese con il sarcasmo dei suoi (e nostri) contemporanei, ecco raggiungerci un altro mirabile colpo profetico. Ci ritroviamo gettati nel bel mezzo di una delle più acute descrizioni del potere: «Ehi voi, cialtroni, voi padroni del popolo di Gerusalemme. Voi che dite: “Abbiamo stretto un patto con la morte, c’è un’alleanza tra noi e l’Inferno! Il grande flagello passerà ma da noi non verrà. La menzogna è il nostro riparo, l’impostura nostra corazza“» (28-14-15).

Isaia si rivela fine conoscitore e disvelatore di uno degli spiriti più potenti della terra: lo spirito del potere – uno spirito che il nostro tempo ha cancellato, dichiarandolo d’ufficio argomento non più attuale né utile per capire il nuovo capitalismo e le nuove democrazie.

Isaia ci sta dicendo che alla base del potere dei “padroni” del popolo c’è un atto religioso-idolatrico, un vero e proprio “patto con la morte”, dove il cercatore di potere “vende l’anima” in cambio di una specie di immortalità. Non è necessario ricordare quei dittatori che sono stati veri praticanti di riti pagani e di negromanzie per capire che ogni potere ha una tendenza naturale a cercare di superare la condizione di mortalità di tutti, a volere sconfiggere la morte.

Questo delirio è intrinseco al potere. Il potere – politico, religioso, carismatico… – genera la sensazione, che presto diventa certezza, di non essere come gli altri viventi («…da noi non verrà»), di avere finalmente conquistato-acquistato la grande immunità dai mali del vivere, e quindi dalla morte, il male più grande. Di essere come Dio. Ritorna l’antica promessa del serpente, che ci seduce sempre tutte le volte che torna – il grande mito del capitolo 3 della Genesi è anche un discorso antropologico sul potere, che è sempre e immediatamente discorso religioso.

Quando entra nei luoghi del potere il potente lascia la condizione ordinaria dell’animale e si pone in quella del mandriano nei confronti delle sue mucche o del cacciatore verso le sue prede: esseri superiori e invulnerabili, con una infinita capacità-potere di generare vulnerabilità negli altri.

Niente più del potere separa e immunizza da chi il potere non ce l’ha – ecco perché ogni potere tende per sua natura a diventare potere assoluto: un “solo uomo al comando”, e ogni potere condiviso è potere imperfetto e instabile. L’immortalità conquistata dal potente è rimozione dell’orizzonte della morte dalla vita concreta, e quindi di qualsiasi orizzonte più grande dove potrebbe trovarsi un tribunale nel quale un giorno qualcuno ci chiederà conto delle nostre azioni. Quando si è padroni degli altri ci si sente veramente dei, anche quando il nostro paradiso è soltanto una città, un ufficio, un convento.

Il potere non promette l’immortalità soltanto vendendo l’illusione di ridurre l’esposizione alla vulnerabilità, alla malattia, né soltanto offrendoci la speranza-illusione di poter fare gesta eroiche che ci guadagneranno il ricordo imperituro. Promette molto di più: nella sua terra promessa c’è un miele molto più dolce. Il raggiungimento del potere ci promette di prolungare la sensazione di immortalità tipica della gioventù, quando la morte non c’è o riguarda solo gli altri. Ecco perché esiste un’affinità tra potere e giovinezza. Che viene cercata, celebrata, consumata, idolatrata dai potenti.

Gli uomini non più giovani cercano di restare al potere soprattutto, e forse soltanto, per restare giovani e quindi per illudersi di non morire, senza riconoscerne l’illusorietà: quasi tutta la forza e la fragilità del potere sta in questa grande illusione che non si presenta come tale.
È interessante e molto eloquente che molte culture abbiamo usato la metafora economica per esprimere questo commercio scellerato tra potere e morte. Ci si svela di più la natura del denaro, la sua pretesa-promessa di poter comprare tutto, anche l’impossibile. Sta qui il fascino infinito del denaro, che invece di ridursi aumenta con la sua accumulazione.

Ma perché un simile contratto possa promettere un premio infinito, la controparte può e deve chiedere tutto: l’anima, la vita intera. Ecco allora che gli uomini, ieri oggi sempre, offrono sull’altare del potere tutti i loro affetti, tutti gli amori, tutte le speranze, la dignità. Perché non cerchiamo tanto o soltanto i privilegi e i contenuti diretti del potere: cerchiamo l’immortalità, vogliamo sopravvivere alla morte.

A questo punto, come spesso ci è accaduto nei capitoli che abbiamo fin qui commentato, dopo una grande pagina di denuncia e di critica, Isaia riesce a compiere i suoi capolavori teologici, a generare le sue parole più belle. Alla illusione del potere immortale dei padroni del popolo, Isaia risponde donandoci la grande parola della pietra angolare: «A voi così replica Iah, il mio Signore: “Io porrò in Sion una pietra, una pietra dura che regge tutto, angolare preziosa, fondamento fermissimo”». E termina con una frase misteriosa che nel suo mistero ci fa fremere di bellezza: «Chi crede saprà aspettare» (28,16). Questa frase è l’iscrizione che Isaia ha apposto sulla pietra angolare del suo edificio spirituale e ideale. La pietra angolare, fondamento fermissimo, dura e che regge tutto, non può che essere il resto“: quella piccola cosa che crede, che spera, che tiene in piedi il mondo.

Ciò che non muore non è il potere con le sue illusioni mortifere. Ciò che veramente non muore è chi è capace di credere nella promessa vera e umile, che è grande perché è piccolo. Non moriamo finché siamo capaci di restare dentro l’attesa del compimento della promessa, che sopravvive veramente nei figli, nei nipoti, nei bambini del “resto” di domani. Per non morire possiamo fare solo questo. Non c’è altra immortalità buona sotto il sole. Chi crede saprà aspettare.
Fonte: Avvenire.it

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