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Strage di Nizza, “Noi, studenti italiani, salvati da una famiglia tunisina e musulmana”

Otto ragazzi dell’Università di Torino in gita nella città francese hanno trovato rifugio nella casa di un imbianchino. “Io e mia moglie siamo musulmani praticanti e ciò che è avvenuto non può in nessun modo rappresentare l’islam”

Otto studenti salvati dall’inferno di Nizza grazie a una famiglia tunisina. Una pagina di speranza in un capitolo di orrore. Una storia che merita di essere raccontata, quella vissuta da un gruppo di ragazzi del dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Torino arrivati nella città francese da una settimana per la summer school organizzata con l’ateneo di Nizza. In totale 75 studenti che giovedì sera si trovavano quasi tutti sulla Promenade des Anglais.

«Per una serie di circostanze abbiamo fatto tardi e abbiamo deciso di cenare nelle vie interne e non sulla Promenade, per risparmiare tempo e andare quindi a seguire i fuochi», racconta Carlotta Benna, 21 anni, uscita insieme a dieci compagni di corso. «Nonostante questo siamo arrivati quando ormai lo spettacolo era finito. Abbiamo però sentito dei colpi, qualcuno di noi ha pensato fossero dei tuoni, altri che avessero ripreso i fuochi». Non potevano immaginare il dramma che si stava consumando a pochi passi da loro. «Alcuni nostri amici erano più avanti, hanno vissuto tutta la scena. Il camion li ha sfiorati, un gruppo si è riparato dietro a una pensilina». L’attentatore non ha voluto investirli solo perché temeva che la struttura fermasse la sua corsa della morte.

«Ci siamo trovati in mezzo a una marea umana impazzita che correva in tutte le direzioni. Non capivamo cosa stesse succedendo. Solo urla e pianti. Un uomo ci ha mimato un mitra per segnalarci il pericolo. Ci siamo messi a correre anche noi, cercando di non lasciare indietro nessuno. Non sapevamo dove andare».

In tre non sono riusciti a stare al passo. «Arrivati a un’intersezione abbiamo notato delle persone entrare in un palazzo con una vetrata che faceva angolo. Le abbiamo seguite. Ci siamo messi a bussare e piangere. Continuavamo a pregarle di aprire finché non l’hanno fatto. Erano italiani e sentire la nostra lingua madre è stato per noi un sollievo. Abbiamo chiesto riparo nel loro appartamento ma non hanno esitato a rifiutarci. Per loro eravamo in troppi e c’era poco spazio. Restare in quell’atrio con quella vetrata ci faceva sentire un bersaglio troppo facile. Tutti noi avevamo in mente le scene del Bataclan». Pochi istanti dopo sono entrate altre persone che fuggivano dal terrore. Un uomo ha perso i sensi all’ingresso.

Dalle scale è comparso invece un giovane, dai tratti arabi. Un tunisino che abita al terzo piano del condominio. Si chiama Hamza Bayrem, imbianchino di 29 anni, con una moglie incinta e un figlio nato due anni fa. «Ho sentito le urla, mi sono affacciato dal balcone e ho visto migliaia di persone correre. Sono sceso a controllare cosa stesse succedendo. I primi che ho incontrato sono stati gli studenti italiani. Non potete immaginare in quale stato erano. Ho visto il terrore sulle loro facce. Quando ci ripenso mi fa male il cuore. Ho cercato di capire cosa mi stessero urlando ma loro parlavano solo in italiano. Mi hanno chiesto se capivo l’arabo e quindi mi hanno presentato un loro amico di origini marocchine», racconta a l’Espresso. E’ Yassine Ramli, anche lui studente di Legge, che vive ad Asti. «Il ragazzo tunisino ci ha invitati a salire al terzo piano, dove avremmo trovato anche sua moglie. Le mie compagne di corso non si sono fidate. Temevano potesse essere una trappola, alla fine però si sono convinte».

«Non potevamo restare in quell’atrio. Ci avrebbe potuto vedere e sparare chiunque. Non nascondo che eravamo molto diffidenti», spiega ancora Carlotta. «Arrivati al piano ci ha aperto la porta di casa. Non abbiamo però trovato il coraggio di entrare. Non ci fidavamo abbastanza, abbiamo preferito restare nel corridoio». Ed è qui che il giovane tunisino ha abbattuto ogni muro di diffidenza. «Ci ha portato sedie, coperte, acqua, cioccolato. Ci ha offerto qualsiasi cosa ci servisse. Molte di noi erano agitate e continuavano a piangere. Si sono tranquillizzate solo quando si è presentato il bimbo di due anni e si messo a giocare in mezzo a noi. Abbiamo capito che eravamo al sicuro. Che ci potevamo fidare e siamo quindi entrati in casa». La moglie, in abiti tradizionali e con il velo, ha offerto loro la cena. «Ovviamente non avevamo fame. Hanno acceso la televisione e ci hanno chiesto che canale italiano si poteva guardare, in modo che capissimo anche noi cosa avveniva di sotto. Siamo rimasti su quel divano fino alle due, quando abbiamo capito che era tutto finito ed avevamo ripreso i contatti con il resto del gruppo».

Ieri gli undici studenti sono tornati in quell’appartamento. Non fuggivano da nessuno. Ci sono tornati per ringraziare quella famiglia di sconosciuti che li ha soccorsi nel momento più terribile che abbiano mai vissuto. «Li abbiamo ringraziati e ci siamo scusati. Loro hanno dal primo momento compreso la nostra difficoltà e la nostra diffidenza. Io sarò sempre grata a quelle persone», conclude Carlotta con la voce che trema ancora.
Bayrem cerca di minimizzare: «La visita dei ragazzi italiani mi ha reso davvero felice, hanno portato anche dei regali per mio figlio. Non abbiamo fatto nulla di straordinario, quelle ragazze avevano rischiato la vita e dovevano essere protette. Lo avrebbe fatto chiunque».

Hamza è tunisino come l’autista di quel camion. «Non sapete quanto mi abbia ferito ciò che è successo. Io e mia moglie siamo musulmani praticanti e ciò che è avvenuto non può in nessun modo rappresentare l’islam. Giovedì sono morti tanti esseri umani, nostri fratelli. Abbiamo perso degli amici. Non c’entra la nazionalità o la religione, siamo tutti umani. E giovedì abbiamo perso tutti tante persone. Non si può uccidere per l’islam. La religione ci chiede clemenza. Anche verso gli animali, figuriamoci verso le persone. Io al lavoro, quando vernicio, sto sempre attento a non uccidere gli insetti. E sono io a rappresentare l’islam, non l’autista di quel camion». Sabato sera sono tutti invitati a casa sua a mangiare il couscous. Per avere un buon ricordo di quell’appartamento. Il ricordo che quella famiglia merita.

Fonte: Esspresso/Repubblica.it

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