
Le parole che ricostruiscono
— 11 Luglio 2016 — pubblicato da Redazione. —Le parole dei profeti sono grandi perché in-finite, incompiute. Sono sempre di fronte a noi, come una chiamata costante a far di tutto per farle diventare un po’ più storia, vita, carne.
Gli uomini e le donne migliori non sono più attratti dal bel mestiere della politica, e così lasciano strada libera a chi cerca il potere solo per interessi personali o di parte. E il circolo perverso si chiude, la trappola diventa perfetta. Nei casi più gravi – come quelli descritti qui da Isaia – la crisi è talmente profonda e generalizzata da tener lontano dai ruoli di governo anche i delinquenti, non essendoci più nulla da depredare e spartire se non la “rovina”: «Uno afferrerà il fratello nella casa del padre: “Tu hai un mantello: sii nostro capo; prendi in mano questa rovina!”. Ma lui si alzerà in quel giorno per dire: “Non sono un guaritore; nella mia casa non c’è pane né mantello. Non ponetemi a capo del popolo!”» (3,6-7). Rimangono soltanto gli sciacalli: «Voi avete devastato la vigna; le cose tolte ai poveri sono nelle vostre case» (3,14).
Ed è qui, quando la speranza civile muore, che al profeta resta solo il suo canto, la sua preghiera di lamento sopra il suo popolo: «Popolo mio, le tue guide ti traviano, distruggono la strada che tu percorri» (3,12). Il popolo diventa “mio popolo”. Di Dio, e di Isaia. È anche questo il mestiere del profeta: saper piangere per la rovina del proprio popolo, delle comunità, delle persone, per la nostra rovina, per la tua, per la mia. Quando neanche Dio è ascoltato, quando le sue parole di invito al pentimento e alla conversione restano inattese e oltraggiate, il profeta ha un’ultima risorsa: può piangere per il suo popolo.
Può intonare il suo canto di lamento, può mescolare le sue lacrime con quelle della gente schiacciata. E qualche volta nella storia è accaduto il miracolo che qualcuno abbia raccolto il pianto e il grido dei profeti, più delle loro parole – non c’è parola più potente di un grido: il Golgota ce lo ricorderà sempre. È accaduto quando dopo le guerre e le grandi follie collettive, poche donne e pochi uomini, a volte uno solo, in quel pianto-lamento-urlo hanno sentito una vocazione. E poi si sono messi a ricostruire città, comunità, imprese, Paesi interi. Quando lo hanno fatto, al loro fianco c’era Isaia, anche se non lo sapevano. La solidarietà delle lacrime è una forma altissima di amore. È tipica dei profeti, ma la vivono anche artisti, poeti, registi, musicisti, scrittori, e tante donne e molti uomini che continuano ad accompagnare le rovine degli altri solo con le lacrime, dopo aver esaurito ogni altra risorsa. Molta poesia e letteratura umana – anche quella rimasta nascosta nei diari e nelle lettere – è un costante e profondo esercizio della solidarietà del pianto e del lamento. Un grande dono dell’arte vera è riuscire a vedere le vittime della storia, reali o create dal loro genio (e quindi altrettanto reali); e poi avvicinarle, guardarle veramente, farsi loro compagno di strada e di lacrime. “Vedendo” Cosette e Jean Valjean, Renzo e Lucia, Victor Hugo e Alessandro Manzoni ci hanno fatto vedere meglio e di più i miserabili della terra. La creazione dei loro personaggi ci ha donato nuove parole per capire le vittime attorno e in noi, e qualche volta amarle di più.
Domani, tra cento, mille anni, gli umani potranno capire meglio e di più le antiche parole bibliche grazie ai nuovi artisti, filosofi, alle donne e agli uomini spirituali, che continueranno a donare parole, suoni, colori. I suoni e i colori dei profeti si spegneranno solo quando l’ultimo uomo cesserà di dare la propria voce alla loro parola. Ma la Bibbia potrà sempre rinascere il giorno in cui qualcuno riconoscerà il proprio roveto ardente in quello di Mosè, leggerà il suo nome in quello di Adam, o si scoprirà Noè quando nel diluvio del suo tempo inizierà a costruire un’arca di salvezza. E comincerà a raccontare questa storia a qualcuno che la vorrà ascoltare.