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Chiesa, mafia e urgenze pastorali

Tanti preti e laici cristiani hanno saputo e sanno contrapporre la logica di Cristo al malaffare Esistono però zone grigie bisognose di nuova luce. Un libro di Giuè punta con zelo (e ipersensibilità verso i vescovi) il dito su di esse e dimentica il problematico rapporto fra Vangelo e società.
«Perché la mafia, al di là di episodi locali scatenanti e immediati, uccide i due sacerdoti (don Pino Puglisi e don Giuseppe Diana)? Perché rappresentano quella Chiesa che non sta in silenzio, che non si sente autosufficiente, che non vive chiusa dentro il proprio mondo ‘istituzionale’, separata dal mondo reale di tutti e di tutte» (p.109). Sono parole che sintetizzano l’istanza positiva di un recente e documentato libro di Rosario Giuè (Vescovi e potere mafioso, Cittadella, pp. 184, euro 14,90) e che possono essere largamente condivise da chiunque si trovi a soffrire per una ben diversa pastorale (purtroppo ancora diffusa), che invece rimane prigioniera di frasi fatte, neutralizzando la carica rivoluzionaria del Vangelo, che vive in modo autoreferenziale, concentrata nel recinto del sacro, tra riti e amministrazione di sacramenti, incapace di lasciarsi interpellare dai problemi quotidiani del territorio e della gente, e che a causa di ciò non riesce a incidere sul modo di pensare, di sentire, di agire, degli stessi fedeli, meno che mai, ovviamente, su quello degli altri.

Don Puglisi e don Diana sono un esempio, non l’unico, certo, di uno stile diverso, capace di far emergere il significato “umanizzante” che il messaggio cristiano può assumere per i singoli e per la comunità civile, in nome di un Dio che ha scelto di essere anche vero uomo. E questo è tanto più appropriato in quanto la mafia non si riduce a singoli atti criminosi, ma, come viene giustamente sottolineato in queste pagine, costituisce una vera e propria «struttura di peccato» (p.149), da cui la vita di uomini e donne è tragicamente condizionata. Da qui la sincera passione con cui l’autore ne sottolinea l’incompatibilità con la fede e l’inaccettabilità da parte della comunità cristiana. I limiti di questa coraggiosa denunzia sono, però, due. Il primo (a nostro avviso il più grave) è di avere identificato nel rapporto col fenomeno della mafia il nodo cruciale dello “scollamento” tra pastorale e vita reale, ignorando o minimizzando tutti gli altri problemi che rendono oggi problematico il rapporto tra Vangelo e cultura e società. Il secondo è di avere caricato in modo esclusivo la responsabilità di questo ‘scollamento’ sulle pronunzie ufficiali dell’episcopato, scambiando un momento importante, ma non certo isolabile dal contesto della pastorale, per l’unico rilevante.

Un terzo aspetto discutibile del libro di Giuè, ma collegato strettamente al secondo, potrebbe essere individuato nell’atteggiamento ipercritico con cui quelle pronunzie vengono analizzate.

Esaminiamo brevemente questi punti, cominciando dal primo. Per Giuè la secolarizzazione – intesa come minaccia non solo al cristianesimo, ma anche all’umanità degli uomini e delle donne del nostro tempo – non è l’individualismo selvaggio che dissolve le comunità e rende precari i rapporti tra le persone subordinandoli alla logica del mercato; e neppure lo svuotamento di senso che dà luogo a quel nichilismo devastante denunciato da autori “laici” come Galimberti: per lui «la vera secolarizzazione è data dal sistema criminale politico-mafioso disposto a tutto per mantenere il proprio potere» (p.130). Anzi, l’altro tipo di secolarizzazione, quella che storicamente si è manifestata con la legislazione sul divorzio e sull’aborto e che, secondo l’autore, è «prodotta dal pensiero liberale, dalla società pluralista e democratica», sarebbe solo il segno «dell’autonomia delle coscienze in una pluralità di opzioni responsabili in campo etico», dunque «un’opportunità, un ‘segno dei tempi’». Il vero problema della pastorale, dunque, sarebbe quello di non essersi adeguatamente impegnata a combattere la mafia, perché troppo concentrata «su temi etici sensibili come la famiglia, la procreazione, il fine vita», cioè su un’interpretazione della questione antropologica come «difesa dei “valori cristiani” clericalmente interpretati» (p.121).

Oggi anche papa Francesco preferisce situare il discorso sui cosiddetti «valori non negoziabili» in un più ampio orizzonte salvifico. Ma non ci sembra possibile bollare la prospettiva ecclesiale sui temi della famiglia e della bioetica come «visione integralista e statica della verità» (ivi). Tanto meno di considerare l’enunciazione chiara dei princìpi su questi temi come un attentato alla laicità dello Stato (p.126). È purtroppo vero che la nostra pastorale oggi non riesce a incidere in modo decisivo sulla società, producendone una ‘conversione’ culturale benefica già sul piano semplicemente umano. Su questo punto Giuè ha ragione. Ma ciò non riguarda solo e innanzitutto la mentalità mafiosa. Certamente, essa, e anche in questo concordiamo con l’autore, ha ormai da tempo una portata nazionale e implicazioni esistenziali profonde. Ma, proprio per questo, non va isolata e contrapposta a un ben più ampio quadro veritativo e valoriale, la cui crisi si manifesta in molti modi.

Il secondo punto discutibile del libro è la convinzione che la lotta contro la piaga della mafia – ma, aggiungiamo noi, anche contro le altre piaghe della nostra società – si giochi essenzialmente a livello di pronunzie ufficiali dell’episcopato. Esse, ovviamente, sono indispensabili e ci sono state, a tutti i livelli, anche nei riguardi della mafia, come l’autore onestamente riconosce, pur denunziandone la genericità. Ma il loro compito è di fornire dei criteri di fondo, non di sostituire l’azione educativa e operativa capillare che spetta, invece, alle realtà territoriali, prima fra tutte la parrocchia. Non tenerlo abbastanza presente porta l’autore a criticare continuamente, nel corso di tutta la sua esposizione, il fatto che le esplicite condanne dell’episcopato non abbiano specificato «in cosa dovesse o potesse consistere in pratica la ‘risposta’ alla mafia», elaborando «un progetto pastorale di liberazione dal potere mafioso» (pp.108-109), in cui si indichi «come passare dai pronunciamenti ai fatti» (p.146).

C’è da chiedersi se una simile concretezza operativa possa venire dalla Conferenza episcopale italiana (la prima ‘imputata’ di questa pretesa omissione) o non debba, sulla scorta delle enunciazioni di principio, essere ricercata attraverso un rinnovamento dello stile quotidiano dell’evangelizzazione a livello locale, sul territorio. Che è quello che ha reso così pericoloso per la mafia l’impegno pastorale di don Puglisi. Un cenno, infine, all’ipersensibilità che l’autore mostra, nell’esame dei documenti, nei confronti della lettera. Come quando sottolinea con sospetto il fatto che a volte vi si parli di ‘criminalità organizzata’, invece che di ‘mafia’. O che in alcuni testi, pur denunziando un atto di violenza, non si sia fatto espressamente il nome delle singole vittime. Francamente, la sostanza dei problemi sembra sia altrove. E precisamente nei contenuti di una pastorale spesso ancora legata a quel dualismo tra sacro e profano che autorizza i mafiosi (ma non solo loro!) a considerarsi ‘buoni cristiani’ perché rispettosi di forme religiose tradizionali, senza mai essere costretti dallo stile della comunità ecclesiale a scegliere tra comportamenti conformi al Vangelo e comportamenti che ne sono la negazione. È questa, in fondo, l’esigenza, in sé pienamente condivisibile, che sta al fondo del libro di Giuè, anche se il modo in cui viene sviluppata finisce per disperderla spesso su falsi bersagli.

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