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L’omicidio di Roma e quella sbornia di emozioni

Il male fa sempre male. Quando però è gratuito, inutile, sciocco, vigliacco fa ribollire il sangue nelle vene. A Roma un giovane viene massacrato da due amici. I quali, interrogati su cosa fosse accaduto, hanno riferito che «volevamo vedere l’effetto che fa». È difficile commentare questo crimine senza cadere nel già detto. Eppure è nostro dovere cercare di capire qualcosa in più perché simili aberrazioni non abbiano a ripetersi. Dunque, in un appartamento di Roma due amici si danno allo sballo con alcol e droga. Due persone, quindi, che non saranno poi in grado di decidere autonomamente. Due incoscienti. Due giovani che nessuno vorrebbe incontrare sulla propria strada. Due uomini che hanno assolutizzato il piacere. Che lo inseguono. Evidentemente non è la prima volta. Stavolta, però, hanno esagerato.

Il diritto allo sballo. Il diritto al piacere. E attenti a voler giudicare. Non vedete che il mondo cambia? Non vi accorgete quanto l’Italia sia indietro rispetto ad altri Paesi dove queste cose non fanno più notizia? E via di questo passo. Come se l’ uomo vivesse in una giungla. Come se la gente non fosse unita in un destino comune. Invece è proprio questo il nodo da sciogliere. La consapevolezza che l’uomo è grande e infinitamente fragile. La certezza che le mie scelte in un modo o in un altro vanno a interferire sulla tua vita.

Questi due trentenni liberamente decidono di passare le ore come meglio credono. I soldi li hanno. La casa pure. Non sanno però – chissà se qualcuno glielo avrà mai detto – che il piacere è stato inventato da Dio e donato agli uomini perché rendesse le loro giornate più sopportabili, meno pesanti. A patto che non sia cercato per se stesso. Quando accade, infatti, si fa tiranno. Vuole sempre di più. Non si accontenta mai. Il piacere sganciato dalla vita si fa prepotente. Bugiardo. E aumenta continuamente il prezzo. Sicché se fino a ieri ti prometteva una forte emozione con un semplice bicchiere, domani di bicchieri te ne chiederà due. Poi tre. Quattro. E così via. Fino al punto che l’ebbrezza di una volta diventerà solo un ricordo. Mentre tu sei diventato un alcolista. E allora si va avanti a tentoni. Scendendo di gradino in gradino. Fino a smarrire la gioia della vita.

«Nessuno è morto mai con gli spinelli», sento dire in giro. È vero – rispondo – ma tutti i ragazzi morti di overdose che ho accompagnato al camposanto avevano cominciato con lo spinello. Un caso? Certi piaceri forti ti fanno prigioniero. Annebbiano la vista. Infiacchiscono la volontà. Chi li ha provati difficilmente riesce poi a farne a meno. Intanto i mille piaceri offerti da una vita sobria vissuta per amore agli occhi di costoro appaiono come lucciole paragonate al sole. Certo, se la società ti rinfaccia la mancanza di piaceri ci rimani male. Allora si corre alla ricerca del consenso. Inizia il balletto antico. Si comincia col cambiare il nome alla realtà. Come se chiamando bene il male, il male smettesse di essere e fare male.

Poi, quando getta via la maschera e si mostra orripilante e nauseabondo, ci sarà sempre chi sarà pronto ad accusare la società. Una società, naturalmente, senza volto. Se tutti sono colpevoli nessuno lo sarà più di niente. E si invocheranno leggi su leggi per ‘normare’ ciò che il buon senso da sempre, e a costo zero, aveva già normato. Ai due giovani romani droga, alcol, sesso non bastano più. Vogliono altro. Che cosa, però? Loro stessi non lo sanno. Ecco che si fa avanti un pensiero obbrobrioso e malefico. E i due giovani da drogati diventano assassini. Come un cencio sporco la vita di un ragazzo viene spazzata via. Così. Senza un perché.

I due volevano vivere un’emozione. Un’altra. Un brivido. Un altro. Ripugnante. Trasgressivi? Macché. Trasgressivo è chi cerca di essere normale. Chi prima di pronunciare una parola o di fare un gesto si chiede se possa fare male a qualcuno. Allora quella parola non la dice, quel gesto non lo fa. Dio accolga in gloria Luca, vittima innocente caduta in queste mani sciagurate e irresponsabili.

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