
Ora so cos’è la libertà
— 28 Gennaio 2016 — pubblicato da Redazione. —Quattro anni fa l’ex presidente della Repubblica mi invitò a partecipare a un pellegrinaggio al santuario della Madonna di Caacupè. Cinque chilometri di cammino. Tutto bene per circa 3 chilometri, poi la gamba sinistra ha iniziato a perdere colpi, distanziandomi dal presidente. Lui, quando si è accorto che ero rimasto indietro, mi ha aspettato. «Presidente, faccio fatica a camminare». Sono arrivato al santuario in camionetta e lì ho celebrato Messa. Quella è stata la prima occasione in cui la mia libertà si è rivelata impotente. La mia volontà era decisa, ma la mia gamba no… È stata una sensazione dolorosa. Mentre celebravo Messa non riuscivo a darmi ragione di ciò che stava succedendo e che successivamente, dopo visite mediche in Brasile e in Italia, gli specialisti hanno sentenziato: spondilite anchilosante dismetabolica. Parole rare e difficili.
Sono passati quasi quattro anni da quella diagnosi e la malattia piano piano sta facendo il suo cammino, rendendo sempre più difficile e fastidioso il mio. Nell’ultimo viaggio in Italia, un anno fa, quando mio fratello mi è venuto a prendere a Malpensa per portarmi a casa sua guardando le montagne, le mie montagne, mi sono venute le lacrime agli occhi. E così anche quando stavo andando in aeroporto per tornare in Paraguay. E come non pensare ad Abramo, e a quella voce misteriosa che gli chiedeva di lasciare tutto? Non gli sarà stato facile obbedire; ma la sua relazione con il Mistero era così intima, così profonda, così carica di certezza, che non ha dubitato e si è posto in cammino verso una terra che il Mistero gli aveva promesso.
Quando Dio chiama è perché vuole tutto, ma un “tutto” lasciato nelle mani della tua libertà. Motivo per cui dentro la nostalgia per ciò che lasciavo ho ridetto per l’ennesima volta «sì, eccomi». Sapevo che la salute, se non fosse intervenuto don Giussani con un miracolo, lentamente sarebbe peggiorata fino a impedirmi di camminare. Ancora riesco a fare la processione quotidiana nella clinica o a muovermi fino a giungere alla “Casetta di Betlemme”. Non mi è facile riconoscere istante dopo istante la volontà di Dio in questa progressiva impotenza; però non mi sono mai ribellato a questa modalità con la quale il Mistero mi chiede tutto, e in particolare la mia libertà. Così sto sperimentando cosa significa veramente “libertà”, cosa significa essere liberi.
Un tempo, quando le mie gambe si muovevano bene, mi sentivo libero di decidere se camminare o no. Adesso non posso più confondere la mia libertà con una decisione mia. Non mi è stato facile riconoscere e accettare questa realtà, riconoscere in tutto questo l’amore di Dio per me. Con l’aiuto della Madonna e dei miei ammalati, piano piano sto sperimentando che la libertà consiste nel riconoscere la presenza del Mistero. Non si tratta più di decidere, ma di riconoscere. In questa mia non libertà sto apprendendo cosa significa essere libero. Se non fosse così sarei vittima della rabbia, della bestemmia contro il Mistero che mi ha tolto la possibilità di decidere.
L’esempio quotidiano di Alba
Solo nel riconoscimento che io sono relazione con il Mistero mi è donata la letizia di riconoscere in ogni istante, anche nelle peggiori condizioni fisiche, che la mia consistenza non sta in ciò che posso fare, ma in ciò che sono. È solo in questo sguardo a ciò che sono, a ciò che ontologicamente sono, la ragionevolezza del vivere quotidiano. Me lo sta insegnando Alba, una ragazza di 18 anni ricoverata nella nostra clinica. Vittima di un incidente stradale che le ha frantumato tutte e due le gambe. Un calvario di dolore. C’erano momenti in cui nemmeno la morfina riusciva ad alleviare la sua sofferenza. I tre infermieri che la assistevano sudavano freddo quando dovevano muoverla.
Ogni volta che le porto la comunione sorride. Vedo in lei una grande voglia di vivere anche se di fatto la famiglia l’ha abbandonata e questo è un dolore ancora più grande dello stesso male fisico. Ha bisogno di tutto. Una dipendenza totale, eppure anche per lei la libertà è nel riconoscere di essere relazione con il Mistero. Non c’è impotenza fisica che impedisca il riconoscimento di questa verità. Quante volte ho sentito dire e ridire che l’uomo è relazione con il Mistero. Ma solo ora che vedo in me e nei miei figli questa impotenza a decidere o scegliere, faccio l’esperienza di cosa significa che la libertà è dire «Tu, o Cristo mio».
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