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Cardinale Bagnasco: L’Europa e il Cristianesimo

Intervento del Cardinale Angelo Bagnasco, al convegno Il suicidio dell’Occidente, tenutosi il 31 gennaio 2023, presso il Senato della Repubblica.

Ringrazio per il gentile invito a questo significativo evento che mette a tema il nostro amato Continente nella sua realtà e nel suo destino.

1.           Un simbolo

Vorrei partire da un evento che, qualche anno fa, ha lasciato attoniti non solo la Francia e l’Europa, ma il mondo: il rogo della Cattedrale di Parigi. I segni fanno parte della nostra umanità, ma a volte sono guardati con indifferenza, se non addirittura con fastidio. Quando però improvvisamente vengono violati, allora la coscienza si scuote, sente che qualcosa di profondo è stato ferito, che un nervo è rimasto scoperto poiché i simboli religiosi – ancorché disattesi nella pratica – sono lì a ricordare chi siamo e dove stiamo andando.

Di fronte alla cattedrale in fiamme, il mondo si è fermato incredulo, colpito al cuore. Il Medioevo l’aveva pensata – Notre-Dame –, in tutta la sua ardita bellezza, radicata nella terra e svettante verso il cielo, testimonianza e richiamo alla verità dello spirito, sintesi dell’Europa che, toccata dal fuoco terreno, è povera del fuoco evangelico.

Forse, nel cuore di molti, si è imposta una domanda: può il Cristianesimo, che ha concepito tanta bellezza, essere nemico dell’uomo? Potrebbe non essere lievito di civiltà, di dignità, di pace? Nel buio e tra il fumo della cattedrale, abbiamo visto stagliarsi intatta la croce illuminata dalle fiamme: come non rimanere sopraffati da tanta potenza simbolica? quasi un messaggio per il mondo? A chi chiese in quei giorni: “Che cosa è bruciato nel rogo oltre la cattedrale”, mi venne da rispondere: “Forse, è bruciata un po’ di indifferenza”, l’indifferenza verso ciò che siamo, a ciò che l’Europa è dalle sue origini.

Il significato più vero di ciò che è accaduto è rivelato dalle tante persone che, dinanzi alla cattedrale in fiamme, si sono inginocchiate a pregare e a cantare il Regina Coeli: parole che hanno attraversato la storia come un distillato di fede, evocazione di un vivere insieme più umile e fraterno. Vengono alla mente le parole argute di Chesterton: “Il cristianesimo è stato dichiarato morto infinite volte. Ma alla fine è sempre risorto, perché è fondato sulla fede in un Dio che conosce bene la strada per uscire dalla tomba”!

2.           La Chiesa crede nell’Europa

I Vescovi europei ne sono convinti, e i Papi recenti hanno ripetutamente incoraggiato questo ideale. Il Santo Padre Francesco è spesso intervenuto per sostenerne il cammino: l’Europa “ha una forza, una cultura, una storia che non si può sprecare” e che in gran parte è ancora da scrivere (Conferenza stampa nel volo dal Messico, 17.2.2016): Egli ha auspicato “uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente” (Papa Francesco, Conferimento del Premio Carlo Magno, 16.5.2016), consapevole che l’Europa “ha smesso di credere in se stessa” come scriveva Patocka (Turnov, Boemia Orientale 1907-1997), uno dei grandi pensatori del secolo scorso nella Repubblica Ceca (Patocka, Platone e l’Europa, Vita e Pensiero 1997, pag.181). Sì, deve volersi più bene.

Lo ripetiamo qui oggi, facendo nostre le parole di San Paolo VI a conclusione del Concilio: “La religione del Dio che si è fatto Uomo si è incontrata con la religione (perché tale è) dell’uomo che si fa Dio. Che cosa è avvenuto? Uno scontro, una lotta, un anatema? Poteva essere, ma non è avvenuto. L’antica storia del samaritano è stata il paradigma della spiritualità del Concilio. Una simpatia immensa lo ha tutto pervaso. La scoperta dei bisogni umani (…) ha assorbito l’attenzione del nostro Sinodo. Dategli merito di questo almeno. Voi umanisti moderni, rinunciatari alla trascendenza delle cose supreme, riconoscete il nostro nuovo umanesimo: anche noi, noi più di tutti, siamo cultori dell’uomo” (Discorso di conclusione del Concilio Vaticano II, 7.12.1965).

Per questo, di fronte a un Occidente che va contro se stesso e una modernità che deve umanizzarsi, la Chiesa invita ad aprirsi alla trascendenza, a non avere paura di Cristo. In nome di questa simpatia, auguriamo all’Europa un tempo salutare di “crisi”: la crisi, infatti, deve essere un passaggio benefico, come tempo di riflessione su se stessa, sul suo cammino, sul suo fondamento e il suo destino.

Tornando a quella notte di fuoco, lì si è fatta più viva una percezione che sembrava ormai languida: quella di essere europei, poiché ciò che era accaduto alla cattedrale di Parigi riguardava tutti, al di là di incomprensioni e contrasti, interessi di parte e sospetti reciproci, al di là di certe arroganze e burocrazie pesanti,

Il Continente europeo dall’Atlantico agli Urali – come diceva San Giovanni Paolo II – ha le carte in regola per costituirsi come un soggetto plurimo e unito, forte e rispettoso dei diversi popoli: l’appartenenza alla propria terra, l’avere avuto una storia peculiare – non di rado confliggente con Stati vicini – non necessariamente oscura la coscienza di avere radici comuni. Correnti spirituali, religiose e culturali diverse hanno trovato sintesi nel grande alveo del Vangelo di Cristo.

Se non si vuole affrontare la questione delle “radici cristiane” sul piano teoretico, cioè delle idee, si affronti almeno sul piano storico, cioè dei fatti. Emerge , indiscutibile, la gigantesca figura di san Benedetto da Norcia che, nella luce del Vangelo, scrisse la Regola monastica attorno al principio “ora et labora” che, nel radicale disorientamento dell’epoca, riafferma il primato di Dio e ricupera l’uomo. Fonda così una comunità fraterna che è tale solo se i suoi membri si aiutano a “quaerere Deum”, e a non dimenticare la meta della vita terrena col saluto “memento mori”, non cupo presagio ma elevazione dello sguardo.

Nello stesso tempo, la comunità era una societtas ordinata perché ogni monaco aveva un compito, e democratica poiché l’Abate doveva essere eletto.

La luce di Cristo, con le sue ricadute antropologiche e sociali, si diffuse così in tutto il Continente attraverso i monasteri benedettini e i vari rami che generò nei secoli. Non fu una conquista, ma un atto d’amore per il mondo.

Purtroppo, questa coscienza nazionale e continentale fa ancora fatica a consolidarsi, a volte sembra arretrare, ma è la via necessaria.

3.           Una via necessaria

E’ evidente che l’Europa vive un momento difficile: circostanze di carattere politico e culturale, nonché fenomeni nuovi, sembrano originare sentimenti diversi e contrastanti, sensibilità che fanno fatica a dialogare e a comprendersi. Forse ricordi non riconciliati, paure nuove – a volte esasperate ad arte – prassi percepite poco eque creano un senso di lontananza e diffidenza, un clima di delusione e disorientamento.

“Quale sarà il futuro?”, sembra la domanda ricorrente in un mondo sempre più guidato dal profitto, dal mercato e dalla finanza? Di fronte ai giganti vecchi e nuovi della Terra, non possiamo pensarci come un piccolo Davide solitario. Ovviamente, nessuno vuole essere colonia di nessuno, e nessuno deve voler colonizzare nessuno.

L’Europa insieme è un soggetto da guardare con rispetto non solo per capacità e risorse, ma per storia e cultura, per esperienza di umanità. In questa prospettiva, tutto l’Occidente – anzi il mondo intero – dovrebbe favorire il cammino di un’Europa unita, sia in un quadro di equilibri geopolitici, sia per il bene dell’umanità. Ma è veramente così? Nessuno dovrebbe pensare che un’Europa in stato di sudditanza possa convenire: piuttosto, sarebbe un impoverimento per tutti.

Sì, l’Europa deve volersi più bene, e per far questo i suoi cittadini devono sentirsi voluti bene da lei.

4.           Recuperare la razionalità

Come l’intero Occidente, anche l’Europa deve credere nella ragione. Sembra un paradosso, ma le premesse soggettivistiche della modernità l’hanno allontana dal grembo della cultura classica. Non si tratta di tornare indietro, ma di non perdere le conquiste acquisite, sapendo che, se in cambiamento è forse inevitabile, il meglio non è assicurato.

Come spesso ha ricordato Benedetto XVI, alla ragione è riconosciuta la sua funzione positivista ed empirica che misura il mondo fisico e riduce la realtà a materia, ma le è negata la capacità riflessiva sul mondo nello spirito, sul senso e i significati ultimi del vivere e del morire, dei valori morali. Su questo piano, conterebbero solo l’individuo con i suoi criteri, e le leggi dello Stato per rendere possibile la convivenza.

Per questo oggi sembra che il pensiero non debba pensare ma solo ascoltare, non spiegare ma solo comprendere, non indicare la via ma solo condividere. La confusione è tale che pensare sembra un atto di intolleranza verso gli indecisi! E’ possibile una tale stoltezza?

Il tempo a disposizione non consente di entrare nel tema della conoscenza, ma è urgente anche per noi riscoprire la ragione nella sua interezza, non solo nell’ambito della scienza e della tecnica – senza farci uccidere di inedia – ma altresì della metafisica, che va oltre le cose per scoprire l’oggettività del vero, del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto. Dobbiamo riscoprire che l’uomo non è la misura di ciò che esiste ma ne è misurato, che non lo pone ma che lo deve riconoscere. In sostanza, si deve tornare al realismo della conoscenza, cioè al senso comune, per uscire dalla prigione del soggettivismo che inganna e isola creando non delle comunità di vita e di destino ma folle di solitudini.

5.           L’Europa dello spirito

Europa, chi sei? La domanda può suonare lontana dalle urgenze dell’ora e dai bisogni delle Nazioni. Ma siamo veramente sicuri della sua astrattezza? Pensare che il benessere economico sia la chiave di volta per creare la coesione sociale e la partecipazione alla vita comune, non dà ragione della realtà. Come si potrebbe spiegare altrimenti la resistenza che singoli e popoli hanno mostrato in condizioni materiali gravissime, dove mancavano i beni primari insieme alle libertà fondamentali? Se ciò è accaduto – e continua ad accadere in molte parti del mondo – significa che, al di là del benessere materiale, esiste un’energia di tipo immateriale che è la forza dello spirito con i suoi imperativi. E’ questa forza che genera l’appartenenza, l’impegno, il sacrificio.

L’Europa, prima di essere un complesso geografico, o un gruppo di popoli, o un’organizzazione mercantile e monetaria, è un’anima, un patrimonio di cultura, di ideali, di valori e di religione. E’una visione, cioè un modo di concepire l’uomo, la vita, il vivere insieme. Quest’anima non è inerte, fuori dal tempo, ha preso forma concreta ispirando storia, territorio, ambiente, in sintesi, una “casa”. Ecco la Nazione che ha come paradigma la famiglia: nulla a che vedere con la patologia del nazionalismo o del populismo, che porta alla negazione dei diritti di altre nazioni, o a credere ad una propria presunta superiorità e purezza.

In un cammino comune, ci sono cose che devono essere uniformate, e altre che è stolta arroganza farlo: sono quelle che riguardano l’idea antropologica e quindi etica e sociale.

Il senso della Patria, ad esempio, non contraddice il senso dell’Europa, semmai lo rafforza, poiché lo arricchisce di passione, di ideali, di tradizione, di sacrificio.

Quando le popolazioni hanno la percezione di non essere rispettate nelle loro peculiarità spirituali, o culturalmente colonizzate – come ricorda il Santo Padre Francesco – si sentono umiliate, e nasce un senso di risentimento, di timore e sospetto che non giova a nessuno.

6.           “La cura dell’anima”

L’uomo moderno sta conquistando l’universo ma perde l’anima; per questo l’Europa è malata. La sua storia è stata come un lungo travaglio che ha preparato la nascita di uno spirito, un sentire comune ma non uniforme. Oggi, però, sembra che di questa storia sia rimasta solo qualche forma esteriore: nessuna ideologia, però, può sostituire gli ideali.

Platone, nell’opera la Repubblica, afferma che Atene fu edificata sulla “cura dell’anima”, e quando questa si allentò, la Polis scomparve. Secondo Jan Patocka, dopo la Polis greca e l’Impero Romano, fu la medesima forza che generò l’Europa: “L’Europa è nata da questo motivo, vale a dire dalla cura dell’anima, ed è morta per il fatto che si è lasciata velare nuovamente nell’oblio” (Patocka, op. cit.pg 99).

Ma che cosa si intende per “cura dell’anima”? E’ il desidero e la ricerca della verità. Quale verità? Le grandi verità che stanno oltre le cose quotidiane e che riguardano l’esistenza umana, che danno senso alla vita personale e collettiva; che superano la frammentazione, che portano verso un’unità che non omologa ma armonizza: “L’anima umana è ciò che possiede un sapere sulla totalità del mondo e della vita, ciò che è capace di guardare questa totalità; è ciò che vive a partire da questa visione, ciò che, in quanto ha in sé il sapere riguardante l’intero, è in rapporto a questo intero (…) La cura dell’anima, che sta alla base dell’eredità europea, è ancora oggi in grado di sollecitarci, dato che abbiamo bisogno di trovare un punto fermo in mezzo alla futilità generale e alla rassegnazione del declino” (id. pagg 42-43).

L’uomo moderno deve avere coraggio di guardarsi com’è, anche nella sua finitezza senza illusioni o distrazioni di massa: il “problema dell’eternità” (id. pag 155), appartiene alla “cura dell’anima”. Non è proprio di culture particolari o di epoche passate, ma è costitutivo dell’essere umano. E’ anelito alla felicità. Come non ricordare Aristotele, per cui “essere felici” è “fare il bene”? (cfr Aristotele, Etica Nicomachea, 14, 1095, 16-19). E come non citare Pirandello? “Non possiamo comprendere la vita, se in qualche modo non ci spieghiamo la morte!” (Luigi Pirandello, Il fu Mattia Pascal).

7.           Europa e Cristianesimo

“Se l’Europa si staccasse totalmente da Cristo, allora cesserebbe di essere” (Novalis, La Cristianità, ossia l’Europa). Perché Novalis fa un’affermazione così netta?

1)         Innanzitutto, perché il Cristianesimo non è una ideologia o una gnosi riservata a degli eletti, ma è in fatto, l’incontro con la persona viva di Cristo, Verbo Incarnato. In Lui si fonda la dignità dell’uomo ad un livello mai raggiunto nella storia: immagine somiglianza di Dio. A tale dignità corrisponde un agire morale coerente: per questo il Cristianesimo non è la religione dei “no”, ma del grande SI’ alla vita, la cui origine e pienezza è Dio. E’ interessante rilevare che le Carte internazionali parlano della dignità umana ma non entrano nel suo fondamento: la danno per acquisita, ma così la rendono fragile.

2) Inoltre, la fede e la ragione non sono antagoniste. ma si cerano a vicenda tanto che una ragione debole non fa una fede forte, e viceversa. Si vigilano e si aiutano a vicenda: la ragione dev’essere salvata dal razionalismo, e la fede dev’essere preservata dal fideismo.

In questa prospettiva, il cristianesimo aiuta l’uomo moderno a ritrovare se stesso, lo sostiene nell’autocoscienza salvandolo dal prevalere dell’autopercezione che lo espone ad ogni deriva illudendolo di essere libero.

3) Il Cristianesimo si presenta come fede universale che, rivolgendosi alle singole persone, supera i vincoli particolari senza negarli, e genera una comunità universale. Mentre l’impero incarnava l’idea di un’autorità politica universale, il Cristianesimo pone la differenza tra civiltà e politica, e quindi tra universalità spirituale e particolarità politica.

4)          Infine, perché la fede cristiana afferma la superiorità dell’uomo sulla natura: non vi è nulla nell’universo, dopo Dio, più grande dell’uomo, ricorda San Tommaso d’Aquino. La vita dell’uomo, infatti, non è la vita del cosmo: per tale ragione egli può scandagliare il mistero della natura senza timore ma anche senza presunzione.

I cristiani, dunque, devono aiutare a cogliere la verità dell’uomo con l’intelligenza della fede, e annunciarla nella società con le parole della ragione, attraverso cioè un “linguaggio istituzionale” come afferma Habermas. E poi ha una parola da dire circa il rapporto tra monoteismi e democrazia, laicità e laicismo, sulla radice del diritto, che a sua volta rimanda a natura, cultura e giustizia.

8.           Il profetismo cristiano

Ciò è possibile se il Cristianesimo è profetico. Nell’Antico Testamento, i profeti non erano “profeti di sventura”, ma di amore, poiché richiamavano il popolo alla verità. Non avevano paura del “nuovo”, ma indicavano la via della vita e smascheravano l’errore e il male portatore di morte. Non erano terroristi, nemici del popolo, ostili alla libertà ma maestri della coscienza; non dei rivoluzionari sociali, del passatisti nostalgici e rigidi, dei controllori arcigni della fede, ma coraggiosi messaggeri di futuro.

I profeti guardavano le scelte degli uomini e ne indicavano le conseguenze: se le prime erano sbagliate perché lontane da Dio, cioè dalla verità, i frutti sarebbero stati nefasti. Altre volte, il processo era al contrario; partendo dalle conseguenze, essi giudicavano le cause, così come Gesù avrebbe affermato un giorno: “dai frutti si giudica l’albero”.

Non inseguivano il consenso dei potenti di turno, né il plauso delle folle, erano fedeli a Dio e quindi potevano servire il popolo. Ma furono incompresi, derisi e perseguitati, accusati di seminare paura e divisione, di negare i cambiamenti e di frenare la storia Giovanni Battista avrebbe potuto tacere davanti ad Erode, ma così non fece perché amava la verità e nella verità amava il mondo.

La profezia fa parte della missione della Chiesa in ogni tempo: deve annunciare l’assoluta novità di Cristo e invitare alla conversione del cuore e della vita. La fede è dono di Dio, vita con Cristo, e giudizio sulla storia. In un tempo in cui è vietato “giudicare” – mentre invece si giudica spesso con superficialità e ferocia – è necessario raffermare questo: se la fede non diventa giudizio sull’uomo, la società e la storia, nega se stessa, diventa esortazione moraleggiante, sentimento evanescente, umanitarismo sincretista e mondano. Per questo la Chiesa non può tacere: deve essere sale e lievito, luce e città visibile. Non vuole imporsi a nessuno, accoglie tutti ma non tutto.

A volte si sente dire che la Fede è ormai estranea e che deve aggiornarsi ai nuovi paradigmi nel pensare e nel vivere se non vuole essere confinata. Ma la Chiesa non è preoccupata di essere moderna ma attuale, cioè di corrispondere alle segreta nostalgia del cuore umano, alla sua sottile e drammatica inquietudine. Per questo la Chiesa non sarà mai indietro nei tempi, ma sempre avanti perché, grazie al suo Signore, conosce il cuore dell’uomo di ogni tempo.

Oggi, in nome della libertà di scelta e per mantenere buone relazioni – cose innegabili – si teorizza l’idea per cui la missionarietà deve ridursi a “buon esempio” silenzioso, senza motivare le scelte della fede. Si dice che il confronto tra scelte opposte sarebbe irrispettoso e divisivo, quindi inutile e dannoso.

Ma Gesù ha annunciato la verità e il bene, e ha smascherato la menzogna e il male: per questo ha accettato il rifiuto delle folle, la solitudine e la morte. Forse ha sbagliato il metodo? Forse non ha capito che, come oggi si dice, era una questione di “linguaggio”, di “comunicazione”, e che prima di parlare avrebbe dovuto ascoltare le folle con le loro richieste, e così adeguare gesti e parole? Ha detto a tutti e in ogni luogo, una parola assolutamente unica e nuova: se stesso! In quella parola impensabile, ogni ragione umana era portata in alto, trovava luce e orizzonte, senso e valore.

Il discepolo non è più del Maestro, e i cristiani non possono essere né più né diversi da Lui. Solo così la Chiesa può essere significativa, non perché ripete le parole del mondo ma perché dice Cristo. E’ questa la rilevanza che essa deve avere: non è la rilevanza mondana del potere, ma la rilevanza evangelica dell’annuncio che rinnova la vita.

9.           Voci dal mondo

La prima è di Vaclav Havel: aveva la convinzione che “la cultura occidentale (fosse) minacciata assai più da s e stessa che dai missili!” (Il potere dei senza potere, La Casa di Matriona, 2013, pag 157), ma subito aggiungeva che quando l’uomo “ha il cuore al posto giusto, sente l’esistenza di qualcosa sopra di sé e non ha paura: può influenzare la storia del suo popolo” (id pag 163).

La seconda citazione è di Norberto Bobbio: “Il compito della filosofia oggi è di tenere in vita le grandi domande, perché impediscano agli indifferenti di diventare preda del fanatismo di pochi (…) Proprio perché le grandi risposte non sono a portata della nostra mente, l’uomo rimane un essere religioso nonostante tutti i processi di demitizzazione, di secolarizzazione, tutte le affermazioni della morte di Dio che caratterizzano l’età moderna e ancor più quella contemporanea (…). L’esigenza ad una risposta a queste domande c’è, queste domande ci sono, il che spiega la forza della religione. Non è sufficiente dire: la religione c’è, ma non dovrebbe esserci. C’è: perché c’è? Perché la scienza dà risposte parziali e la filosofia pone solo delle domande senza dare le risposte” (N.Bobbio e Altri, Che cosa fanno oggi i filosofi?, Bompiani 1982, pagg 168, 169, 175).

Infine, Karl Lovith affermava con lucidità che “il mondo storico in cui si è potuto formare il ‘pregiudizio’ che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la ‘dignità’ e il ‘destino’ di essere uomo, non è originariamente il mondo (…) del Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo (…) Con l’affievolirsi del Cristianesimo è diventata problematica anche l’umanità” (Karl Lovith, Da Hegel a Nietzsche, Biblioteca Einaudi 1994, pag 482).

Grazie!

Fonte: CentroStudiLivatino.it

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