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Il poser: la bugia che seduce

 

Il lemma “poser”, esistente già dagli anni ’80, è un termine divenuto di moda nell’ambito della “generazione Z”: ecco perché:

Poser” è un termine divenuto di moda nell’ambito della “generazione Z” (i nati negli ultimi anni del secolo scorso e nei primi del XXI) per indicare coloro che fingono, al fine di non essere esclusi da un contesto sociale, di far parte di un movimento, di una corrente, di un filone musicale, di uno stile o di una fazione politica. Il lemma proviene dall’inglese “poser” che si traduce con “persona che posa”, che si dà “delle arie”.

In realtà, il vocabolo esiste già dagli anni ‘80, ora si assiste all’“upgrade”, alla versione 2.0. Nell’epoca contemporanea, della transitorietà delle idee e dei valori, nella loro intercambiabilità e prospettiva temporale a raggio corto, infatti, molti individui, per restare aggrappati al carro e al gruppo, hanno necessità di essere considerati appartenenti ed esperti (non a titolo definitivo e sapienziale come gli influencer). Rivendicano la specializzazione, contestano i tuttologi pur sconfinando, di fatto e spesso, in tale atteggiamento.

Lo psicologo Juan Moisés De La Serna è l’autore del volume “La Mitomania: Alla scoperta del bugiardo compulsivo”, pubblicato da “Tektime” nel marzo 2019. Il libro sviscera il fenomeno della bugia (e della finzione) che, in alcuni soggetti, finisce per divenire una patologia, un ricorso continuo a una mimesi pur di apparire benevolmente agli altri. La condizione patologica si riflette nel soggetto che la esercita e in quelli che ne risultano attratti o deviati.

L’abilità del “posatore” è commisurata al suo grado di mimetizzazione nel ruolo che deve interpretare: questo abile “attore sociale” deve, infatti, incarnare perfettamente degli stili che spesso non condivide, pur di esercitare stupore nel prossimo. Un minimo cedimento, in questa finta adesione agli ideali, lo tradirebbe in modo inesorabile e, il suo appeal così fascinoso, finirebbe per crollare.

Rispetto agli “esperti” del passato, questi moderni hanno delle risorse notevoli offerte dal web e che permettono loro, attraverso i social, di millantare conoscenze e adesioni di tutti i tipi e, di trasformare le diverse situazioni, in una camaleontica occasione mediatica di essere “uno, nessuno e centomila”.

Statistiche molto recenti, come quella del 3 agosto scorso, visibile al link https://www.exelab.com/blog/influencer-marketing-statistiche (dell’agenzia digitale di marketing “Exelab”), legata al fenomeno degli esperti contemporanei (gli influencer, “cugini” dei poser), dimostra il peso del fenomeno. Si legge, a esempio, che il “70% degli adolescenti sono più facilmente influenzabili dagli influencer che dai VIP. Gli influencer cercano di stabilire una relazione e un contatto con i loro followers e questa loro accessibilità e vicinanza è la chiave del successo, che li differenzia dalle celebrità, troppo distanti e irraggiungibili […] il 60% dei consumatori sono stati influenzati dagli influencers prima di fare un acquisto in un negozio […] il 53% delle donne ha fatto un acquisto su raccomandazione. Il 49% degli utenti ricerca raccomandazioni dagli influencers. Gli influencers sono ancora più potenti degli amici stessi per quanto riguarda le raccomandazioni di prodotti. In una ricerca, ben il 49% degli utenti ha confermato di affidarsi alle loro raccomandazioni prima di fare un acquisto Il 22% delle persone dai 18 ai 34 anni hanno fatto un acquisto importante dopo la raccomandazione dell’influencer. Gli adolescenti sono la fascia di età più suscettibile al fascino degli influencers, ma non sono gli unici”.

Un elemento importante su cui riflettere è il carisma che può esercitare un poser particolarmente convincente, poiché la fiducia che riesce a ottenere (come dimostrano i dati suddetti) è addirittura superiore a quella che possono trasmettere amici di lunga data o persino i VIP (un tempo considerati veri e propri santoni).

Il poser si vuol segnalare per essere l’espressione più caratteristica e fedele di una cultura (musicale, sociale, artistica, ecc) che in realtà non conosce. La necessità di dimostrare al gruppo la sua completa e assoluta conoscenza di una tendenza, spinge, spesso, all’ostentazione e a travalicare i confini stessi del gruppo di appartenenza. Il poser ha continuo bisogno di accettazione, per cui tradisce una cultura piuttosto ondivaga: pronto a spaziare da una “competenza” a un’altra pur di ricevere l’accettazione del gruppo. È convinto di sapere molto o tutto. Ciò che ignora, tuttavia, è proprio il principio fondamentale dell’alterità; quello di riconoscere e di essere riconosciuto per ciò che è, senza la necessità di fingere frequentazioni, esperienze e competenze. Chi ignora la diversità nell’alterità, finisce per scimmiottare un’omologazione forzata e sterile, inutile per lui e per il suo gruppo.

Seguire le mode è un’esigenza atavica, contraddistinta, in genere, da una scarsa adesione ai contenuti, connotata da una superficialità pronta a fluttuare da una tendenza all’altra. Arduo, del resto, voler esserne fuori a tutti i costi, poiché anche l’anticonformismo, a sua volta, può scadere in una moda.

Il lato negativo della “persona che posa” non è solo nella sua spersonalizzazione e ricerca spasmodica del consenso ma anche nel creare distanze, avversione e divisioni con altri atteggiamenti e stili. Tale carattere divisivo rischia di creare barriere di cui la società contemporanea non ha bisogno, anzi ne dovrebbe essere sempre più estranea. L’esclusione che si produce, oltretutto, è rivolta a generazioni molto giovani che rischiano di crescere con il mito e l’esigenza di porre distanze, confini e muri sociali.

Questo mitomane dei giorni nostri che, nella società liquida, nuota da una moda all’altra pur di accaparrare consenso, è una figura da attenzionare: il suo campo d’azione riguarda soprattutto tenere menti adolescenziali e, quindi, occorre discernere se dalla sua azione nasca un innocuo raggiro di gusti e tendenze per far colpo o agisca con una circonvenzione di minori, i quali risultano attratti da tale personaggio apparentemente affidabile, “uno dei nostri”. L’appartenenza a un gruppo si costruisce, a viso scoperto senza bluff, nella condivisione di ruoli ed esperienze; se non si posseggono, è lo stesso gruppo a fornirle, in un costruttivo percorso di crescita e di scoperta di cui beneficiano tutte le parti in gioco.

Il web è un teatro dove scorrono tante maschere, vincenti finché dura il gioco e la socialità in presenza ne è l’arbitro imparziale. Il messaggio di San Giovanni Paolo II è stato sempre indirizzato alla verità di se stessi, del pensiero e dell’agire; in un’occasione precisò “Essere in meditazione vuol dire vivere una vita da ribelle, avventurosa e coraggiosa. L’altro modo di vivere è fingere di vivere, è la via dell’ego”.

Fonte: Marco MANAGO’ | InTerris.it

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