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I metallari pro Armenia scalano le classifiche

Protect the Land e Genocidal Humanoidz dei System of a Down sono balzate rispettivamente al primo e al secondo posto nella classifica settimanale delle canzoni hard rock di Billboard, rivista regina delle graduatorie musicali. La notizia del ritorno in sala di registrazione della band californiana ha fatto nelle ultime settimane la felicità dei metallari di tutto il mondo, che da ben 15 anni non avevano più provato la gioia di gustare nuovi brani degli amati SOAD.

È rimasta invece più sottotraccia – almeno per chi non è andato oltre i titoli dei giornali e per chi non conosceva il lato “identitario” che contraddistingue il gruppo – la motivazione che ha spinto i System of a Down a superare le incancrenite divergenze artistiche tra i membri della band e a rimettersi a fare musica insieme: a riunire i quattro è stata la causa del popolo armeno, recentemente ripiombato nell’incubo della persecuzione con la guerra del Nagorno-Karabakh.

L’INSPIEGABILE UNITÀ DI UN POPOLO

È un caso, quello dei System of a Down, che conferma la straordinaria unicità degli armeni, prima nazione cristiana della storia, la cui diaspora e le cui sofferenze senza fine hanno dato vita nel tempo a una inspiegabile unità di popolo e a un amore per la propria terra e per le proprie radici come non se ne vedono altrove. Ne è una luminosa testimonianza in Italia la grande Antonia Arslan. Più recentemente si è fatto sentire anche l’attaccante della Roma Henrikh Mkhitaryan.

Tutti i componenti dei System of a Down, infatti, sono nati negli Stati Uniti ma discendono da sopravvissuti al genocidio armeno. E come tutti gli armeni Serj Tankan (voce), Daron Malakian (chitarra), Shavo Odadjian (basso) e John Dolmayan (batteria) hanno sempre gridato con orgoglio le proprie origini e con orgoglio si sono sempre spesi in difesa dei diritti del loro popolo, oggettivamente perseguitato ma regolarmente “dimenticato” dal resto del mondo. Ci vuole un grande coraggio, e prima ancora una grande affezione, per mettere il proprio successo al servizio di una causa così negletta (in un video collettivo pubblicato dai SOAD su YouTube per spiegare l’iniziativa il bassista Obadjian racconta di aver ricevuto minacce di morte per il suo attivismo).

COME È NATA L’IDEA

Pochi giorni fa in una intervista con Guitar World il chitarrista Daron Malakian ha ribadito, per la delusione dei fan, che non si tratta di una reunion: le incomprensioni creative che hanno soffocato la vena artistica della band sono ancora vive. È stata piuttosto l’urgenza della realtà a obbligare i System of a Down a metterle da parte almeno temporaneamente per sfornare le due nuove hit con cui raccogliere fondi a favore degli armeni della Repubblica dell’Artsakh, il nome armeno del Nagorno-Karabakh che ora fa capolino da ogni angolo del sito della band.

A Guitar World Malakian ha confermato che è stato Dolmayan, il batterista dei SOAD, a prendere l’iniziativa:

«Sì, [Dolmayan] ha mandato un messaggio alla band in una chat di gruppo per dirci che dovevamo fare qualcosa per far conoscere la situazione».

«È IN ATTO UNA CATASTROFE»

Poi da un cassetto dello stesso Malakian è saltata fuori Protect the Land. Sembrava scritta apposta per l’occasione.

«Mi sembrava che il testo fosse fatto su misura per la situazione. In realtà avevo scritto la canzone un anno e mezzo fa, ben prima che scoppiasse il grande conflitto… Beh, qualche scontro c’è sempre stato negli ultimi 20 o 30 anni, ma mai come questo.

Abbiamo voluto far conoscere questi fatti perché è nel mondo è in corso una catastrofe umana in questo momento e la gente non vi presta attenzione. Alcune persone nemmeno sanno dove sia l’Armenia! Per forza di cose non si interesseranno di un paese di cui non hanno mai sentito parlare.

Noi siamo abbastanza fortunati da far parte di una band che ha i mezzi per diffondere un messaggio a favore del nostro popolo. Non so quale contributo siamo riusciti a dare, visti gli ultimi sviluppi, ma molta gente adesso sa quello che sta accadendo, gente che altrimenti non avrebbe saputo niente».

«PARLATE DELL’ARTSAKH»

Gli ultimi sviluppi a cui fa cenno Malakian sono naturalmente i «dolorosi» accordi di pace che gli armeni sono stati costretti a firmare per evitare la completa disfatta militare del Nagorno-Karabakh sotto i colpi degli azeri e dei turchi. Commenta Malakian passando a usare il “noi”:

«Non conosco tutti i dettagli, ma siamo stati obbligati ad accettare una sorta di accordo che significa rinunciare alla nostra terra. La situazione adesso è terribile: tra le 100 e le 150 mila persone saranno trasferite e diventeranno rifugiati».

«La musica e i testi parlano da sé. Abbiamo bisogno che voi parliate dell’Artsakh», hanno scritto i System of a Down presentando il progetto nella loro pagina Facebbok ufficiale. In effetti il sound, le parole e le immagini dei video di Protect the Land e Genocidal Humanoidz sono molto espliciti. Il linguaggio è inevitabilmente metal e infatti abbondano le espressioni forti. Chi conosce un po’ le vicende armene (e l’universo metal) capirà.

RACCOLTI OLTRE 600 MILA DOLLARI

Quanto alle donazioni, nel loro sito i System of a Down dicono ai fan di essere «sopraffatti dalla gratitudine per il vostro sostegno alla nostra campagna per il popolo dell’Artsakh». Il ricavato, che la settimana scorsa ammontava già a oltre 600 mila dollari, andrà all’Armenia Fund. «È per i nostri antenati, per la nostra cultura e per la nostra nazione», proclama la band.

Secondo Nielsen Music/MRC Data, informa un articolo di Billboard, Protect the Land la settimana scorsa ha totalizzato 2,7 milioni di ascolti in streaming negli Stati Uniti e 5 mila download venduti, Genocidal Humanoidz 1,8 milioni di streams e altri 5 mila download.

Fonte: Tempi.it

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