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SCUOLA/ Nessun alunno va lasciato solo: così una paritaria ha battuto il lockdown

Non importa il cartellino “primaria” o “statale” se quello che muove è la passione educativa. La lettera del Cda di una paritaria di Chiavari (Genova)

Egregio direttore,

grati per la sensibilità dimostrata da sempre dal Sussidiario rispetto al tema della parità scolastica, sentiamo l’urgenza di raccontarle la nostra esperienza.

Le scriviamo dalla cittadina di Chiavari, da sempre humus ideale per il proliferare di esperienze educative di varia estrazione culturale. Sarà perché il nostro sguardo si affaccia su un orizzonte particolarmente struggente per chi si prende cura del destino dei più piccoli; sarà perché diverse esperienze religiose di questo angolo di paradiso hanno avuto qui i natali o qui hanno raggiunto la loro maturità; sarà perché la caparbietà e la testardaggine liguri hanno trovato nelle opere educative un modo per ammorbidirsi e trasformarsi in vigore e coraggio; fatto è che fino a pochi mesi fa, in una cittadina di poco più di 27mila abitanti e circa 170 nuovi nati all’anno, erano presenti ben tre scuole paritarie e due istituti statali. Cinque istituti scolastici si “contendevano” il piccolo bacino d’utenza cittadino per assicurare il percorso educativo dall’infanzia alla media, non senza fatiche e preoccupazioni.

Dall’anno scolastico 2019/2020, purtroppo, le scuole paritarie sono rimaste due, per ragioni legate eminentemente al calo demografico e alla disparità scolastica che, come lei ben sa, nega la libertà di scelta educativa alle famiglie italiane.

Chi le scrive è un gruppo di amici che, in maniera del tutto gratuita, hanno deciso di prestare parte del loro tempo e della loro professionalità per amministrare e guidare la Scuola Maria Luigia di Chiavari che da oltre 40 anni rappresenta una realtà educativa che ci permettiamo di definire sui generis e che oggi vede sui banchi i figli dei primi scolari degli anni 70-80.

In questo particolarissimo momento abbiamo avuto l’occasione, ancora una volta, di interrogarci sul senso della nostra iniziativa imprenditoriale, sulla sua sostenibilità economica ma soprattutto sul reale contributo che la scuola offre alla realtà in cui è innestata.

Non neghiamo che sotto il profilo strettamente imprenditoriale e in quanto a sostenibilità economica una scuola paritaria rappresenta oggi, ad ogni latitudine dello Stivale, una sfida ad alto rischio e con poche possibilità di successo. Certamente si tratta di una sfida improba, se i criteri di valutazione si limitano alla capacità della cooperativa (tale è la forma giuridica del gestore della Scuola Maria Luigia) di produrre utili ed esprimere indicatori di redditività degni di nota. I suoi affezionati lettori sanno senza dubbio che si tratta di una sfida impari tra scuole “concorrenti”, in un mercato dove l’utente che sceglie di affidarsi ad una scuola non statale deve pagare di tasca propria sia l’una (la paritaria, attraverso le rette) che l’altra (quella statale, attraverso le tasse).

Nel campo della scuola – come è anche condivisibile che sia – non sono pertanto applicabili le consuete analisi di mercato, né si possono considerare attendibili i modelli di business fondati sul libero mercato. Abbiamo a che fare, piuttosto, con una sorta di monopolio di Stato che offre servizi (apparentemente) gratuiti e senza che siano soggetti ad una vera valutazione (“sono gratis, di che ti vuoi lamentare?”, sembrerebbe dire il gestore statale). In questo ambito, le singole iniziative dei cittadini che volessero occuparsi in prima persona dell’educazione dell’istruzione dei propri figli sono soffocate anziché incentivate. Paradossalmente, assistiamo ad una profonda diffidenza culturale che investe le scuole “paritarie” proprio all’interno di uno Stato che vorrebbe fare della laicità e dell’espressione delle differenze culturali la sua forza.

A fronte di tutto ciò – che in queste settimane risulta ancora più evidente e disarmante – la nostra realtà ci dice che anche oggi, come 40 anni fa, vale la pena. Di più: avvertiamo l’esigenza di donare agli altri la stessa esperienza di abbondanza, di ricchezza, di preferenza che noi stessi viviamo tutti i giorni tra i banchi della nostra scuola (e anche sulle scrivanie dei gestori…!).

Ci siamo accorti che in maniera del tutto spontanea, con contagiosa passione e senza alcun premio produzione in palio o altri riconoscimenti economici, i nostri insegnanti hanno vissuto la chiusura delle scuole (prima) e il lockdown generale (dopo) con la semplicità di chi riconosce che la realtà è come è e non come noi vogliamo che sia, per citare il coach Julio Velasco. Non si sono fermati a lamentarsi di come avrebbero voluto che andassero le cose, non hanno passato il tempo ad elencare tutti gli strumenti che avrebbero voluto e che la scuola non era in grado di mettere loro a disposizione, non hanno dedicato le loro energie a preoccuparsi per il futuro. Hanno vissuto la realtà come un’occasione, come una sfida, come un’avventura alla quale erano del tutto impreparati sotto il profilo tecnologico e organizzativo eppure con qualcosa di molto chiaro in mente: il desiderio di insegnare e, ancora prima, di non lasciare soli i loro alunni.

Prima di ogni altra scuola cittadina e con eccezionali risultati sia “quantitativi” che “qualitativi” si sono messi in gioco nel portare avanti la didattica a distanza. Hanno superato le loro diffidenze verso la relazione a distanza, hanno imparato o approfondito l’utilizzo di device e software fino ad allora quasi sconosciuti, hanno dato fondo alla loro creatività e alla loro capacità comunicativa. Hanno completato gran parte del programma scolastico, hanno trovato modi e tempi per valutare l’apprendimento degli alunni, hanno “incontrato” i genitori in ore e ore di colloqui da remoto, hanno partecipato ad assemblee di classe e sviluppato progetti di pubblicizzazione della loro stessa attività. Hanno fatto tutto questo sotto gli occhi scrutatori dei genitori che hanno potuto valutare in presa diretta il lavoro del corpo docente che non si è sottratto al loro giudizio e al reciproco confronto. Le maestre della Primavera, che avrebbero potuto nascondersi dietro ad oggettive difficoltà di relazione con i più piccoli, nel continuare a coltivare la relazione con le famiglie, hanno addirittura accompagnato una mamma nel percorso dello “spannolinamento”!

Gli attestati di stima, i ringraziamenti, le lettere e gli incoraggiamenti che sono arrivati da alunni e genitori sono la cartina di tornasole e la gratificazione più concreta che potessimo ricevere.

Ecco, noi riteniamo che questa generosità, questa passione all’umano, questa predilezione per l’altro e per i più piccoli non dipendano né dall’etichetta (“paritaria” o “statale”) che la scuola riporta sulla carta intestata né dal contratto di lavoro degli insegnanti, né dalle certezze economiche e contrattuali che la scuola può offrire.

Crediamo che questo tipo di esperienza sia possibile ovunque siano presenti donne e uomini certi che la vita è bella in qualsiasi circostanza, colmi del bene che hanno incontrato e desiderosi di condividerlo con chi li circonda. Per questo motivo desideriamo che la nostra storia – come tante altre che conosciamo sia in ambito paritario che statale – abbia spazio per essere raccontata, incontrata e sostenuta da uomini di buona volontà siano essi laici, amministratori di enti pubblici o politici di alto rango.

Il consiglio di amministrazione della Scuola Maria Luigia

 

 

Fonte: IlSussidiario.net

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