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Alessandro D’AVENIA – 35. Supereroi con Superproblemi

È accaduto tutto in pochi secondi. Sembrano le scene di un film: un bambino di due anni, sfuggito alla madre, corre sulla banchina della metropolitana e scivola sui binari. Il display segna un minuto all’arrivo del treno, tutti sono paralizzati. Appare un ragazzo che, senza pensarci un attimo, getta via lo zaino, si lancia nel tunnel e mette in salvo il piccolo un istante prima del disastro. Era febbraio scorso quando un 18enne milanese fu ribattezzato: «l’Eroe della gialla». «Eroe» è infatti chi compie un gesto coraggioso e salvifico nella vita ordinaria. La parola, dal greco heros, significava semplicemente «uomo»: Omero la usava per ogni uomo libero la cui vita era al servizio della comunità, eroe è infatti nei suoi poemi sia il guerriero sia il poeta. Il termine si è quindi saldato a qualità come coraggio e generosità, passando così a indicare, in ogni cultura, il o la protagonista di una storia. Così accade anche nelle storie inventate negli anni ‘60 da Stan Lee, morto qualche giorno fa a 95 anni, papà di personaggi come: l’Uomo Ragno, i Fantastici Quattro, gli Avengers, Hulk, Iron Man… I suoi Supereroi incantano, non solo perché sono l’avanguardia dell’intrattenimento tra fumetto, cinema e videogiochi, o perché contengono la formula all’origine di ogni narrazione (sono, per l’appunto, eroi)… ma perché sono pieni di fragilità.

La genialità di Lee sta nel fatto che i suoi eroi sono persone comuni, come l’Uomo Ragno: Peter Parker è un adolescente timido e secchione, che, morso da un ragno radioattivo, acquista i superpoteri che userà per lottare contro la malavita. Dei suoi supereroi, che si trovano a gestire poteri ricevuti involontariamente, Lee diceva infatti: «sono personaggi nei quali potrei rispecchiarmi: carne e sangue, con i loro difetti e fissazioni, fallibili, grintosi e, soprattutto, anche nelle loro colorate sembianze, avrebbero avuto ancora i piedi d’argilla»: uomini e donne, per citare la sua formula più celebre «con super poteri e super problemi». Hanno paura di non essere all’altezza di ciò che hanno ricevuto, ma cercano lo stesso di confrontarsi con le necessità del mondo: vedono il male e lottano per arginarlo. L’eroe è sempre implicato nelle vite altrui: «a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità» è il motto dell’Uomo Ragno. Il mondo è cosa loro, perché ha bisogno di essere «salvato». Il verbo salvare significa in origine proteggere l’integrità di qualcuno o qualcosa (il contrario è infatti «disintegrare», come fanno gli antagonisti dei supereroi), e implica senz’altro più impegno del termine «sicurezza» (dal latino «senza preoccupazione»), che ne è l’ingannevole surrogato odierno: la salvezza mette a rischio, perché spinge a confrontarsi con il male e a farsi carico delle vite, la sicurezza invece rimane «seduta» e indifferente. L’eroe, da Ettore all’Uomo Ragno, difende la città e gli altri. La sua vita privata è anche pubblica, e il passaggio dall’una all’altra è segnalato dal costume, che non ha funzione carnevalesca, ma mostra, come nei riti antichi, una presenza che «supera» l’uomo: l’energia di un altro mondo che irrompe nel nostro.

Gli eroi si sono rifugiati nella cultura popolare, come risposta al trionfo dell’antieroismo dell’uomo indifferente al bene altrui e preoccupato solo del suo ben-essere. Ogni cultura si costruisce attorno ai suoi «eroi»: la greca aveva quelli omerici assetati di immortalità (Alessandro Magno portava sempre con sé l’Iliade: si credeva il nuovo Achille); la cristiana ha santi e sante, eroi pronti a dare la vita per amore di Dio e del prossimo. E noi, oggi, a quali eroi ci ispiriamo? L’individualismo è incompatibile con l’eroismo: la città, gli altri, il mondo non valgono la pena, e soprattutto il futuro «non è affar mio», l’importante è auto-realizzarsi. L’antieroe consumista pensa solo al «proprio orticello», si ritira cioè a «vita privata», alla lettera: «priva» di ogni rischio che minacci la propria sicurezza. Il consumismo spegne lo slancio eroico, disattivando la domanda: per cosa vale la pena morire, e quindi vivere? Le vittime di questo anti-eroismo, non a caso, sono proprio i giovani che, come diceva Leopardi già nel 1823, «soffrono piu dei vecchi e sentono molto più di questi il peso della vita in questa impossibilita di adoperare sufficientemente la forza vitale». E infatti uno degli eroi delle sue Operette morali, Cristoforo Colombo, dice al compagno di navigazione: «Se al presente tu, ed io, e tutti i nostri compagni, non fossimo su queste navi, in mezzo a questo mare, in questa solitudine incognita, in stato incerto e rischioso quanto si voglia; in quale altra condizione di vita ci troveremmo? In che saremmo occupati? In che modo passeremmo i giorni? Forse più lietamente? O non saremmo anzi in qualche maggior travaglio o sollecitudine, ovvero pieni di noia? Questa navigazione ci tiene liberi dalla noia, ci fa cara la vita». Non basta stare in superficie per liberarsi dalla noia e aver cara la vita, ma bisogna mettersi per l’alto mare davvero, come i grandi esploratori del passato. Lo ribadiva mezzo secolo dopo Nietzsche descrivendo il cinismo edonista e conformista dell’uomo del futuro: «Che cos’è amore? È creazione? È anelito? È stella?» — così domanda l’ultimo uomo e strizza l’occhio. La terra allora sarà diventata piccola e su di essa salterà l’ultimo uomo, colui che tutto rimpicciolisce. La sua genia è indistruttibile, come la pulce di terra, l’ultimo uomo campa più a lungo di tutti. «Noi abbiamo inventato la felicità» — dicono gli ultimi uomini e strizzano l’occhio. Tutti vogliono le stesse cose, tutti sono eguali: chi sente diversamente va da sé al manicomio». L’ultimo uomo tira a campare e cerca piccoli piaceri: chi non si adatta è pazzo. Nietzsche gli contrappose l’eccesso opposto: il suo super-uomo che, elevandosi su tutto e tutti, perde la sua umanità e, autoproclamandosi «super», pensa di salvarsi da solo. Ma proprio la domanda su cui l’ultimo uomo ironizza è centrale: che cos’è amore? Platone, interrogandosi su questo, indaga l’origine di «eroe» e inventa un’etimologia fantasiosa che fa risalire il termine a una parola greca con lo stesso suono, ma scritta diversamente, eros: amore. Per il filosofo non c’è eroe senza eros, la chiamata che spinge l’uomo a superarsi, e dice nel Simposio: “Non esiste uomo cosi codardo che Amore non riesca a infondergli coraggio e a trasformarlo in eroe». Nelle storie il protagonista diventa tale quando accetta la chiamata a lottare per qualcosa: un amore, un’amicizia, una città, una scoperta… Allo stesso modo nella vita la noia ci schiaccia se perdiamo protagonismo, se non c’è, cioè, impegno per qualcosa di più alto del divano. Credo che questa sia la causa di molte delle passioni distruttive e autodistruttive dei ragazzi che, per mancanza di «eros», rimangono «comparse» della loro stessa vita e cercano l’eroismo in fughe dalla realtà, visibilità, oggetti, violenza (per questo do loro da leggere il profetico romanzo di Burgess, Arancia meccanica, uscito nel 1962, lo stesso anno dell’Uomo Ragno: con antieroi giovani, annoiati, violenti, soggetti a dipendenze e mascherati). Non c’è eroe senza eros, non c’è super-eroe senza un super-amore: egli esce dalla vita «privata», per amore del mondo. Per questo piacciono, soprattutto ai giovanissimi: rimangono icone della vita come compito, spesa per il bene e impegnata per quella altrui. L’eroe non verrà mai meno, sarà sempre quello per cui tiferemo, dai protagonisti del Signore degli Anelli a quelli di Game of Thrones, ci ricorda che dobbiamo cercare salvezza e ci risveglia dalla noia di una vita priva di eros.

Recentemente uno dei disegnatori della Marvel tra i più bravi al mondo, Gabriele Dell’Otto, ha deciso di illustrare, come fece Doré, l’intera Divina Commedia. Ne è venuto fuori Inferno, primo di tre volumi di una nuova edizione del poema dantesco, commentato da un comitato scientifico guidato da un professore di scuola un po’ folle, Franco Nembrini. Quando ho mostrato a dei 14enni le tavole in anteprima sono rimasti ipnotizzati, riconoscevano uno stile familiare: Dante ha i tratti del (super)eroe, perché Dio gli ha dato il potere di viaggiare nell’aldilà in anticipo, per richiamare lui e gli uomini alla salvezza. Tutto questo per seguire l’eros che lo ha reso eroe: Beatrice. Se Dante compie il pericoloso viaggio per vedere Dio in Paradiso è perché un giorno ha visto il «saluto» (dal latino salus: salvezza) di Beatrice per strada.
I ragazzi, incuriositi dalle immagini, hanno cominciato a farmi domande sulla Commedia. Dobbiamo risvegliare il loro istinto eroico, che nel profondo non si accontenta del benessere e della sicurezza, ma vuole «salvezza»: fare qualcosa di buono e grande, che serva anche agli altri. Solo così si può vincere la paura di vivere, che l’ansia della sicurezza non fa altro che alimentare.

Quando Stan Lee presentò l’Uomo Ragno all’editore si sentì dire che i supereroi non hanno problemi personali. Come si sbagliava! Diventiamo noi, nel quotidiano, i super-eroi pieni di super-problemi, difetti e debolezze, se siamo animati dall’eros che spinge a difendere l’integrità di chi ci è affidato, uscendo dalla comoda, indifferente, noiosa vita «privata».

Il letto da rifare oggi è un gioco da provare in classe o in famiglia: inventare che supereroe siamo. Come lo siamo diventati, che nome, poteri e costume ha, contro chi/cosa combatte, chi deve essere da lui salvato? Il mio lo chiamerei: Proff. Raccontatemi il vostro.
Fonte: Alessandro D’AVENIA | Corriere.it

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