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Riconoscere il ruolo economico della famiglia Perali: “È una risorsa, non un costo sociale”

La famiglia è vittima della povertà o una ricetta per uscirne? La crisi italiana, che ormai sta entrando nel suo nono anno consecutivo, ha reso più povera tutta la popolazione, ma a soffrire di più sono le famiglie numerose. Sono quelle che, in percentuale, rischiano maggiormente di finire sotto la soglia della povertà assoluta. Eppure, è proprio grazie alle famiglie, che non siamo definitivamente sul lastrico.

Ad analizzare la famiglia come produttrice di ricchezza è il professor Federico Perali, docente di Politica Economica all’Università di Verona. La Nuova Bussola Quotidiana lo ha intervistato alla vigilia del prossimo convegno “La famiglia come risorsa per uscire dalla crisi” (domani, a Milano, modererà Robi Ronza, nostra firma).

Professor Perali, la famiglia è produttrice di ricchezza, oltre che consumatrice. Come mai questo aspetto sfugge ai più?

Ciò che la famiglia consuma è facilmente misurabile. Ciò che produce, è costituito anche da beni che non hanno mercato. E’ difficile misurare il contributo che la famiglia dà alla società. Non c’è solo la produzione da tenere in considerazione, ma il risparmio, un tema che diventa centrale di questi tempi. Se noi guardiamo alle famiglie formate da una sola persona, nell’arco della loro vita i consumi superano i redditi, come mostrano i nostri dati. Quasi sempre, non si nota in loro alcuna capacità di risparmio. Questo vale, fino a circa 50 anni di vita, anche per il genitore solo con figli, che costituisce il 9% della popolazione. Mentre un comportamento più razionale si nota nelle coppie con bambini, le quali tardano a formarsi proprio per avere una relazione fra risparmi e redditi normale, per dare una garanzia di sopravvivenza di lungo periodo alla famiglia. Il più grande rischio di povertà si ha dunque nella famiglia che si sfascia, fra i genitori che restano soli con i bambini.

E per quanto riguarda la produzione, come è possibile misurarla?

Per la misurazione, abbiamo un database che mette assieme non solo consumi e risparmi, ma anche l’uso del tempo. Solo così siamo in grado di misurare realisticamente la produzione di ricchezza da parte della famiglia. Un sistema fiscale moderno non dovrebbe tener conto solo delle diverse capacità contributive della famiglia, ma anche della capacità produttiva, di quanto la famiglia partecipa alla produzione di beni pubblici, creando quel che noi chiamiamo “reddito di partecipazione”. Per esempio, sappiamo quanto le donne investono nella cura dei figli e nella cura degli anziani e diamo una valutazione di mercato a questo loro contributo. Secondo i nostri dati, il quadro della povertà in Italia cambia drasticamente, se noi misuriamo la povertà tenendo conto, non solo del reddito disponibile, ma anche di quello di mercato (reddito esteso) cioè di come la famiglia, con la propria organizzazione, cerca di mantenere un buon standard di vita per tutti i suoi componenti. In termini di reddito disponibile, il gap fra Nord e Sud è molto ampio, ma in termini di reddito esteso, il gap si riduce sensibilmente. Se teniamo conto anche delle modalità con cui la famiglia si riorganizza per poter ridurre il rischio di povertà, vediamo che nel Sud Italia la povertà si riduce moltissimo. Vediamo anche una differenza fra Sud Est e Sud Ovest: la Puglia sta relativamente meglio di Campania, Calabria e Sicilia.

Da anni stiamo attraversando anche un periodo di crisi bancaria. Quanto può essere importante la famiglia come fonte di prestito e di investimento fiduciario?

Importantissima, sia per le reti di mutuo aiuto informale che si creano fra le famiglie (rapporto orizzontale) e che scambiano fra loro risorse di ogni tipo per sostenersi a vicenda. E’ un importante aiuto tra famiglie e all’interno di uno stesso gruppo familiare, fra fratelli. Finché ci sono, perché anche in Italia (pur non avendo una legge che lo impone, come in Cina) sta prevalendo il modello di famiglia con figlio unico, con tutti i problemi che ne conseguono. Poi è importante anche il rapporto verticale, cioè quello fra generazioni diverse: i lasciti e le donazioni. C’è un altro fattore non trascurabile: in Italia, circa l’80% delle famiglie è proprietaria di casa. Però questi dati fanno riferimento ai capi famiglia e non tengono conto di tutte le altre persone che sono sotto lo stesso tetto. Sono molti i giovani che vivono ancora nella casa della famiglia d’origine. Se noi facessimo un semplice esercizio contro-fattuale, se immaginassimo che tutti questi giovani uscissero dalle case delle famiglie d’origine, noi vediamo che i proprietari di casa sono circa il 50%. E questo dà una misura del fenomeno dei cosiddetti “bamboccioni”.

La famiglia è dunque un sostituto del welfare state?

Sì, ma a questo punto il suo ruolo andrebbe riconosciuto. Per lo meno non si deve lasciar sola la parte debole della società, perché “tanto se ne occupa la famiglia”. Attualmente non vediamo alcun patto leale fra famiglia e Stato. I risultati di uno studio realizzato dall’università di Essex in Inghilterra, misura il grado di lealtà inter-generazionale e mostra come la crisi e l’austerità hanno colpito le famiglie. Coloro che hanno maggior sofferto, nel 2010-2015, sono i bambini, seguiti dalla coorte dei 30-40enni, cioè i genitori dei bambini più piccoli. I maggiori beneficiari sono gli ultra 60enni. Sono evidenze molto pesanti che riguardano anche noi. Certo, in Inghilterra ci sono istituzioni che misurano in tempo reale lo stato di salute della famiglia e della società, da noi no ed è molto più dispendioso raccogliere tutti i dati necessari. Ma anche in Italia, il quadro che emerge dalla crisi non è dissimile.

Il carico fiscale sulle famiglie italiane è uno dei più alti d’Europa. E’ questo il problema principale?

Non solo. In Italia c’è un record negativo di benefici per la famiglia. A fronte di tasse pesanti, le famiglie italiane usufruiscono del livello più basso di aiuti. Questi sono difetti sistemici che andrebbero corretti. Ma è difficile che le famiglie abbiano un forte potere contrattuale con il governo. Noi stiamo cercando di dar loro più forza.

Fonte: Stefano Magni | LaNuovaBQ.it

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