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Scuole paritarie: la bella lezione della Lombardia

Il tema di una riforma della scuola che garantisca equità sociale e pluralità di esigenze formative grazie a parità, autonomia e piena libertà di scelta, è stato al centro del convegno “Scuola pubblica statale e scuola pubblica paritaria: passi condivisi per un cambiamento”, (clicca qui) alla Camera dei Deputati dall’Inter-gruppo parlamentare per la Sussidiarietà. Non è un argomento nuovo, come noto; la vera novità è che esso raccoglie oggi il consenso di un ampio schieramento trasversale alle diverse aree politiche, comprendente anche una parte significativa di quella sinistra che fino a poco tempo fa, sulla scuola, appariva ancora legata al giogo di vecchie ideologie. Si comincia a capire, forse, che la vera sfida (come è stato affermato durante l’incontro) «è di dare ai poveri le opportunità che oggi hanno in ricchi, nell’interesse dei ragazzi», e che questa è una vera battaglia per l’equità e la giustizia sociale, temi tradizionalmente cari alla sinistra.

Non a caso, il convegno del 4 marzo si è aperto con una video-intervista a Darren Burris (insegnante di scienze e matematica di Boston, esperto di Charter school, consulente per lo Stato del Massachusetts) (clicca qui) sulle Charter schools americane, nate proprio per elevare la qualità dell’offerta scolastica in città e aree urbane in cui il sistema educativo aveva ottenuto in modo persistente risultati inferiori alla media. Come documentato anche dall’esperienza italiana, le aree in cui i risultati sono persistentemente inferiori alla media, sono generalmente quelle più povere e degradate, in cui le famiglie non hanno i mezzi per supplire alle eventuali carenze del sistema scolastico.

Le Charter Schools sono scuole autonome, ma finanziate dagli Stati sulla base di una “quota capitaria” per alunno, fondate su un contratto (o “carta”) che viene negoziato tra gli organizzatori -di solito un gruppo di docenti e genitori- e le autorità locali. Nel 1996 erano 500, dopo soli sei anni erano già più di seimila. Operano a livello di distretto, sono legalmente e fiscalmente indipendenti e, pur essendo pubbliche, possono decidere autonomamente come organizzare e governare la scuola, come spendere i propri fondi, chi assumere, che cosa insegnare, come insegnarlo. Se i risultati non vengono ottenuti, la “carta” viene revocata, e la scuola non riceve più finanziamenti.

I risultati delle Charter school, tuttavia, sono più che promettenti, come attestato dal sistema di valutazione americano, che sin dagli anni Novanta ha adottato uno standard di valutazione internazionale della preparazione degli studenti e che all’inizio del Duemila per la prima volta ha stabilito quale fosse lo standard minimo. Sebbene definito desiderabile da tutti i relatori, è difficile pensare che in tempi brevi si possa arrivare a un sistema simile anche nel nostro Paese, dato che -come ha affermato Luigi Berlinguer, “padre” della legge 62/2000 sulla parità- «ancora moltissimi, troppi, pensano che il problema della scuola sia il rapporto tra pubblico e privato…», e che ancora oggi «nei cortei e nelle occupazioni gli studenti denunciano che i privati stanno per acquisire la scuola dello Stato». Meglio, quindi, procedere per gradi e “portare a casa” almeno le detrazioni sulle rette, sollecitando le Regioni ad assolvere il compito di sostenere le famiglie più indigenti nella scelta della scuola, attraverso lo strumento specifico del Diritto allo Studio.

Un esempio in tal senso molto interessante, sicuramente il più vicino a esperienze europee ed internazionali, è quello di Regione Lombardia, presentato durante il convegno da Valentina Aprea (Assessore all’Istruzione, Formazione e Lavoro della Regione Lombardia). Il sistema della Dote Scuola, che nel 2015 mette a disposizione 58milioni di euro, di cui 40,5 per la libertà di scelta, è ormai in vigore da alcuni anni, e noti sono i benefici che ha arrecato al sistema educativo (accompagnati dalla consuete polemiche di chi vorrebbe che i fondi stanziati fossero utilizzati esclusivamente per la scuola statale…). Da quest’anno scolastico, per aiutare maggiormente proprio le famiglie meno abbienti, è stato introdotto un meccanismo grazie al quale il contributo per chi iscrive i propri figli ad una scuola paritaria viene assegnato in base alle fasce Isee.  Siamo certamente lontani dalle Charter Schools, però ci troviamo di fronte ad un sostegno che non è sicuramente simbolico.  É evidente che Stato centrale e Regioni, se lo vogliono, possono concorrere a far sì che ogni famiglia, anche quella che ha davvero mezzi economici esigui (non gli incapienti che appaiono tali solo perché non dichiarano il reddito….) possa scegliere per i propri figli la scuola che desidera.

Analogamente alla Lombardia si stanno muovendo anche altre regioni, come ad esempio la Toscana, il Trentino e il Veneto. Si tratta in tutti i casi di esperienze che vanno in maggiore o minor misura nella direzione indicata da Berlinguer alla fine del suo intervento al convegno: «Va elevato il tasso di qualità soprattutto dove la scuola è più debole. Questa è la sfida difficilissima che abbiamo davanti: garantire la qualità –perché con la scuola per tutti è stato inevitabile il livellamento verso il basso- salvando l’equità, cioè permettendo a tutti di accedere ad una istruzione qualificata. E per fare questo è necessario ripensare il sistema nel suo complesso, nel senso di un ampio pluralismo educativo, guardando sempre di più all’Europa e al mondo».  É una sfida particolarmente ardua per il nostro paese, ma non bisogna perdere la speranza di potercela fare: qualche segnale positivo si inizia a intravvedere.

Fonte: LaNuovaBQ

Approfondimenti:  Sistema della Dote Scuola

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