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ULTIMO BANCO – Operazione speranza

Qualche giorno fa mi rammaricavo di essere a conoscenza del numero di coltellate inferte a una donna incinta nel recente delitto che ha catalizzato la nostra attenzione, mentre mi sfuggiva il numero di anni compiuti da un amico. Sappiamo l’età di un calciatore ma non conosciamo la canzone preferita di chi amiamo. La nostra memoria è piena di informazioni superflue che ci danno scariche di dopamina (cronaca nera e gossip soprattutto) che spingono alla ricerca continua di «news»: si parla infatti di infodemia, intossicazione da notizie.

Tra quelle recenti una in particolare mi ha colpito: il ritrovamento di quattro fratelli (anni 13, 9, 4, 1) nella giungla di Guaviare in Colombia. Unici superstiti di un incidente aereo hanno resistito per 40 giorni grazie alla maggiore, Lesly, che li ha guidati seguendo le conoscenze che ha imparato dai nonni indigeni.

Poco prima di spirare dopo lo schianto dell’aereo la madre ha suggerito loro di muoversi continuamente, così facendo sarebbero stati meno a rischio di predatori. E così la ragazzina ha guidato i fratelli nella giungla tropicale per più di un mese, orientandosi con i raggi del sole, riconoscendo i sentieri nascosti, sapendo come procurarsi acqua potabile, quali frutti e funghi mangiare e quali evitare. Hanno resistito fino a quando le forze dispiegate per le ricerche, battezzate con il nome di «Operazione Speranza», li hanno trovati. Come sarebbe andata a un nostro/a tredicenne?

Ho recentemente visitato «Amazzonia», una bella mostra fotografica di Salgado: dedicata per metà, la parte esterna dell’allestimento, alle montagne, agli alberi, ai fiumi di terra e di cielo (ho scoperto che lì esistono i «fiumi volanti», dovuti all’acqua che si condensa sopra gli alberi grazie alla loro traspirazione) della regione, e per l’altra metà, simili a isole nello sconfinato paesaggio, ad alcune delle popolazioni indigene che vivono in un rapporto con la natura a noi sconosciuto. Nei loro occhi, corpi, abitudini, parole, miti, ho visto qualcosa che non ho: sono tutt’uno con il creato.

Questo ha consentito a Lesly, nutrita dalle conoscenze tramandate per secoli, di collaborare con la natura per salvarsi e salvare i fratelli: sapeva come vivere là dentro. Un indigeno che ha partecipato alle ricerche ha affermato che Lesly è stata capace di seguire non solo il suo istinto ma anche gli «spiriti guida» della foresta, nella quale, per loro, nessuno si perde ma viene accolto: la giungla che per loro è madre ha «partorito» i bambini dopo 40 giorni. Le conoscenze di Lesly sono diverse dalle nostre, che puntano al controllo della natura più che alla relazione. Se vogliamo sapere il nome di un fiore lo fotografiamo e cerchiamo in rete, non conosciamo le proprietà medicinali o nutritive delle piante, come Lesly con il «juan soco» o il «milpesos», il frutto e l’erba di cui si sono nutriti per sopravvivere. La ragazza sapeva come fasciare i piedi scalzi e costruire ripari di fortuna.

Ho pensato allora a un ragazzino o ragazzina che in questi giorni affronta l’esame di terza media, e alle conoscenze che ha disposizione per «sopravvivere». Di certo si affiderebbe al cellulare che ha in tasca per mandare la propria posizione. Ma nella giungla non avrebbe gran fortuna… Quel telefono non avrebbe campo e ben presto si scaricherebbe. Non voglio mettere in contrapposizione due stili di vita — forse Lesly avrebbe problemi a orientarsi nella nostra giungla metropolitana — ma in dialogo. Noi ci rapportiamo per lo più alla tecnologia, a cui chiediamo di gestire la realtà con la quale abbiamo quindi un rapporto «mediato» e «mediatico», Lesly attinge invece a un rapporto «immediato» e «primario», di collaborazione con le cose, la sua memoria è vitale non digitale.

Pochi dei suoi coetanei da noi sanno fare un orto, accendere un fuoco, orientarsi con le stelle, distinguere bacche e frutti… Sarebbe interessante bilanciare una scuola basata su conoscenze teoriche con una sapienza pratica del mondo, una relazione più «viva» con la vita. Vedo le famiglie in cerca di campi estivi per i figli dopo la fine delle scuole, e potrebbe essere invece un servizio scolastico. Non dimenticherò mai, all’inizio della mia professione di insegnante, i tre anni alle medie. Ero a Roma e leggevamo l’Eneide, e il collega di scienze si inventò di fare insieme ai ragazzi un orto con tutte le piante citate da Virgilio: l’Eneide si impresse nella loro memoria in modo indelebile, fecero con le loro mani l’orto del poema. Quel poco che so del creato mi dona continua meraviglia, l’ho imparato nella campagna avita, in cui amavo girare da bambino tra orti, alberi, animali e dove ho visto fare il pane, l’olio, i sistemi di irrigazione…

Un rapporto più «corporeo» e non solo «mentale» con le cose cresce bambini più sereni, fiduciosi nella vita e non dipendenti dalla mediazione e iperstimolazione digitale. Mi auguro che questo periodo di vacanze possa essere per i ragazzi un’occasione per recuperare un po’ di questo rapporto con la vita: toccare meno lo schermo e più la diversa consistenza delle cortecce degli alberi, piantare anche solo del basilico per la pasta e imparare a raccoglierlo, bere acqua di fonte, distinguere le farfalle, gustare le more direttamente da un rovo... Tutti gesti che, coinvolgendo i cinque sensi, guariscono da quella deriva che porta a pensare di non avere più il corpo e che non ce l’abbiano gli altri. Mentre c’è chi, per un video di assurde sfide acchiappa clic e incassi, rende la strada una giungla mortale, strappando la vita a un bambino, Lesly, mettendo in pratica tutto ciò che sapeva al servizio dei suoi fratelli, ha reso la giungla una strada, portando in braccio per 40 giorni la sorellina che ha compiuto un anno proprio nei giorni dell’Operazione Speranza.

Fonte: Alessandro D’AVENIA | Corriere.it

 

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