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Melanie non abortisce e dopo trentatré anni riabbraccia quel bambino

“Credo di essere la tua mamma biologica”, ha scritto Melanie a Greg dopo che il test del DNA fatto da entrambi quasi per caso lo contrassegnava come “potenziale figlio”. Dopo trentatré anni dalla scelta di dire no all’aborto e dare il suo bimbo in adozione, quel “sì” alla vita si concretizza in un abbraccio!

Un test del DNA. Un risultato tra tanti, in un database enorme. La probabilità che qualcun altro, chissà dove, abbia avuto la pazza idea di mettere un po’ di saliva su quel bastoncino come noi.

Trentatré anni e una speranza. Molti la chiamerebbero fortuna, coincidenza, caso. Un filo sottile che lega due persone e non si è mai spezzato. Come il filo di Arianna, srotolato nel labirinto della vita: tanti corridoi, tante svolte. Quante volte si saranno trovati in vie parallele, agli stessi incroci, ma andando in direzioni opposte, senza incontrarsi davvero. Eppure è bastato riavvolgere il gomitolo per tornare al punto di partenza.

Melanie e Greg hanno provato a seguire il filo e per una serie di improbabili “coincidenze” ci sono riusciti.

Melanie, 18 anni e nessuna certezza tranne una: niente aborto

Aveva18 anni e nessuna certezza sul futuro. Sul suo e nemmeno su quello che avrebbe potuto dare al bambino che portava in grembo. Sarebbe bastato un aiuto in più? Una mano tesa? In queste storie che chiamiamo semplicemente di “abbandono”, ma che in realtà sono prove folli di fiducia in quel mondo che spesso ci appare solo sbagliato tanto da non valere quasi più la pena di mettere al mondo dei figli, viene sempre da chiedersi se si sarebbe potuto fare qualcosa per arrivare al lieto fine. 

Melanie Pressley era sola, giovane e con un compagno che le aveva suggerito l’aborto come soluzione al problema che portava in grembo. Lei nel labirinto di strade che avrebbe potuto imboccare, invece di quel vicolo cieco (per il bambino, ma anche per lei), scelse la vita.

Diede alla luce un bambino e decise di darlo in adozione grazie al supporto della sua famiglia e di una agenzia. Era giugno del 1988. 

Non lasciò niente a quel bambino, nemmeno un nome. Eppure, forse senza troppa consapevolezza, gli stava lasciando tutto. Il dono della vita, la possibilità di avere l’amore di due genitori e un piccolo gomitolo di lana in tasca di cui lei avrebbe tenuto per sempre l’altro capo: quel corpo che parla della nostra storia e del “sì” disperato e impaurito, ma pieno di speranza di una ragazza.

L’infermiera le concede di tenere in braccio suo figlio nonostante il protocollo non lo permetta e la sorella di Melanie scatta una foto. L’unico ricordo a cui questa mamma resta aggrappata anche dopo un marito e altri tre figli. La vita è andata avanti per corridoi inaspettati, ma quel filo è sempre ben stretto nelle sue mani e agganciato suo cuore.

Greg, in tasca una risposta pronta e un filo

Passano trentatré anni. Quel bambino oggi si chiama Greg Vossler e sa di essere adottato da quando ne aveva nove. In tasca una risposta pronta, perché non si è mai voluto fare troppe domande:

“Ho sempre scherzato dicendo ‘non vedo nessuna celebrity come me o ‘nessun re o regina di terre lontane mi somigliano’”

racconta nell’intervista a News5 Cleveland.

Un giorno, diventato anche lui papà e forse col ritrovato coraggio di guardare più a fondo in quella tasca, decide di provare a seguire quell’unico filo che gli è stato lasciato. Non sa se si sia spezzato negli anni, se dall’altra parte ci sarà ancora qualcuno, se riuscirà a venire a capo del gomitolo.

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Lo stesso che Melanie decide di fare due anni dopo di lui, nel maggio 2021.

Riavvolgere il gomitolo: una storia di “sì”

Grazie al database dell’azienda produttrice dei test, che permette di ricostruire parentele e trovare dei “match” tra DNA, Melanie e Greg dopo un primo contatto in chat, si sono riabbracciarti questa estate.

“Credo che siamo parenti”, è stato il primo messaggio un po’ esitante di Melanie, che subito dopo si è corretta scrivendo un fiducioso “credo di essere la tua mamma biologica”.

La moglie di Greg ha scattato la foto che li vede insieme trentatré anni dopo.

“È una sensazione meravigliosa”

ha detto Greg.

“Nelle famiglie c’è sempre spazio per far crescere l’amore”.

Quello che una madre biologica lascia nel corpo di un figlio, nel DNA come nel colore dei suoi capelli, è un filo che non si spezza.

Il nostro corpo è memoria. Non solo dei tratti somatici, delle patologie, delle predisposizioni, ma delle scelte di tanti. Siamo una serie di cromosomi unici, ma soprattutto una serie di “sì” altrettanto improbabili da mettere in fila se li si guarda ora, dal punto del labirinto di scelte e imprevisti in cui ci troviamo, con il capo di un gomitolo srotolato in mano. Proprio questo corpo, ci ricorda che non siamo una probabilità positiva e fortunata, ma più una storia aggrovigliata di salvezza reale che se potessimo riavvolgere fino alla fine ci porterebbe tutti a un primo grande amore per la vita.

Fonte: Giovanna BINCI | Aleteia.org

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