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Luigino Bruni: l’Italia ce la può fare, ma come dice anche il Papa occorre un reddito universale

A colloquio con l’economista che è tra gli organizzatori dell’incontro di Assisi sull’economia di Francesco: “Ripartiremo, ma non tutti insieme, la prima sarà la manifattura, l’ultimo il turismo”

Un reddito universale per tutti coloro che si sono impoveriti dopo l’emergenza del Coronavirus. E’ la proposta che il Papa ha avanzato qualche settimana fa, una misura che favorirebbe una redistribuzione dei redditi all’insegna della giustizia sociale (l’uno per cento degli abitanti del Pianeta detiene più della ricchezza del restante 99 e metà della popolazione mondiale vive con meno di due dollari al giorno). Luigino Bruni, tra i principali organizzatori del grande convegno di Assisi sull’economia di Francesco (l’evento è stato spostato in autunno) la porrà all’attenzione degli studiosi che arriveranno nella cittadina del Santo da tutto il mondo. «Il Papa non parla esattamente di reddito universale o reddito di cittadinanza e nemmeno di universal basic income come la chiamano gli economisti internazionali. Ovviamente non è compito suo addentrarsi nei tecnicismi. Ma Bergoglio esorta a provvedere con opportune misure per far si che chi rimane senza reddito possa svolgere una vita con dignità. Ho appena finito una diretta tramite l’applicazione Zoom con cento economisti su Assisi. Il convegno diventa ancora più interessante proprio alla luce dell’epidemia Covid19 che ha messo in ginocchio il Pianeta anche da un punto di vista socio-economico».

Con il reddito universale Francesco ha aperto un dibattito internazionale isomma…

«Esattamente. Non ha voluto menzionare questa parola  – reddito di cittadinanza  – anche perché in Italia ha una connotazione precisa. Però ha sollevato una questione importante, legandola peraltro all’emergenza Covid19. In questo momento in cui tanta gente già si trova senza reddito, dobbiamo immaginare una forma di intervento straordinario e universale per poter assicurare un minimo di benessere, se non di sopravvivenza».

Come si articola una proposta di reddito universale?

«Qui il Papa è profetico, poichè introduce un tema molto caldo da lui ripreso nella lettera ai movimenti popolari, dove parla non di reddito, ma di salario. Universale è un aggettivo che ricorre molto. Erga omnes, rivolto a tutti, a prescindere dalle condizioni lavorative, che si estende a tutte le persone. Qui c’è un terreno molto dibattuto: si ha diritto a un reddito per il solo fatto di essere un cittadino, di esistere, oppure va dato solo ai poveri? Uno potrebbe dire: in quanti cittadino, ho diritto di poter vivere al di là che lavori o no; il reddito da lavoro, poi si aggiunge, a seconda delle storie personali etc.».

Qual è la sua opinione in merito?

«Io credo che il reddito debba essere universale in quanto connesso al significato di persona. Nessuno deve morire di fame, nessuno deve finire in mezzo a una strada».

Dove trovare le risorse?

«Di questo non se ne deve occupare certo il Papa. E’ una questione di redistribuzione delle risorse».

Ma come si collega tutto questo con il lavoro? La dottrina sociale della Chiesa lo ritiene connaturato perfino teologicamente con la dignità umana, dalla Rerum Novarum di Leone XIII alla Labor exercens di Giovanni Paolo II, fino alla Laudato si di Francesco.

«Il reddito universale deve convivere con il lavoro universale. Non possiamo vivere in un mondo di assistiti: questo non è certo l’umanesimo di Francesco, che ha sempre adoperato parole molto buone per il lavoro. Ma nella dottrina sociale della Chiesa credo che sia la prima volta che si parloa di reddito universale. E’ un tema nuovo che è emerso negli ultimi anni nel dibattito pubblico. E’ la prima volta che si menziona questo tema specifico in linea con il suo pontificato. Però se ne parla da anni a livello di economisti e politici».

Se ne parlerà anche all’incontro di Assisi?

«Non c’è dubbio. Affronteremo il tema dell’economia dopo il coronavirus e si affronterà la questione del reddito universale. Abbiamo già messo in conto di affrontare il problema di come assicurare a tutti gli uomini un reddito di sussistenza e di dignità».

A proposito di coronavirus, l’Italia sta per uscire timidamente di casa e affrontare la cosiddetta Fase 2. I dati della ricchezza persa dal Paese in questi mesi sono devastanti. Si parla del 15% di Pil in meno nel primo semestre del 2020. Ce la faremo a riprenderci?

«Secondo me sì. Abbiamo tutte le risorse e i presupposti per risollevarci. Certo non tutti insieme, contemporaneamente, come per effetto di una bacchetta magica.  Alcuni settori, come la manifattura, si riprenderanno molto velocemente. Ciò che si è fermato ripartirà. La carica  della ripresa rimbalzerà e darà nuovo slancio. Non per tutti però. Per turismo e trasporti sarà un anno perso. Pensiamo alla ristorazione,  agli alberghi, agli stabilimenti balneari all’industria delle vacanze. Sono un bel pezzo di economia».

Cosa pensa della chiusura dei Paesi del Nord Europa nei nostri confronti?

«E’ proprio il turismo a generare uno dei solchi tra noi e i Paesi del Nord Europa. Il Sud del Vecchio Continente, Spagna, Portogallo, Italia e Francia, vive molto di turismo, a differenza di Germania, Olanda e gli altri Paesi che invece si basano su finanza, manifattura e logistica. Per loro quel che è successo gli cambia poco. Il dibattito sugli eurobond si basa anche su questo, altrimenti non si capisce. Non è vero che siamo tutti sulla stessa barca. C’è una evidente asimmetria: la Germania ripartirà molto più velocemente di Francia Italia e Spagna».

Alla fine ne usciremo?

«Ne usciremo sicuramente, ma dipende con quanti e quali costi. Ci sono settori che vanno meglio di prima: pensiamo ad Amazon, alle consegne a domicilio, alla distribuzione, all’alimentare, all’industria digitale che permette lo smart working, tra le altre cose. Ogni crisi porta a una rinascita, l’industria vive di questo. Pensiamo alla celebre definizione di “distruzione creativa” di Schumpeter. Ci sarà un cambiamento radicale nelle assicurazioni. Abbiamo assicurato molto bene cose importanti ma non ci siamo assicurati per eventi collettivi. Il mercato assicurativo dovrà per forza evolvere. Torneremo a privilegiare le città del “quarto d’ora a piedi”, dei centri storici, delle passeggiate, del lento pede, per forza di cose».

Sarà un secondo dopoguerra, un secondo boom economico?

«A questo proposito, vorrei spendere una parola proprio sulla generazione del boom economico. Dopo quello che è successo nelle Rsa, nelle case di riposo, dovremo ripensare a come abbiamo gestito la terza e la quarta età, di come ci siamo presi cura di anziani e vecchi. La più colpita è stata proprio la generazione del boom, quella che ha posto le basi del nostro benessere di quinta o sesta potenza occidentale economica. Uomini e donne che hanno speso la loro giovinezza per assistere anziani e si trovano esodati della cura. La generazione che ha ricostruito l’Italia del dopoguerra, che spesso ha rinunciato a carriere, addirittura – a un certo punto della propria vita –  al lavoro per curarsi dei loro anziani e ora si trovano soli e in pericolo. Nulla sarà come prima. Se saremo intelligenti. Altrimenti avremo perso una grande occasione».

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