Riflessioni sulle polemiche a proposito di una “statua che allatta”
Vorrei soffermarmi qualche minuto sulla vicenda milanese relativa alla censura, operata da una Commissione di esperti del Comune, che ha ritenuto non condivisibile da parte di «tutte le cittadine e i cittadini» (è proprio scritto così) il significato di una statua raffigurante una donna che allatta e quindi ha consigliato di collocarla non in una pubblica piazza, bensì in un luogo privato, un ospedale o un istituto religioso. Il fatto ha avuto una notevole eco mediatica, per cui vi risparmio ulteriori commenti. Ci sono tuttavia alcuni aspetti che meritano molta attenzione e che non sono stati adeguatamente sottolineati nelle dichiarazioni successive al fatto.
Innanzitutto, chiedo scusa se cercherò di fare una riflessione impegnata a partire da un episodio che potrebbe anche essere liquidato con una semplice constatazione: l’odio ideologico contro la maternità è andato oltre il sopportabile nella situazione attuale della società, che si è ribellata. Gli stessi sostenitori dell’aborto libero tacciono perché si sono resi conto dell’assurdità del parere espresso dalla Commissione.
Uno dei motivi portato dalla Commissione è che la raffigurazione di una donna che allatta «rappresenta valori rispettabili ma non universalmente condivisibili da tutte le cittadine e i cittadini, ragion per cui non viene dato parere favorevole all’inserimento in uno spazio condiviso». La statua della scultrice Vera Omodeo Salè, che si intitola Dal latte materno veniamo, non esprime dunque valori universali? Sarebbe bello potere interrogare gli estensori di tale parere e ascoltare la loro risposta. Da dove pensano che veniamo? O forse si vuole fare apologia della maternità surrogata, che peraltro prevede comunque la nascita da una madre biologica?
La “dittatura del relativismo” che domina la cultura moderna non può accettare l’esistenza di valori universali, che prescindono anche dalla cultura di un popolo perché sono scritti nella natura di ogni uomo. Questo è il senso della statua e della mamma che allatta il suo bambino, come avviene normalmente. Qualcuno però vuole negare questo, aprire alla “normalità” di altri modi di fare nascere i bambini, che per quanto crudeli siano non possono peraltro prescindere più di tanto dalla natura. Una osservazione: è difficile risalire la china del crollo demografico diffondendo questa mentalità.
La medesima Commissione del Comune ha quindi suggerito di donare la statua offerta dai figli della scultrice, recentemente scomparsa, a un ente privato, dove «sia maggiormente valorizzato il tema della maternità, qui espresso con delle sfumature squisitamente religiose». Ma che cosa significa, forse che, se una cosa è “religiosa”, allora è bene che sia relegata nel privato? Che idea hanno della religione i membri della Commissione? Non si sta nemmeno parlando di una confessione religiosa, ma della domanda religiosa che ogni uomo si pone: chiedersi da dove si viene e dove si va dopo la morte è un affare privato, oppure è la domanda universale, che ogni uomo si pone? Attenzione, perché con questa mentalità si mette in discussione il principio stesso della libertà religiosa, che non è soltanto la libertà di culto, ma anche e soprattutto la necessità di una dimensione pubblica per la domanda religiosa.
Un’ultima osservazione. Rispondendo alle osservazioni surreali della Commissione, la figlia di Vera Omodeo ha detto che «una figura parzialmente nuda non mi sembra affatto un soggetto religioso». Capisco la buona intenzione, ma mi chiedo se non siamo di fronte a un altro equivoco, quello della religione “bacchettona”, tipo “la scultura riproduce una mamma che allatta al seno, nuda, quindi non può essere una scultura religiosa”. Caspita, non sapevo che il problema morale fosse la nudità e non il suo uso provocatorio.
Concludendo mi sembra di poter dire che la vicenda, veramente un po’ surreale, favorisca due osservazioni. La prima riguarda la drammatica scomparsa del “senso comune” nel modo di pensare dei cosiddetti intellettuali, che formano le commissioni “culturali” dei comuni. Neppure la maternità e il gesto così puro e naturale dell’allattamento al seno si salva dalla pressione lgbtq a cui siamo sottoposti, a volte senza neppure rendercene conto. La seconda osservazione, invece, è positiva e apre alla speranza: c’è in giro ancora del “buon senso”, che potrebbe diventare “senso comune” se opportunamente coltivato. Se ne è accorto persino il sindaco Sala, che ha chiesto il riesame della decisione. Partiamo da lì per rifare un mondo migliore.
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