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La Libia e il grande gioco dei migranti

Un’emergenza “pilotata” Russia e Francia, ma anche Usa, hanno scelto di ‘governare il caos’, strappando all’Italia ogni residuale sfera d’influenza sulla sorte del Paese nordafricano e delle sue ambite risorse energetiche

Com’è possibile movimentare ogni giorno migliaia di persone, percorrere rotte desertiche, attraversare confini polverosi, raccogliere e trasferire denaro, fornire carburante a centinaia di mezzi di trasporto, ottenere i lasciapassare, governare i centri di raccolta e poi gestire la flotta per il viaggio via mare – per molti l’ultima tappa in ogni senso – e tutto questo senza dare nell’occhio?

“Una filiera del genere non può passare inosservata. E non può prosperare senza il consenso e spesso la complicità di chi oggi afferma di voler porre fine al traffico di migranti”. L’investigatore Onu che parla sotto anonimato si fa precedere da un rapporto di 299 pagine inviato al Consiglio di Sicurezza: un dossier a cui hanno avuto accesso le varie cancellerie, a cominciare dall’Italia. Nel faldone ci sono nomi che scottano. Come quello di Fathi al-Far, comandante della brigata al-Nasr, alleato forte del premier al-Serraj, riconosciuto dalla comunità internazionale, ed ex colonnello dell’esercito di Gheddafi , che “ha aperto un centro di detenzione a Zawiyah”, sulla costa occidentale a metà strada tra Tripoli e Zuara. Il gruppo di investigatori “ha ricevuto informazioni secondo cui il centro di detenzione è usato per ‘vendere’ i migranti ai contrabbandieri”. E a Zawiyah il capo della Libyan Petroleum Facilities Guard (la milizia che dovrebbe proteggere i siti di estrazione dell’oro nero) “è coinvolto nell’approvvigionamento di carburante per i trafficanti”. Si tratta di Mohamed Koshlaf, che fattura milioni di dollari stipando migranti da rivendere agli scafisti, mentre suo fratello, Walid Koshlaf, si occupa degli aspetti finanziari. Li abbiamo già citati come sodali di Abdul Rahman al-Milad (alias Bija).

Talvolta questi personaggi legati al governo, sono entrati in conflitto con i trafficanti di esseri umani. Ma non per bloccarne il business e proteggere i migranti. Nel 2016 e nel 2017 si sono ripetuti violenti scontri a Zawiyah, “secondo diverse fonti, gruppi concorrenti catturano regolarmente i migranti per sottrarli ai loro rivali, spesso provocando la morte e lesioni gravi di numerosi migranti”. Il sito di imbarco principale “sembra essere Talil Beach, nel complesso turistico di Sabrata”, un’area fortemente controllata dal governo riconosciuto.

Uno degli episodi chiave è stato messo nero su bianco nel dossier Onu. Risale alla fine del 2016, quando mezzi europei dell’operazione EunavforMed impegnati in un’operazione anti-scafisti abbordarono un peschereccio libico in navigazione tra Bengasi e Misurata, registrato con il nome di Luffy. L’equipaggio disse che le persone a bordo non erano migranti, ma miliziani di Haftar. Sotto coperta erano nascoste diverse armi leggere e alcuni mortai. L’inchiesta Onu ha accertato che la Luffy era di proprietà di un ufficiale della Guardia costiera dell’allora premier al-Serraj, e membro del Consiglio militare di Misurata riconosciuto dalla comunità internazionale. Il sospetto è che la nave appartenesse però a una flotta clandestina legata alle autorità, e impiegata nel lucroso traffico di esseri umani. Più difficile è invece investigare nelle zone sotto l’influenza dello scaltro generale Haftar, che ha chiuso ermeticamente le province orientali. Sui suoi uomini ci sono molti sospetti, corroborati da decine di foto satellitari che testimoniano un continuo spostamento di mezzi militari.
Il 2021 per la Libia doveva essere l’anno delle elezioni libere e democratiche, ma da parte dei leader libici ci sono stati solo preparativi alla resa dei conti fingendo di negoziare la pace. Dal 2011 è così che vanno le cose.
Il Paese è a un punto di non ritorno. Troppe le armi in circolazione, per non venire utilizzate. Merito anche di un’Europa quanto mai divisa e inetta, con incongruenze e anomalie, segnalate anche dal Segretario generale dell’Onu, António Guterres, che fanno il gioco dei signori della guerra. Che poi, in un Paese con 14 clan tribali, vuol dire clan contro clan. Nient’altro che un Mafia State, dove i boss indossano divise da militari, tuniche da capi tribù o grisaglie da petrolieri. Secondo Guterres, il traffico internazionale di armi in Libia è fuori controllo e sta alimentando il caos. Il Segretario generale ha motivato il proprio appello citando la “singolare iniziativa” presa dalla Ue a fine marzo 2021, quando a Bruxelles è stato deliberato di prolungare la missione navale EunavforMed. Ma senza navi.
Oltreché contribuire ad arginare il traffico di migranti sui gommoni, l’operazione aveva come incarico anche quello di aiutare la sorveglianza sul rispetto del divieto di consegnare armi da guerra: un compito che Guterres chiede agli Stati di assolvere individualmente. Aver allontanato le navi, infatti, significa rinunciare consapevolmente al controllo comune. Per le fazioni libiche, una sorta di via libera al conflitto.
Informazioni pervenute all’Onu evidenziano l’ingresso in Libia di armamenti, inclusi aerei e lanciarazzi, destinati a “entrambe le parti” in conflitto, ovvero i fedelissimi del fragile governo riconosciuto dalla comunità internazionale, da tempo sottoposto agli attacchi verbali e ai cannoneggiamenti del generale Haftar, l’uomo che partendo dalla Cirenaica ha conquistato due terzi del Paese, piantando bandierine sui principali snodi petroliferi delle tre province: Fezzan, Cirenaica e Tripolitania.
Precedenti rapporti dell’Onu indicavano gli Emirati Arabi Uniti e l’Egitto fra i Paesi che – nel loro caso, a sostegno di Haftar – avevano violato l’embargo. Diversi osservatori, come ad esempio l’analista libico Mustafa Fetouri, indicano in Turchia e Qatar i fornitori di armi per le forze governative. Mosca dal canto suo ha inviato circa 300 uomini del gruppo Wagner, la milizia privata che, al pari della compagnia americana Blackwater, interviene sul terreno senza compromettere i rispettivi governi.
A conferma di quanto il ‘grande gioco libico’ sia allargato e trasversale, anche l’Iran aveva inviato una nave. Il cargo era stato bloccato nel porto di Misurata a causa di un ‘carico sospetto’ destinato al governo tripolino di al-Serraj, riformulando e ribaltando uno schema classico. Se un tempo la regola aurea dei campi di battaglia rispondeva all’adagio secondo cui “il nemico del mio amico è mio nemico”, in Libia si è assistito a una variante: il nemico (al-Serraj) del mio nemico (Trump) diventa mio amico.

A favore di Haftar giocano un ruolo decisivo Russia e Francia, ma di recente anche gli Stati Uniti hanno mostrato di voler puntare sul generale. In altre parole, i potenti hanno scelto di ‘governare il caos’, facendo naufragare il negoziato e strappando all’Italia ogni residuale sfera d’influenza sulla sorte del Paese nordafricano e delle sue ambite risorse energetiche.
La Libia, dunque, è un rebus che si può decifrare solo nell’ottica più ampia di quella che Bergoglio ha correttamente definito “terza guerra mondiale combattuta a pezzi”. Con il rischio di innescare un effetto domino non meno cruento di quanto non sia avvenuto in Iraq, Siria o Afghanistan.

Fonte: Nello SCAVO | IlFattoQuotidiano.it

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