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L’eterna riscoperta di Dante, «Il paradiso? È un inno al coraggio»

In scena il dialogo sulle parole del Divin Poeta tra monsignor Camisasca e gli scrittori Nembrini e Cazzullo. «Ha raccontato il desiderio dell’uomo»

Si sa, rileggere Dante «al nostro presente» era una delle passioni di don Luigi Giussani. Memorabile la lettera alla Fraternità di Cl del 2003, in cui il servo di Dio, di cui ricorre il centenario della nascita, rifletteva sull’Inno alla Vergine. Ieri, quella passione è tornata a risuonare al Meeting di Rimini nel dialogo sulle parole dantesche tra monsignor Massimo Camisasca, vescovo emerito di Reggio Emilia e Guastalla e gli scrittori Franco Nembrini e Aldo Cazzullo, grandi esperti del Divin Poeta.

Tutti e tre sono arrivati con bagagli molto personali, come quello di Nembrini, insegnante bergamasco con il pallino per l’Alighieri e una capacità affabulatoria in grado di incantare qualsiasi studente. «Scoprii davvero Dante a 11 anni, quando riconobbi che parlava di me. Facevo il garzone durante le vacenze ed ero tristissimo di dover lavorare. Una sera, mentre piangevo, mi sovvenne il famoso “come sa di sale lo pane altrui…” Allora piansi di commozione: tornai a casa con l’ingenuità dell’undicenne a dire alla mia professoressa che Dante parlava di me».

Anche un comunicatore come Cazzullo è convinto che l’attualità di Dante sia prorompente, per quanto né la tv né il cinema l’abbiano colta, in occasione dei 700 anni dalla morte del poeta, come ha ricordato al Meeting. «La chiave di lettura – ha detto ieri – è “nostra vita”, cioè lui sta parlando di noi, della missione dell’Italia di riconciliare la Roma dei Cesari e quella dei Papi ma anche di una vicenda umana che si inserisce in una prospettiva di fede, speranza e salvezza». Il Purgatorio, ha aggiunto, «assomiglia alla vita», per quanto sia stato «letteralmente inventato da Dante, perché la Chiesa lo aveva ammesso solo qualche anno prima». Il giornalista del Corriere della Sera ha poi ragionato sulle donne della Commedia, su Beatrice e su Pia de’ Tolomei, archetipo del femminicidio, per concludere con Francesca e con la teoria dell’amore umano e divino. Tema sviscerato da monsignor Camisasca. «Il paradiso di Dante – ha detto quest’ultimo – è un inno al coraggio a non disperare mai, a tentare sempre una nuova navigazione, dotandosi di una barca e un equipaggio adeguati».

Secondo il vescovo, tutta la Commedia e il Paradiso in particolare ruotano intorno all’asse dell’attrazione divina: «Dante sale verso Dio per attrazione e non per forze proprie. Il Paradiso è un invito ad arrenderci all’attrazione divina ed è tanto efficace e moderno perchè è vero, rispecchia la nostra esperienza di uomini e donne; cioè Dante trasforma in poesia il suo percorso personale di fede, dolore e ricerca di una redenzione. Il suo grande annuncio è che si può risalire dall’abisso perché si viene attratti attraverso altri uomini e donne che ci mettono sulla strada, ma se non è Dio che attrae, l’uomo rimane avviuppato nei propri limiti» ha commentato il teologo.

Infine, il passaggio più attuale e scottante del convegno riminese: «Dante ci racconta il desiderio umano di sfuggire alla morte attraverso il “transumanar”, ma attenzione che non parla di transumanesimo, anzi». Infatti, ha precisato Camisasca, «il concetto dantesco non rappresenta il passaggio da una vita a un altra ma la trasformazione di questa vita dall’interno, attraverso il dono che Dio fa di se stesso all’uomo, in modo che la nostra vita non finisca. Una parte di questo “transumanar” lo possiamo sperimentare qui ma il compimento sarà oltre il tempo». Invece, «il transumanesimo di cui si parla oggi prevede un abbandono della corporeità e una trasformazione della nostra mente, attaverso la tecnica, in un immenso database, che conterrebbe i nostri pensieri. Propone quindi il superamento dell’umanità e della generazione perchè non più necessarie».

Il transumanesimo è «un espediente linguistico, per non parlare dell’eugenismo, diventato impopolare a causa dei nazisti. È una risposta sbagliata alla domanda giusta: come vincere la morte. Risposta pericolosa oltre che sbagliata, perché presuppone l’annientamento dell’uomo come ragione e libertà, come volontà e come corpo e come tensione a dare la vita. Si va verso una società di eremiti di massa». Invece, Dante insegna che «solo lo sguardo di un altro – nel suo caso, Beatrice – ci può fare transumanare; mentre noi vediamo solo per ciò che siamo chi ci ama ci guarda per ciò per cui siamo fatti» ha concluso Camisasca.

Fonte: Paolo VIANA | Avvenire.it

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