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ULTIMO BANCO – 98. Se vivo è per amori

«Sto cercando di catturare nell’oggetto il desiderio dell’individuo e di fissare le sue aspirazioni in superficie, in una condizione di immortalità». Sono le parole con cui Jeff Koons accompagna alcune delle opere della mostra che ho visitato qualche giorno fa nella cornice di Palazzo Strozzi a Firenze.

Stando di fronte ai suoi famosi giganteschi palloncini in acciaio lucido e coloratissimo, lo spettatore si specchia e annega nella sua stessa immagine ripetutamente riflessa: l’opera d’arte non è una porta o una finestra, ma uno specchio. La brama di esistere viene immortalata in una superficie che non contraddice, non interroga, non fa riflettere, ma riflette, cioè ripete, come alla regina della fiaba, che il più bello del reame sei tu: tu splendi (Shine è il titolo della mostra), tu non morirai. L’acciaio soffiato a forma di palloncino è specchio dell’uomo: un alito di vita che sogna di non sparire. Lo spettatore rivive così il desiderio del bambino che vuole sempre comprare i palloncini, gioioso ricordo del grembo e del seno della madre. Chi guarda le opere di Koons vuole infatti toccarle, morderle, consumarle. Sono uscito dalla mostra con una domanda: sono solo un soffio incastrato in una carne passeggera che desidera durare per sempre e si illude di poterlo fare, o sono qualcosa di più? Con questo sottofondo interiore mi sono concentrato su ciò che viveva nelle strade di Firenze.

L’autunno era incastrato ovunque, soprattutto nella luce novembrina posata su ogni foglia, appesa o già caduta. La stagione non era uno specchio ma una porta. Non mi illudeva con superfici senza spigoli, anzi mi ripeteva che tutto finisce, stecchito come i rami, ma lo faceva in modo paradossale: l’albero, vicino a spogliarsi, si veste d’oro e di rubini, a festa. La fine, in autunno, non è un funerale ma una festa di colori, che non mostra lotta per la sopravvivenza ma una sorprendente tela d’artista. Noi ammiriamo il foliage autunnale perché contraddice proprio la morte di cui, secondo molti poeti, sarebbe annuncio e segno. Invece proprio quei colori danno speranza di rinascita: essi non hanno ragion d’essere ma danno ragion d’essere, come fa la bellezza.

Vorrei anche io imparare dalle foglie autunnali a vestirmi a festa nello scorrere dei miei anni, nel mio sentire (sapere nella carne) che un giorno anche io cadrò. Vorrei invecchiare non diventando spento o scuro, ma caldo e acceso, come le foglie del bosco montano in cui ho passeggiato qualche giorno dopo aver visto quella mostra: una festa di luce dorata su ciò che finisce… o comincia? Nel cerchio delle stagioni ogni punto è uguale. Però io uomo non sono solo un cerchio, ma una linea, anzi una freccia di desiderio e di pensiero.

E mi è così tornata in mente la recente e bellissima raccolta di poesie di Carlo Carabba, La prima parte, che s’interroga su ciò che nella vita è forte come la morte. In una poesia sulla sua eredità dice: «Di me resterà traccia/ a lungo nei registri/ delle burocrazie statali,/ lascerò un segno quasi eterno/ nel ciclo del carbonio» (Discendenza).

Di noi resta ciò che è meno rilevante: una traccia burocratica e biologica. Ciò che invece dovrebbe rimanere, resta solo se presente nei registri della carne: «Ma quanto avrò provato/ andrà perduto quando/ non ci saranno quelli/ che su di me hanno pianto – e io su loro».

L’uomo rimane nella misura in cui s’è fatto carne d’amore, che è gioia e dolore. Le opere di Koons regalano l’istante di superficiale immortalità (di celebrità?) al palloncino gonfiato («Specchio delle mie brame chi è il più bello del reame»), che vuole dimenticare d’essere solo un soffio grazie all’ossessivo riflettersi in un selfie d’acciaio e sentirsi dire: «Tu, tu, tu!». L’autunno e il poeta invece non illudono: cadi – dicono – come foglia in festa, cadi, nell’amore dato e ricevuto; e senza fare sconti alla certezza del proprio funerale, chiedono: ma tu chi ami? Ma tu da chi sei amato?

«Dovrà un giorno la morte separarci/ ma non, ma mai la vita/ che sei soltanto tu per me la vita/ e senza te la vita non è vita» scrive ancora Carabba in una poesia alla sua amata. La morte è la fine non il fine della vita, il fine è nascere ogni giorno di più nell’amore dato e ricevuto, l’amore fatto carne nostra e altrui. Il cerchio e la linea, natura e desiderio, fanno della vita umana una spirale. Inseriti nel ferreo ciclo naturale che porta tutto alla morte, siamo però capaci di spezzarlo a colpi d’amore, come ha detto mia nipote di quasi quattro anni a mia sorella: «Mamma, io non voglio che tu sei mai morta!». È proprio con movimento a spirale che cadono, per preparare le nuove, le foglie d’oro e rubini. Maturando vorrei anch’io vestirmi come loro perché la morte non sia solo caduta, ma l’ultima figura, la più compiuta, di una danza d’amore che – pur con tanti errori – avrà trasformato la mia carne in un seme, perché come scrive ancora il poeta in Discendenza: «Se vivo è per amori».

Fonte: A. D’Avenia | Corriere.it

 

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