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11 settembre 2001, padre Spadaro: “L’unica strada resta il dialogo con l’Islam”

Un ventennio aperto dal crollo delle torri gemelle, che si chiude con la presa del potere dei Talebani in Afghanistan. Un tempo di scontri, ma anche di gesti importanti come quelli compiuti da papa Francesco. Padre Antonio Spadaro, gesuita, direttore de «La Civiltà cattolica», è una delle persone che segue più da vicino il Papa. E la sua lettura di questo ventennale è che bisogna lavorare per l’icontro e il dialogo. «Anche se tutto sembra dire il contrario»

Come sono cambiati dopo l’11 settembre 2001 i rapporti internazionali e il dialogo con l’Islam?

«Gli attentati dell’11 settembre, oltre agli effetti tragici sul piano delle vite umane, hanno avuto un impatto simbolico molto forte, hanno segnato l’immaginario dei Paesi occidentali. Hanno dato al mondo la percezione di un pericolo imminente, nascosto, dal quale è necessario difendersi; hanno condotto gli Stati, e le singole persone, in una dinamica di tensione, di angoscia, di sospetto. L’11 settembre ci ha lasciato un senso di insicurezza che, al di là dei pericoli reali, va compreso e gestito. C’è il bisogno di difendersi, ma dovremmo anche cercare di capire e di muovere le cause dell’odio e della violenza. Il rischio, dopo l’11 settembre, è di dividere il mondo in buoni e cattivi. L’islamofobia, l’equiparazione tra musulmani e terroristi, sono tentazioni da cui dobbiamo guardarci».

Si parlò, allora, di «scontro di civiltà».

«Una formula infelice. Quello di cui c’è bisogno non è la paura dell’altro ma l’incontro e il dialogo. Quando si vuole imporre la pace con la guerra, questo non funziona. È quello che è accaduto in Afghanistan. La democrazia è un grande valore ma non si esporta, deve essere il frutto di un processo. Bisogna essere lungimiranti, avviare processi che guardino al futuro. L’Afghanistan ci ha mostrato come il lavoro di vent’anni, se è nato male, può crollare in venti giorni».

Possiamo dire in questo senso che la reazione occidentale all’11 settembre ha fallito i suoi obiettivi?

«Da un certo punto di vista, sì. A vent’anni dal crollo delle torri gemelle, le immagini che vediamo in Afghanistan appaiono tristemente parallele: allora c’erano persone che si gettavano dai grattacieli in fiamme, oggi abbiamo visto persone cadere dagli aerei in volo nel disperato tentativo di scappare. Il fatto che si perdano in un modo così tragico delle vite umane non ci può lasciare indifferenti».

Quale dovrebbe essere allora la risposta?

«Papa Francesco ha compreso che questo è il tempo dell’abbraccio, del conoscersi, dell’incontrarsi. Il passo avanti fatto ad Abu Dhabi nel 2019, con la firma insieme al grande imam Ahmad Al-Tayyeb del documento sulla Fratellanza umana, è un passo enorme. I due leader religiosi si sono resi conto della necessità di trovare unità di intenti, e il documento firmato insieme ha aperto un cammino. L’enciclica “Fratelli tutti” si innesta in questo percorso».

Il passo successivo è stato il viaggio in Iraq del marzo scorso.

«Francesco non è stato solo a Baghdad, si è recato in regioni caldissime, penso a Mosul che era la capitale dell’Isis. Il Papa ha voluto, come suo stile, toccare con mano le macerie, le ferite. Quello che più mi ha colpito e che probabilmente costituisce il frutto migliore di quel viaggio è che si è aperto un dialogo all’interno del mondo musulmano, tra sunniti e sciiti: un dialogo che non è scontato. l’islam non è un monolite, ha diverse anime, spesso in conflitto tra loro: lo vediamo anche nelle cronache di questi giorni. L’incontro con il grand ayatollah al-Sistani è stato importantissimo: papa Francesco è andato a trovarlo a casa sua, a tu per tu. Un incontro con la visione sciita dell’islam che costituisce un altro momento storico».

Quello che sta accadendo in Afghanistan cambia gli scenari? Si può ancora puntare sul dialogo con chi conosce solo il linguaggio della volenza?

«Le dottrine alla base degli attentati suicidi mostrano una visione del mondo e della vita umana come una realtà perversa, da eliminare. Questa è la visione che nutre il fondamentalismo. Per contrastare questa visione, serve una riconciliazione col mondo, con la realtà terrena: è necessario dire che la religione non può mai essere contro l’uomo e contro la vita. Nel documento di Abu Dhabi si parla di cittadinanza: questo è un tema molto importante. Tutti siamo cittadini, qualsiasi sia la nostra fede, e tutti possiamo e dobbiamo operare per il bene comune, per il bene di un mondo in cui abitiamo insieme».

Già con Giovanni Paolo II, la Chiesa aveva pronunciato il suo no alle armi. Ricordiamo il suo «Mai più la guerra» gridato durante il conflitto in Iraq. Un grido poco ascoltato.

«Uno dei compiti dei pontefici è annunciare la profezia del Vangelo, anche quando sembra andare contro le logiche del mondo. Il pontificato di Francesco in questo senso è in piena continuità con i suoi predecessori. Alle invocazioni per la pace Francesco ha aggiunto, nel suo stile, una grande attenzione all’amicizia personale. È qualcosa che appartiene alla sua storia, già come vescovo di Buenos Aires curava molto l’amicizia con il rabbino, con l’imam. Quello di Francesco è uno stile in cui si fanno le cose insieme, in cui il dialogo si costruisce attraverso le relazioni. Anche nei suoi viaggi internazionali, ha sempre curato questo aspetto. Ha visitato il Marocco, un viaggio molto importante in un Paese che cerca di promuovere il dialogo e ostacolare il fondamentalismo. Ha visitato anche altri paesi a grande maggioranza islamica, come il Bangladesh o l’Azerbaijan: anche queste sono state tappe importanti del processo di dialogo e di incontro».

A febbraio 2022 a Firenze si parlerà di Mediterraneo «frontiera di pace». Cercare il dialogo e la pace nel Mediterraneo può ancora essere la chiave che apre un tempo di pace per il mondo, come diceva Giorgio La Pira?

«Il Mediterraneo è il luogo in cui si sono sviluppate grandi civiltà e in cui si sono nate le tre religioni monoteiste. Per questo è il luogo perfetto per avviare processi di incontro e di fraternità. Anche se tutto sembra dire il contrario, questo è il tempo del dialogo con l’islam e il Mediterraneo può essere il cuore di questo dialogo. Poi succede, come in questi giorni, che la storia improvvisamente ci risveglia e ci mostra quanto la sfida sia difficile. Ma più la sfida è difficile, più c’è bisogno di camminare su questa strada, che è l’unica percorribile. Sia con i grandi segni che compie il Papa, sia con i piccoli gesti che possiamo realizzare a livello locale».

Fonte: Riccardo Bigi  ToscanaOggi.it

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