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Cimiteri “a impatto zero” e “compostaggio salme”? Ecco l’ecologismo misantropico

L’urgenza ecologica si estende dappertutto, fin dentro alla morte dell’uomo, che diventa un altro fatto da tenere in considerazione. Col rischio di dimenticarne la peculiare dignità.

Sébastien sta morendo. Nelle sue ultime volontà esprime il desiderio di essere sepolto con «il minore impatto negativo possibile per l’ambiente, per rispettare la vita». Egli desidera «morendo, di rigenerare la vita». A Niort, il nuovo cimitero di Souché si propone come ecologico: ha abolito fiori artificiali, pietre tombali in marmo e loculi in cemento. In questo cimitero, che si propone come esemplare, tutto è ripensato «per ridurre al massimo l’impatto ecologico dell’inumazione», come sottolinea il comune. Fino nella morte, la decarbonizzazione diventa un fattore di cittadinanza.

 

Sébastien, però, vorrebbe andare più in là e ricorrere all’“humificazione”: vuole fare «dono del [suo] corpo alla terra» ricorrendo a una sorta di “compostaggio umano”. A oggi la pratica è vietata in Francia, mentre è legale negli Stati Uniti. Lo Stato di Washington è diventato il primo ad autorizzare questo tipo di “sepoltura”: una pratica che – con le parole di Philip Olson, professore alla Virginia Tech e specialista di pratiche funerarie – considera il corpo «un prodotto ecologico, un nutrimento, una risorsa».

Un’ecologia inumana?

L’uomo può ridursi a così poco? Un prodotto non-sempre-bio perché talvolta proveniente dall’industria della procreazione, un portatore di carbonio di cui minimizzare l’impatto per il bene del pianeta, una tappa nel ciclo della vita? Oppure occupa un posto a parte tra gli esseri viventi? Un posto che gli conferisce la sua dignità, ma anche la sua immensa responsabilità nei confronti della natura? Aristotele, che conferiva a tutto ciò che vive un principio di animazione, parlava di gerarchia delle specie: parole che oggi farebbero scalpore. Quando il cambiamento climatico ispira una (molto legittima) preoccupazione, e in un contesto di crisi sanitaria internazionale in cui l’animale e l’uomo sono entrambi coinvolti, è ora di prendere coscienza che la protezione della natura non si fa senza l’uomo. Né contro di lui.

Fonte: Christine Mansilla | Aleteia.org

 

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