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Pubblicità Approfondimenti “Bisogna pretendere la verità sulla Libia”: intervista a Nello Scavo, giornalista sotto tutela

Continuano gli attestati di solidarietà verso il giornalista di Avvenire, Nello Scavo, messo sotto protezione dopo le sue inchieste su di un trafficante di esseri umani libico che, nel 2017, avrebbe incontrato le autorità italiane. La misura è stata decisa dopo le minacce arrivate a Scavo a seguito della pubblicazione di articoli sulle connessioni tra Italia e Libia per fermare l’arrivo di profughi.

e sue indagini, portate avanti per anni per ‘Avvenire’, quotidiano della Conferenza episcopale italiana, hanno raccontato la Libia, il traffico di esseri umani, i percorsi dei migranti, il loro sfruttamento e le torture da loro subite. Ma hanno anche rivelato le connessioni e le complicità in Europa, anche ad altissimo livello. Oggi, Nello Scavo paga questo suo straordinario lavoro di inchiesta, e le minacce da lui ricevute hanno fatto sì che venisse messo sotto tutela. Nello Scavo, al quale continuano ad arrivare dichiarazioni di solidarietà da tutto il mondo giornalistico e non solo, si dice sereno, pronto a rifare tutto il lavoro fatto senza alcun timore.

R. – Era prevedibile che ci sarebbe stata una reazione da parte degli ambienti libici che abbiamo toccato, e non solo da parte degli ambienti libici. Io considero che quello che sta accadendo è parte di un sistema di interessi che abbiamo individuato e in parte smascherato, sottolineo in parte per dire che molto deve venire ancora a galla, molto di quello che abbiamo raccontato merita maggiore trasparenza da parte delle autorità e c’è, in questo senso, anche molta preoccupazione, agitazione, da parte di chi in Libia deve nascondere una serie di traffici illeciti che non hanno al centro solo il traffico di esseri umani.

Senza voler entrare troppo nel personale, quella che vivi è una situazione difficile da affrontare?

R. – Io devo ringraziare le autorità, le forze dell’ordine , in particolare la polizia di Stato specialmente quelle di Milano e di Como, la città nella quale vivo, che mi hanno cucito addosso un dispositivo che mi permette di lavorare liberamente, tranquillamente, di continuare anche la vita familiare, seppur con alcune precauzioni, però non sento condizionamenti o limitazioni in questo senso, perciò mi posso dire totalmente sereno e tranquillo, tanto è vero che il nostro lavoro non arretra e andremo avanti in questa e altre inchieste.

Il direttore di Avvenire, il tuo direttore Marco Tarquinio, ha infatti sottolineato come ciò che conti in questo momento è che le minacce da te subite non prevalgano sulla necessità di fare informazione …

R. – No, assolutamente, noi non ci sentiamo né minacciati né intimiditi, lo dico non in chiave polemica, perché in realtà noi non abbiamo presentato alcuna denuncia, sono le autorità che hanno ritenuto evidentemente alcuni segnali da loro ricevuti come meritevoli di attenzione dal punto di vista della gestione della sicurezza, così come anche su Nancy Porsia, la giornalista free lance che per prima, ormai tre anni fa, ha raccontato del comandante Bija e in particolare di questa milizia libica con interessi opachi e trasversali in varie attività illegali e in parte in parte anche legali con cui maschera appunto i proventi illeciti. Non mi sento quindi intimidito, né io né la redazione di Avvenire, andiamo avanti come abbiamo sempre fatto, il nostro è un lavoro anche corale, in un certo senso, che va avanti da moltissimi anni e devo dire che quello che è accaduto, per quanto possa apparire spiacevole, in parte ci conferma anche della bontà della nostra inchiesta, di avere imboccato la strada giusta, del resto – e qui possiamo dirlo – non facciamo altro che dar conto anche giornalisticamente di quella intuizione di Papa Francesco quando parla di terza guerra mondiale combattuta a pezzi. E i pezzi sono anche pezzi di interessi, settori di presenze più o meno dicibili, ma soprattutto indicibili, che si coalizzano evidentemente contro gli esseri umani, in questo caso contro i migranti, ma non solo contro i migranti. E quindi cerchiamo di raccontare che cosa accade in Libia smascherando, purtroppo, anche legami anche con l’Italia e non solo.

Nel suo attestato di solidarietà il presidente della Federazione della Stampa italiana, Beppe Giulietti, ha sottolineato che si deve chiedere agli altri giornali e a tutti gli altri colleghi di riprendere le inchieste e di pretendere risposte dal governo, risposte a quelle domande che sono ancora aperte…

R. – In parte alcuni colleghi hanno cominciato a farlo, altri speriamo ci seguano in questa battaglia, che è una battaglia di libertà, di civiltà e anche di democrazia, non solo per il rispetto dei diritti umani, ma proprio anche dei valori fondamentali di un Paese come l’Italia. Ad oggi noi non sappiamo ufficialmente chi erano tutti i membri della delegazione libica venuta a negoziare con l’Italia il blocco delle partenze dalle coste di quel Paese, non sappiamo per quanti giorni si sono fermati in Italia, non conosciamo esattamente il dettaglio di tutti gli incontri che sono avvenuti e la domanda è: se tutto questo è stato fatto in piena legalità perché deve essere ancora posto in ombra? Perciò è importante che Avvenire, ma non solo, tutte le testate che hanno interesse a rivelare questo pezzo di storia italiana, che ha condizionato poi anche le scelte politiche che sono venute dopo e che soprattutto sta condizionando la vita di migliaia e migliaia di persone, perché tutto quello che accade in Libia incide sulla carne viva di migliaia di esseri umani indifesi, pretendano davvero verità e giustizia anche per queste persone.

Tu ci speri?

R. – Sulla verità ci spero ed è il lavoro che stiamo facendo, che continuiamo a fare che certo non si è fermato e che avrà sviluppi già nei prossimi giorni, nelle prossime settimane. Sono state aperte delle inchieste da alcune procure della Repubblica italiana, in particolare Agrigento e Roma, ci sono forze investigative in campo consistenti e non vedo perché le autorità non vogliano rivelare ciò che invece andrebbe raccontato ai cittadini. Non so se ci sarà mai giustizia per quello che sta accadendo in Libia, però dobbiamo prima di tutto pretendere verità, perché senza verità certamente non ci sarà mai giustizia.

Ricordiamo che la tua inchiesta riguarda la presenza di questo trafficante conosciuto come Bija, che prese parte ad un incontro in Sicilia nel 2017, con le autorità italiane …

R. – Sì, abbiamo ricostruito con molta fatica la presenza del comandante Abd al-Rahman al-Milad, tornato nel suo ruolo di comandante della guardia costiera libica, seppur interdetto dalle Nazioni Unite perché considerato uno dei principali trafficanti e  torturatori di uomini in quel Paese, abbiamo documentato la sua presenza in Italia, abbiamo parlato con lui, abbiamo avuto delle risposte molto parziali da lui, che non hanno ottenuto alcuna smentita da parte delle autorità italiane, per esempio quando dice di essere stato anche al ministero dell’Interno e il ministero della Giustizia italiani, da questi ministeri non è arrivata alcuna negazione di questa affermazione molto pesante da parte di Bija. Soprattutto attraverso di lui noi raccontiamo un sistema di interessi che riguarda gli esseri umani, riguarda il contrabbando di petrolio, riguarda il reimpiego del denaro sporco in altre attività più o meno lecite in Libia e, in particolare, ci domandiamo che fine fanno i soldi che l’Italia destina alle autorità libiche. Per tutte queste ragioni crediamo di aver toccato dei nervi scoperti di una realtà che in molti non vogliono raccontare.

Fonte: Vatican.News

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