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LETTI DA RIFARE – Ogni benedetto lunedì

«Rifatti il letto».
Così suona, ora esausto ora perentorio, il monito di madri o padri che al mattino combattono con i risvegli dei loro irraggiungibili adolescenti. Quell’ordine è una soglia che per un cucciolo d’uomo segna, almeno simbolicamente, il passaggio dalla comoda e indisturbata onnipotenza infantile alla nuova e ruvida consapevolezza che al mondo non tutto è subito, che gli altri non sono utensili per la nostra felicità, che la vita è la materia prima più dura, ma proprio per questo necessaria. Non è latte materno sempre disponibile, bensì marmo da scalpellare michelangiolescamente giorno dopo giorno, perché ne venga fuori il progetto che vi è inscritto e che vi abbiamo intravisto. La dolce vita infantile si evolve in «mestiere di vivere» che, come scriveva Pavese, richiede «maturità» perché «maturità è tutto».

Maturo è chi riesce a mettersi d’accordo con la vita smettendola di aspettarsi qualcosa da lei, ma accetta coraggiosamente sia lei ad aspettarsi qualcosa da lui, in un sempre più armonico dialogo tra la naturale sete di felicità e gli altrettanto naturali limiti umani con cui ci si scontra nella bellezza incompiuta del cosmo. È bene ripeterselo: la felicità consiste nel difficile abbandono della posizione fetale, in un’apertura esplorativa e generosa del mondo, con tutte le scoperte e ferite che questo comporta.

Mia madre non me lo disse, si limitò a lasciare il letto disfatto. E quando quel giorno tornai da scuola e aprii la porta della stanza, la trovai così come l’avevo lasciata. In quel momento vidi, e quindi capii, che occupavo uno spazio nel mondo e che il mio passaggio, ora chiassoso ora invisibile, muoveva «cose» che non tornavano magicamente al loro posto: insomma io contavo. Di tempo ne è passato e oggi, che non abito con i miei da quando ho 18 anni, quel letto rimane intatto. E forse proprio loro, in qualche modo, rimpiangono che non sia da rifare, perché l’assenza di un figlio adulto può essere tanto ingombrante quanto la sua presenza adolescenziale.

Ci sono e ci saranno sempre letti da rifare, reali o simbolici, perché così vivono e crescono le relazioni. Spero quindi che questa rubrica settimanale nel segno di «ogni maledetto lunedì» ne possa addolcire la lunedità di polveroso giorno dedicato alla Luna dopo quello luminoso — in molte lingue — del Sole. Cercherò di muovermi nello spazio incerto tra ciò che un genitore attende e ciò che pretende per un ragazzo in formazione, tra la speranza di accompagnarlo e la paura di perderlo, tra ciò che quel ragazzo — inafferrabile come ogni adolescente — ha bisogno di imparare anche se non vuole accettarlo e ciò che, divenuto uomo, ricorderà con gratitudine, perché chi è diventato lo deve anche a quei letti che, a fatica, ha imparato a fare e rifare. Proverò a raccontarvi, attraverso le loro lettere, quello che i ragazzi hanno il coraggio di chiedere a uno sconosciuto e non ai genitori. Allora persino un letto ben fatto potrebbe diventare la piccola meta che, in una realtà che gli sfugge continuamente, porta l’adolescente a godere della faticosa presa sulla vita e su se stesso.

Ogni lunedì della nostra vita inaugura una settimana di «opere e giorni», titolo di uno dei primi poemi dell’epica occidentale, dello stesso autore, Esiodo, che ne aveva prima composto un altro dedicato all’origine degli dei e del cosmo. Non c’è poema epico antico che non cominci con un concilio di dei perché, solo se i nostri giorni e le nostre opere quotidiane sono originati da uno sguardo dall’alto, pre-vidente, allora anche il lunedì può diventare un archimedeo punto di appoggio per sollevare il peso della settimana, l’attacco che ne determina la tonalità in maggiore o in minore. Solo se un lunedì è di genere epico, la cui sostanza è la lotta per ciò che si ha di più caro, è scongiurata la sua tendenza al tragico, la cui lotta è parimenti necessaria ma del tutto inutile.

Solo così la vita difficile di e con gli adolescenti può trasformarsi in un interessante laboratorio di possibilità, e non in una malattia da cui guarire, loro, e da cui non essere contagiati, noi. Le cose per poterle migliorare bisogna prima amarle, e amarle non vuole dire coprirle di un incantesimo menzognero, ma vederne tutta la bellezza e tutta la bruttezza (che spesso è solo temporanea incompiutezza), per magnificare, custodire, far fiorire la prima e curare, migliorare, trasformare la seconda. Solo così l’inconsistente speranza che caratterizza l’adolescente può tradursi in resistente esperienza cioè in identità, non frutto di una sfiancante volontà di godimento o di potenza che trasforma l’io in una prestazione sempre insufficiente, ma compimento paziente e graduale di una volontà di significato, oggi erosa da una concezione liquida della libertà, tanto seduttiva quanto inconcludente, perché rimuove dalla vita i limiti che le sono connaturali e quindi di fatto fugge impaurita o apatica dalla vita stessa, che poi il conto lo presenta sempre e comunque. In questo senso l’amore, troppo spesso ridotto a melassa democratica e iperprotettiva (non ci sono mai letti da rifare), è chiamato a diventare riconoscimento del valore presente nelle cose e nelle persone, valore che invita al rischio, all’impegno, alla lotta. L’amore è infatti il più aristocratico, vigoroso e ardente dei ritrovati umani per cambiare e abitare il mondo: lo sperimento quando vivo l’appello come il momento chiave della giornata scolastica, perché ognuno di quei nomi-volti è più importante di qualsiasi altra cosa io abbia da dire, perché l’educazione è questione di come guardi e solo dopo di cosa dici. È nei nostri occhi, prima che dai libri, che imparano che la loro vita è una premessa e una promessa. Solo così bambini e bambine si compiono in uomini e donne capaci di stare al mondo con la schiena dritta e lo sguardo aperto all’orizzonte, senza paura di averne paura, senza deliri di onnipotenza risarciti da dipendenze regressive, stordenti o addirittura distruttive, ma con gli umanissimi sorrisi o lacrime di chi è, come diceva Hannah Arendt di ogni nascita, qualcosa di nuovo da introdurre nell’anonimato della moltitudine e nel già visto della storia — e sa di esserlo.

Questi pezzi del lunedì saranno essi stessi letti da disfare o da rifare, una volta «letti» sarete voi a dimenticarli o a tradurli in vita per quello che di vero vi troverete, perché le parole preparano ai fatti, srotolano gomitoli e trovano bandoli creativi nella quotidiana matassa delle relazioni con gli altri e il mondo. Relazioni che richiedono una messa a punto costante, perché amare non è una scenografica ruota panoramica sulla città, ma una chiassosa officina aperta 24 ore su 24 che richiede ferri del mestiere adatti, qualunque sia il suo campo d’azione: la casa, la scuola e il palco che ospita la parte che ognuno di noi si trova a interpretare ogni benedetto lunedì della sua vita come può, sperando in un applauso, un sorriso, un abbraccio a fine giornata.

Si apre il sipario della settimana: la commedia ha inizio e noi non possiamo permetterci di improvvisare, in un tempo frettoloso in cui per pensare urge fermarsi a pensare, per amare fermarsi ad amare.

Fonte: A D’Avenia | Corriere.it

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