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Chiesa, comune, impresa: primo piano per creare lavoro

Come abbiamo anticipato ieri, l’arcidiocesi di Bologna stanzierà cinque milioni di euro, la totalità dei dividendi che provengono dalla Faac, la multinazionale ereditata dalla Chiesa bolognese. Il Comune, invece, metterà nel piatto più di sei milioni. Poi c’è l’impegno di Unindustria. Il protocollo, che verrà firmato domani a Palazzo d’Accursio, vuole arginare il fenomeno della disoccupazione giovanile e della perdita di lavoro in età avanzata. Il primo intervento riguarderà l’assunzione nel campo dei periti industriali: dallo scorso autunno gli imprenditori del capoluogo lamentano una scarsità di assunzioni nel settore. L’intento è colmare il gap, riqualificando i disoccupati con competenze in settori simili e ai quali è sufficiente una formazione complementare. Per quel che riguarda l’Arcidiocesi, i fondi saranno gestiti dalla Fondazione San Petronio che si occupa di persone in difficoltà da 30 anni. Legacoop, Confcooperative e sindacati dovranno mediare tra aziende in cerca di personale e candidati nei diversi settori. Nella bozza del piano è previsto un fondo di garanzia mirato a consentire nascita e sviluppo di nuove aziende.

BOLOGNA

«Questo protocollo per creare nuovi posti di lavoro è un progetto originale, il primo in Italia». Stefano Zamagni, insigne economista dell’Università di Bologna, spiega soddisfatto i passaggi che hanno portato alla realizzazione del protocollo d’intesa che domani verrà firmato da Comune di Bologna, Unindustriae dall’Arcidiocesi del capoluogo emiliano.

Quali sono le novità?

Anzitutto l’applicazione concreta della ‘sussidiarietà circolare’. Mi spiego: questo patto viene garantito da tre attori principali; l’ente pubblico, l’unione degli industriali e la Chiesa di Bologna. Sono i tre vertici di un triangolo indispensabili per far sì che un progetto abbia durata sufficiente perché si installi sulle proprie gambe. Il secondo aspetto innovativo è l’’anti – assistenzialismo’. Oggi nel nostro Paese prevale la logica di inserire una data liquidità per generare un tampone a una situazione di disagio. Questo sistema ‘tappa buchi’ non può che generare soluzioni temporanee, destinate a esaurirsi quando termina l’iniezione di denaro da parte del benefattore di turno, pubblico o privato. Il protocollo, al contrario, restitui-sce delle possibilità concrete di reinserimento nel mercato. Poca formazione e molti tirocini propedeutici ai contratti con le imprese.

Cosa accadrà nei prossimi mesi?

Dall’ufficio di collocamento del Comune si selezioneranno, di volta in volta, le persone che possono rispondere alle esigenze della domanda di lavoro. Pochissimi moduli da compilare destinati a una prima scrematura per l’orientamento iniziale del personale preposto. I candidati, poi, verranno chiamati di persona, uno a uno, e sottoposti a un colloquio conoscitivo e attitudinale per capirne potenzialità e attitudini e per conoscerne le necessità. È evidente che una persona che perde il lavoro a più di quarant’anni con più di un figlio a carico non è nelle stesse condizioni di chi deve mantenere solo se stesso. Questo non vuol dire che il progetto non sia rivolto a entrambi, ma con tempistiche diverse. Si valuterà caso per caso, non tramite moduli astratti precompilati ,ma con il supporto di colloqui a quattr’occhi con personale specializzato.

E dopo i colloqui?

Si partirà con un brevissimo periodo di formazione. Vorrei che fosse chiaro questo punto: l’Italia del mercato del lavoro si è trasformata in un‘corsificio’. Vengono fatti quintali di corsi di aggiornamento, formazione a diversi livelli e, appena il periodo di studio finisce, tutti a casa come prima. Abbiamo un esercito di disoccupati formatissimi non si capisce bene in che cosa, visto che l’aggiornamento senza un impiego che delimiti il punto di arrivo è difficile da rendere funzionale. Quindi il protocollo stabilisce il minimo e indispensabile spazio necessario ad assumere le competenze per un’occupazione specifica. Poi inizia il tirocinio che durerà un anno e sei mesi al massimo regolarmente retribuito. Al termine la persona verrà assunta dall’azienda presso cui ha trascorsoil primo anno di lavoro oppure da un’impresadalle caratteristiche simili.

Quindi verranno anche creati nuovi posti di lavoro?

Sì. Siamo partiti dal presupposto che sia sbagliato concepire il mondo del lavoro come un pozzo petrolifero destinato a esaurirsi. Il concetto del ‘lavorare meno, lavorare tutti’, che si basa su questa teoria, è molto pericoloso. Il lavoro va creato perché è l’attività principale dell’uomo senza la quale si rischia di perdere il proprioruolo nel mondo.

Fonte: Avvenire

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