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La conversione di Rudolf Höss, l'”animale” di Auschwitz

Il suo nome assonava singolarmente con quello di Rudolf Hess, il delfino di Hitler, e anche lui si chiamava Rudolf, ma Rudolf Höss non era il numero due o tre del Reich, bensì un galoppino qualsiasi, almeno nella gerarchia del nazismo. Quando comandava il campo di concentramento di Auschwitz non sapeva che quel luogo sarebbe diventato, nell’immaginario successivo, il simbolo stesso dello sterminio.

Alla guida del lager di Auschwitz-Birkenau rimase solo tre anni, nei quali si guadagnò, dai prigionieri, il titolo di «animale». Due milioni e mezzo di morti, altre cinquecentomila persone perite di stenti e malattie, quattrocentomila ebrei ungheresi fatti fuori con la sua supervisione. Routine, banalità del male. Höss è stato giustiziato a guerra finita, dopo Norimberga, eppure è morto con i sacramenti e questa storia, in coda all’anno della misericordia, merita di essere conosciuta. L’ha raccontata John Burger (sul sito Aleteia.org), che l’ha sentita in una pubblica conferenza nel 2016 da una suora polacca appartenente alle Suore della Divina Misericordia (quelle della veggente santa Faustina Kowalska). Suor Gaudia (il suo nome) era per un giro di conferenze negli Usa in vista della Gmg di quell’anno a Cracovia. Ed ecco la vicenda.

Auschwitz, lo ricordiamo, si trova in Polonia, dove il luogo si chiama Oswiecim. In quel lager trovò la morte un ebreo su sei di quelli periti nella Soluzione Finale. In quel lager si conducevano le tristemente note sperimentazioni mediche. Ma non serviva solo per gli ebrei. I nazisti vi portarono anche il clero polacco, nel programma di decapitazione dell’intellighentsja locale. Qui morirono la suora cattolica Teresa della Croce (Edith Stein) e il francescano padre Maximilian Kolbe. E qui finirono tutti i gesuiti polacchi. Al momento del loro rastrellamento mancava solo il superiore, padre Wladislaw Lohn, che era assente. Quando questi tornò e seppe del fatto, si rammaricò di non avere seguito la sorte dei suoi confratelli e cercò di infiltrarsi nel lager per essere loro di qualche utilità. Ma fu preso e portato da Höss. Questi, contro ogni logica e aspettativa, lo fece accompagnare fuori, in pratica salvandolo. Perché? Boh, misteri della storia e della mente umana. Forse l’«animale» apprezzò il coraggio e il senso del dovere del gesuita, chissà.

A guerra finita, Höss fu processato per crimini di guerra e condannato a morte. Detenuto a Wadowice (città natale di Giovanni Paolo II) in attesa di esecuzione, lui, nato cattolico, chiese di potersi confessare. Ma, stando al racconto della suora, non c’era un prete disposto a farlo. Fu lui stesso a indicare padre Lohn, il gesuita, che in quel momento fungeva da cappellano delle suore della Misericordia. Le guardie polacche, che si erano comportate correttamente pur con quel prigioniero, lo avvertirono e il gesuita acconsentì. La confessione fu una cosa lunga, ma alla fine siglata con l’assoluzione. Il giorno prima della esecuzione, padre Lohn tornò a portare la comunione al quarantasettenne Höss, l’«animale». Il quale la ricevette in ginocchio e sciolto in lacrime come un bambino. L’episodio ci fa riflettere sulla risposta cattolica al male: il pentimento sincero di un criminale è la migliore vittoria. Il resto ai teologi. Quanto Purgatorio dovrà fare un penitente simile e di quale intensità purificatoria? Non è il caso di disquisirci sopra, conta il dato: perfino Rudolf Höss, l’«animale» di Auschwitz, è nelle mani di quel Dio che, potendolo, non butta via niente.

Fonte: Rino CammilleriLaNuovaBQ

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