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Trump o Clinton. Chi è meglio per noi?

Per la prima volta in 70 anni l’America potrebbe davvero cambiare e per noi sarà fondamentale conoscere il vincitore. Le analisi di Ferraresi, Rocca, Carretta e Negri

La mattina di mercoledì 9 novembre l’Italia, insieme a tutto il Vecchio Continente, si sveglierà e saprà chi ha vinto le elezioni presidenziali negli Stati Uniti. Scoprirà quindi se alla Casa Bianca andrà a vivere la democratica Hillary Clinton, ex segretario di Stato durante il primo mandato di Barack Obama e moglie dell’ex presidente Bill, o Donald Trump, il “palazzinaro” biondo e outsider del partito repubblicano. E forse per la prima volta da settant’anni a questa parte sarà importante sapere il nome del vincitore, che potrebbe avere un’enorme influenza anche sulla vita dell’Italia e dell’Europa.

Non che Obama fosse uguale ai suoi sfidanti Mitt Romney e John McCain, non che George W. Bush prima di lui avesse le stesse idee degli avversari Al Gore e John Kerry, ma tutti si inserivano nello stesso filone ideologico. Tutti, ciascuno a modo suo, erano alfieri della visione liberale-universalista che considera l’America il faro morale che illumina la notte dell’universo, la guida politica destinata a portare il mondo fuori dal suo stato di minorità attraverso la diffusione e la difesa del libero commercio, la garanzia della sicurezza degli alleati, l’esportazione della democrazia, destino ineluttabile dell’umanità e unica forma di governo in grado di garantire nel tempo più spazio per i mercati.

È questo, afferma a Tempi Christian Rocca, direttore della rivista IL ed esperto di cose americane, «quello che gli Stati Uniti hanno fatto negli ultimi settant’anni. È questa la linea economica e geostrategica che le diverse amministrazioni hanno sempre perseguito con accenti diversi, spesso dettati da sensibilità plasmate dai differenti periodi storici». Ecco perché, fatte salve le dovute differenze e le preferenze per l’uno o l’altro candidato, gli alleati europei di Washington hanno sempre dormito sonni tranquilli alla vigilia delle elezioni. Chiunque avesse vinto, sarebbe cambiato poco nella gestione degli affari internazionali. Ora però questo paradigma non regge più, «perché per la prima volta c’è un candidato che dice di voler sovvertire l’ordine globale costruito e garantito da decenni dagli americani».

Candidati a confronto
Questo candidato, ovviamente, è l’impossibile Trump, l’impresentabile Donald, il ciuffo più odiato e controverso d’America, il personaggio televisivo politicamente scorretto, il miliardario eccentrico, il politico demagogo, populista, inattendibile, ambiguo, contraddittorio, sbracato e chi più ne ha, più ne metta. Non c’è angolo del pianeta dove il self-made man repubblicano non venga dipinto pubblicamente (in privato, chissà) come un mostro, tranne che in Russia e in Corea del Nord, eccezioni che accrescono l’orrore del resto del mondo. Eppure Trump c’è, e se non è così lontano dalla Clinton nei sondaggi è perché incarna, a sua insaputa, una concezione dell’America e un aspetto dell’identità degli americani che il mondo forse ha dimenticato, ma che non ha mai cessato di esistere.

Non c’è dubbio che se vincesse la Clinton proseguirebbe «quello che abbiamo visto negli ultimi 30 anni», spiega a Tempi Mattia Ferraresi, corrispondente da New York per il Foglio. «La Clinton è come Obama, ha le stesse idee e porterebbe avanti la stessa politica, che si fonda sulla convinzione di essere “dalla parte giusta della storia”. Solo è più aggressiva, muscolare e decisa». Se sul fronte interno continuerebbe a essere propagandato tutto ciò che il verbo del progresso arcobaleno e del loveislove prevede (non è un caso che gran parte della sua campagna sia stata finanziata dal colosso abortivo Planned Parenthood), su quello internazionale dobbiamo aspettarci «un’America più spavalda rispetto ad Obama».

Clinton, per intenderci, è stata la più grande sostenitrice della «disastrosa» guerra in Libia del 2011, le cui conseguenze paghiamo ancora oggi, e non è stata in grado di evitare (eufemismo) nel 2012 l’assassinio da parte dei jihadisti dell’ambasciatore americano a Bengasi John Christopher Stevens. «Lei era anche quella che voleva intervenire in modo più energico in Siria» a favore dei “ribelli”, per quanto alleati dei jihadisti, pur di abbattere il governo di Bashar al Assad. Non è un caso che «i neo-conservatori, inorriditi da Trump e che non avrebbero mai potuto votare Obama, si sentano a loro agio con Hillary, perché percepiscono che fa parte della loro tradizione, condividono con lei la stessa antropologia e la stessa idea del ruolo dell’America».

Nulla cambierebbe neanche per quanto riguarda il sostegno all’Arabia Saudita, visto che gli sceicchi hanno finanziato circa il 25 per cento della sua campagna elettorale, come dichiarato dal figlio di re Salman in persona. Italia e Unione Europea, con lei alla Casa Bianca, non avrebbero da temere grandi smottamenti. Neanche per quanto riguarda il rapporto con Vladimir Putin, però. Questo è sicuramente un danno, visto che dopo due anni di sanzioni alla Russia, imposte dagli Stati Uniti, l’Italia ci ha già rimesso 3,6 miliardi di euro in export andato in fumo, passato dai 10,7 miliardi del 2013 ai 7,1 miliardi del 2015 (-34 per cento). «È chiaro che con Hillary da questo punto di vista per l’Italia sarà più difficile, dal momento che abbiamo un rapporto speciale con l’America e finché questa non migliorerà il suo con la Russia, neanche noi lo faremo. Tutt’altra cosa se vince Trump», dice Rocca.

Le bordate contro l’Unione
E qui occorre fare una premessa: «Con Trump non si sa bene quello che succederà» e «nessuno è in grado di dire se farà ciò che dice». Di sicuro, spiega il corrispondente del Foglio, «Trump ha una concezione nazionalista che vede l’America come una superpotenza, che è great e deve tornare great again, ma che non ha una missione morale. L’idea del palazzinaro è particolarista, non universalista». Ecco perché «non avrebbe nessun problema a dialogare con Putin. Io non so se lui ha davvero una passione per i dittatori e gli autoritari, come si dice, forse sì, ma ciò che conta di più è che il nazionalismo è pragmatico». Per sedersi al tavolo di Trump, continua Ferraresi, «non bisogna aderire agli standard umanitari morali o politici imposti dal fatto che sei davanti all’arbitro morale del mondo. Tutti possono parlare con Trump, anche Putin, anche il dittatore nordcoreano Kim Jong-un».

Se un rapporto migliore tra Washington e Mosca potrebbe essere un vantaggio per l’Italia, anche “The Donald” porterebbe le sue magagne. Non si contano infatti le bordate contro Unione Europea e Nato, organismo definito addirittura «inutile» e il cui budget totale è pagato per il 72 per cento degli americani (650 milioni di dollari). Come sottolinea il direttore di IL, «se davvero Trump pretendesse che gli alleati europei pagassero di più per essere difesi dagli Stati Uniti, come se fossero un service globale da affittare, allora altro che spending review, bisognerebbe spendere una fortuna per la sicurezza e tagliare inevitabilmente il welfare».

L’isolazionismo non è una novità per la politica americana: già Obama ha cominciato a percorrere questa strada con la scelta di ritirarsi da Iraq e Afghanistan e di non intervenire in Siria, se non con i droni. Certo, il suo «era un disimpegno tattico», che in parte ha dovuto ritrattare pressato dagli eventi, «ma non un disimpegno di idee», sottolinea Ferraresi. «Trump invece teorizza l’isolamento, incarnando l’anima profondamente nazionalista degli americani, che forse le élites non hanno mai saputo comprendere fino in fondo. Considera la Nato obsoleta, odia gli organismi sovranazionali. Se traducesse in pratica questo atteggiamento, costringerebbe i paesi dell’Unione Europea a responsabilizzarsi, a capire che il mondo a trazione americana sta finendo perché non è più sostenibile. Costringerebbe l’Unione Europea a farsi la domanda: se gli Stati Uniti arretrano, chi prende in mano la Nato visto che solo quattro paesi investono il 2 per cento del Pil nell’esercito?».

Il paragone con Nixon
Bruxelles non sembra affatto pronta a questo scenario. «Questi giorni mi ricordano quelli che hanno preceduto la Brexit», il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, racconta a Tempi David Carretta, corrispondente a Bruxelles per Radio Radicale. «Qui tutti sperano e sono convinti che vinca la Clinton, così come speravano ed erano convinti che avrebbe vinto il “Remain”. Dicevano: figurati se succede, gli inglesi votano con il portafogli. Oggi dicono: figurati se succede, gli americani non votano di pancia. Nessuno è preparato, perché nessuno capisce dove stanno andando gli Stati Uniti». I tempi di Bush, «che abbiamo tanto odiato ma che ci difendeva», continua Carretta, sono finiti. «Obama ha ridotto la presenza americana in Europa e in Medio Oriente, per concentrarsi sull’Asia. Con Trump questa linea sarà portata avanti all’ennesima potenza. La politica americana non è più occidentalcentrica, ma qui nessuno se n’è accorto, nessuno pensa a come rispondere».

Le conseguenze di questa inconsapevolezza potrebbero essere enormi: «Siamo in una zona geografica circondata da guerre. Il Nordafrica rischia di implodere, la Russia è revanscista. L’Europa non solo non avrebbe mai il coraggio di destinare più soldi per la difesa, ma non saprebbe neanche che cosa farci. Se domani Trump si ritirasse dall’Europa e Putin ne approfittasse per invadere i nostri alleati di Riga o Tallin, membri dell’Unione Europea, chi accetterebbe di morire per la Lettonia o l’Estonia? Non credo che le elezioni americane produrranno una diversa consapevolezza in noi europei, perché siamo troppo ricchi e concentrati sul nostro ombelico, buoni solo a piangerci addosso. Il mondo sta cambiando, ma neanche l’elezione di Trump potrebbe svegliarci e convincerci a fare un’analisi strategica di quali sono i nostri interessi e di come vogliamo difenderli. Prendiamo la Brexit. A tre mesi dal voto l’Unione Europea ha fatto qualcosa? No, niente».

Se per il direttore di IL, l’elezione dell’innominabile «sarebbe una catastrofe senza paragoni», a patto che faccia quello che dica, Ferraresi individua un paragone storico: «L’unico modello da guardare per ipotizzare un futuro con Trump è Richard Nixon, che ha condotto una politica fortemente realista, con l’obiettivo della stabilità e dei risultati, cinica alla bisogna. L’esempio classico è il dialogo con la Cina, condotto anche se Mao Zedong non rispettava certo i diritti umani. Questa è sempre stata la linea anche del Vaticano, ben prima di papa Francesco, e infatti credo che con Trump gli Stati Uniti avrebbero un ottimo rapporto con la Santa Sede». Nonostante le proposte del repubblicano sui musulmani da cacciare dall’America e i muri da alzare al confine con il Messico? «È paradossale, ma un demagogo senza princìpi, per cui non vale neanche quello di non contraddizione, è anche uno che ragiona caso per caso, fa favori e affari: niente di meglio per una super potenza globale come la Chiesa, che non conta nulla politicamente e persegue una dottrina realista».

Una delle poche cose certe, sintetizza a Tempi Alberto Negri, inviato di guerra del Sole 24 Ore, è che le elezioni americane «possono cambiare le nostre sorti più di qualunque finanziaria. Della Clinton sappiamo già tutto, è un’incapace, per non dire di peggio, Trump è diverso invece ma è difficilmente controllabile. Io temo che, chiunque vinca, per noi sarà un disastro».

Fonte: Trump o Clinton, chi è meglio per noi? | Tempi.it

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