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“La teologia secondo Costanza si digerisce senza sforzo”

Ci sono quei saggisti cattolici che ti prendono per il collo fin dalla prima pagina, forzandoti giù per la gola un waterboarding di citazioni, nozioni, note a piè di pagina e perle della loro e dell’altrui saggezza. Con l’effetto di farti sentire nel giro di mezzo capitolo, una volta superata l’ebbrezza da overdose, un asino patentato. Cioè uno che di Dio e di come funziona il rapporto con Lui non ha capito né mai capirà davvero niente.

A differenza di chi, come loro, pare appena sceso dal Sinai con qualche tavola di pietra sottobraccio, appena in tempo per inciampare in una buca piena di papiri nel deserto di Qumran. Poi ci sono quelli iperglicemici, che ti coccolano per tutta la durata dei loro libri, di solito rilegati con copertina cartonata spessa come un guard-rail, imbottita di trecento pagine di fuffona zuccherosa in times new roman corpo 16, che ti ripetono per tutto il tempo che va bene, che sei sulla strada giusta, che ti manca poco, anzi pochissimo, che è facile. Cioè che in fondo, ma nemmeno tanto, vai bene così come sei, tanto il Signore ti ama comunque.


Infine, grazie a Dio, c’è Costanza Miriano. Che fin dalle prime pagine di questo bel libro affronta la più spinosa delle questioni umane, ossia il nostro rapporto con il Creatore e come migliorarlo. Lo fa con il suo stile caratteristico, frizzante e accorato assieme, che mescola il consiglio con la nota teologica e il frizzo di costume mai banale con l’aneddoto familiare in cui tende a sottolineare il suo, di limite, invece di passare due mani di evidenziatore su quello di chi legge. Proprio quello che uno vorrebbe sentirsi dire da una moglie/mamma che tiene a noi, moderna giusto quel che serve. Di quelle brave, per capirci, a barcamenarsi tra casa e lavoro, famiglia e impegni, pranzo per dodici a Natale e conference call con il capo.

Una che a chi ha letto i suoi libri precedenti (se non lo avete fatto, fareste bene a recuperare ora il tempo che avete perso a cercare le risposte giuste su Facebook, o sulle rubriche di qualche giornalino da sacrestia) aveva già chiarito senza giri di parole cosa sia davvero importante. Messi i puntini sulle i in tema di matrimonio da entrambi i punti di vista (di lei e di lui), sui legami personali e sulla maternità, Costanza stavolta mira più in alto. Ci parla infatti della sua relazione con Dio, regalandoci preziosi e pragmatici consigli su come migliorare la nostra. Perché da quel rapporto con Lui deriva poi tutto il resto e da lì occorre sempre ripartire, lo scrive lei e lo credo anch’io, visto che se quello non funziona anche tutto il resto tende a mettersi di traverso. A quel punto non basta una terapia d’urto a base di apericene, film impegnati e nemmeno la psicanalisi, a seconda dei gusti, per aggiustare le cose.

Il segreto, tiene a spiegarci Costanza citando la sua personale esperienza, arricchita da quella di tanti suoi maestri e amici con quella sua leggerezza e umiltà che è la prima cartina di tornasole di una piena e appassionata adesione all’ortodossia cattolica, è farsi monaci.

Conviene davvero la vita del consacrato, del novizio o anche, per iniziare, quella del postulante di un monastero wi-fi, reso possibile dal tessersi inesorabile e coinvolgente di una rete di relazioni, amicizie, connessioni inaspettate, nate e cresciute nella comune intesa di voler appartenere a Uno soltanto. Fedeli al monastero prima di tutto, quindi, senza altro filo a legarci “che il desiderio di amare e far amare Dio”.

Insaporita dalla solita piacevole miscela di aneddoti autoironici ed esempi di vita vissuta, la teologia secondo Costanza si digerisce senza sforzo, anche se di tanto in tanto non manca di tirare in ballo qualche calibro pesante, da Origene ad Agostino, a Tommaso d’Aquino e Teresa d’Avila. Il che ad altro non serve che a dimostrare, se ce ne fosse bisogno ancora, che i principi fondamentali di una vita cristiana sono gli stessi, dai tempi del reclutamento dei primi dodici sgangherati discepoli, che tutte le volte che uno si ferma a considerarne il carattere poi si consola dicendosi che, se ce l’hanno fatta loro dopo quella doccia infuocata e inaspettata di Spirito Santo, allora forse anche noi…
Cinque i pilastri chiamati a sostenere la volta della cattedrale, pardon, del monastero in cui a ciascuno di noi converrà andare ad abitare, dopo averlo costruito. Facendosi monaco non perché isolato dagli altri ma perché “unitario, unificato, cioè pensa, dice e fa la stessa cosa”, libero finalmente dalla schizofrenia moderna dell’ansia, della doppiezza, delle mille maschere che un pensiero unico moderno sempre più uniforme e ferrigno vorrebbe che indossassimo.

C’è la Parola di Dio, da leggere, meditare, masticare e digerire ogni giorno, perché prima di parlare con qualcuno occorre conoscerlo, e così pure, a maggior ragione con Lui. La preghiera, perché la relazione con chi si ama parte dal dialogo, dalla richiesta incessante e martellante dello Spirito, rivolta al Padre perché ci insegni ad amarlo e a lasciarci amare, a capire non tanto quello che Dio può darci ma quello che vuole da noi. La confessione, per consegnare il peso che altrimenti porteremmo con noi a Qualcuno che lo faccia al nostro posto, ricevendo in cambio quella medicina spirituale perfetta che è il perdono. L’Eucaristia, come incomparabile momento d’incontro tra noi e un divino che si fa piccolo per lasciarsi adorare e diventare parte di noi. E il digiuno, non solo o comunque non necessariamente alimentare, per metterci di fronte alla nostra debolezza, al limite, gridando a Dio la nostra necessità di essere sostenuti e salvati da Lui, dell’impossibilità di farcela da soli.

A questo punto, mi pare di sentire la voce di mia figlia quasi sedicenne, che mi intima di non “spoilerare” troppo il contenuto del libro, lasciando ai lettori il piacere di scoprirlo una pagina dopo l’altra. Prima di concludere, però, mi sembra doveroso ribadirlo. Costanza è davvero lontana chilometri sia dall’ampollosità narcotica di taluni saggisti, superdotti o presunti tali, sia dagli abborracciamenti sdolcinati di altri meno edotti, che pretenderebbero di trasformare il rapporto con Dio un una collezione “copia incolla” di quei powerpoint irenisti tutti uccellini e fiorellini che intasano i gruppi whatsapp di catechiste e mammine. Riesce invece ancora una volta, in questo libro, nella missione quasi impossibile di creare un’alchimia dialettica impeccabile tra il suo stile leggero ma serio, di moglie/mamma che nelle cose che scrive, prima di tutto, ci mette la faccia in prima persona, altro che “armiamoci e partite”, e una profondità nelle questioni dottrinarie che non si lascia tentare, sull’onda della fama ormai raggiunta, di sottrarre nemmeno la famosa iota ai duemila anni di Chiesa e Magistero trascorsi.

E quindi? Non c’è molto da aggiungere, se non il caloroso suggerimento, se avevate anche solo un barlume d’intenzione di dare una reimpostata daccapo alla vostra vita spirituale, di ripartire proprio da Costanza. Che se invece quell’idea magari non vi fosse venuta, magari leggendola potreste ritrovarvi, riconoscendovi in qualcuna delle situazioni o degli stati d’animo descritti, a farci su un pensiero…

Fonte: BlogCostanzaMiriano

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