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Per tutti

Se c’è un tema che va di traverso alla società di oggi, e con cui fa una fatica tremenda a fare i conti, è la vecchiaia. Guai a non essere rapidi, efficienti e produttivi, sentiamo dire da ogni parte. Ma allora qual è il posto degli anziani?

Una volta papa Francesco, parlando della “cultura dello scarto”, ha ripreso una gran frase di Benedetto XVI: “La qualità di una società, vorrei dire di una civiltà, si giudica da come gli anziani vengono trattati”.

Mi sono reso conto di questo lavorando come segretario di un medico di famiglia. Una professione che ormai ha anche una funzione “sociale”, quella del medico. Ai pazienti non sempre basta avere il farmaco giusto o il nome dello specialista più ferrato in materia. Restano informazioni importantissime, intendiamoci; ma molti pazienti, specialmente quelli più in là con gli anni, sono anche in cerca di una parola di conforto e di un’attenzione che evidentemente da altre parti non ricevono. Ne ho viste decine e decine, di persone così. Anziani che soffrivano per i mille acciacchi e ancor più per i rapporti familiari sfilacciati. Genitori abbandonati dai figli perché considerati solo d’impiccio, troppo fragili per rendersi utili e troppo impegnativi da scarrozzare qua e là per visite ed esami. Quando avvertivo questo disagio, cercavo di entrare in rapporto con loro, sempre in punta di piedi. E sempre ricevendo molto più di quanto riuscissi a dare.

Tra l’altro in quel periodo – piuttosto ballerino dal punto di vista professionale – ho anche lavorato per due settimane alla reception di una casa di riposo. Nulla di impegnativo, per carità: dovevo semplicemente rispondere al telefono, accogliere chi arrivava, scambiare quattro chiacchiere. Stando lì dalla mattina alla sera, mi ha colpito vedere la luce negli occhi di quelli che ogni giorno ricevevano visite. Tutt’altra cosa rispetto a chi era abbandonato e letteralmente parcheggiato nella struttura. E il riverbero di quella luce si notava in tutto: da come si rivolgevano alle infermiere, dallo stupore per una visita, o dalla sorprendente attenzione nei miei confronti (una in particolare pregava per me e la mia famiglia tutti i giorni). Un dono totalmente inaspettato, infatti nel giro di pochi giorni non mi avrebbero più rivisto, e un dono perfino immeritato, se penso alle scarsissime aspettative nel varcare la porta il primo giorno di lavoro. Eppure Dio sa sempre come sorprenderci e come scardinare i nostri pregiudizi. In quel caso lo ha fatto mettendomi davanti degli ultraottantenni lieti. Perfino in una circostanza problematica, talora obbligata da ragioni di tipo medico, come il ricovero in un ospizio.

Sarà per queste esperienze che quando leggo notizie di anziani morti in casa e ritrovati dopo vari mesi mi viene un groppo alla gola. Possibile che nessuno si sia accorto di niente per così tanto tempo? E soprattutto, possibile che nessuno si sia fatto vivo prima? Saranno stati anziani introversi e un po’ chiusi, d’accordo; probabilmente uscivano poco, avevano una famiglia devastata dalle liti, dalle parole di troppo e da quelle non dette. O forse una famiglia non ce l’avevano affatto, però avranno avuto almeno un parente alla lontana, un vicino di casa o un gruppetto di amici storici. Magari due o tre, magari soltanto uno. Invece no, per giorni e giorni, per settimane e mesi, nessuno si è ricordato di loro. E intanto la situazione è precipitata. Tragedie che restano un mistero, per quanto mi riguarda, e che mi provocano una quantità spropositata di domande.

Ma poi ci sono anche tanti testimoni di speranza, come quelli che ho avuto la fortuna di incontrare. O come la nonna di una mia amica, che, quando andava in vacanza, si preoccupava di recuperare l’indirizzo della casa di riposo più vicina. Al suo arrivo le chiedevano: “Lei per chi è qui?”, alludendo ovviamente alla persona ricoverata da avvisare. “Per tutti”, rispondeva, quasi stupita dalla domanda. “Sono qui per tutti”.

fonte: BlogCostanzaMiriano.it

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